Un nuovo documentario racconta Carla Lonzi a tutto tondo (ma anche chi non l’ha conosciuta deve parlare di lei)
Francesca Archibugi presenta alla Biennale di Venezia Cinema un documentario dedicato a Carla Lonzi, unendo figura pubblica e ricordi familiari. Ma la centralità di Lonzi nel dibattito su femminismo e critica riguarda tutti, anche chi non l’ha mai incontrata
Francesca Archibugi ha sposato Battista Lena, figlio di Carla Lonzi conosciuto a scuola quando aveva 13 anni. Il documentario di Archibugi Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è, però, una dedica che al ricordo familiare aggiunge la relazione con “l’altra” che tutte e tutti abbiamo messo in pratica leggendola. Almeno è quello che è successo a me.

Il primo incontro con Carla Lonzi
Nel 1980 la prima cosa di Carla Lonziche leggo è Sputiamo su Hegel, uscito nel 1977: capisco che per rinnovare l’ideale democratico bisogna aggiungere il soggetto imprevisto delle donne. Ed è una scoperta teorica e affettiva. Circa nel 1986 il gallerista Franco Toselli mi regala Autoritratto, dicendomi “Credo che ti interessi” – “Ma è Lonzi che ha scritto Sputiamo su Hegel?” – “Sì”. Non la conoscevo come critica d’arte. Da quando se n’era andata per fondare il femminismo (“rivolta femminile“) nell’arte non si parlava più di lei. Avevo appena iniziato a occuparmi d’arte contemporanea, non riuscivo a trovare il legame tra quello che studiavo e chi ero in quel momento. Con Autoritratto ho stabilito un ponte con il pensiero teorico delle donne, che dall’inizio degli Anni ’80 ha travolto la struttura maschile nelle università, negli istituti scientifici.
Critica d’arte e femminismo in Carla Lonzi
Potevo fidarmi delle mie intuizioni, perché, come dice Lonzi, “l’intuizione è essa stessa un modo di vivere e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi razionale”. Un suggerimento che, però, ho letto nel 2012, nel saggio La critica è potere del 1970. Forse l’avevo assorbito da quell’autoritratto “disegnato” con le parole degli artisti, con le foto delle loro opere e con quelle della vita di Carla. In Sputiamo su Hegel con grande anticipo aveva individuato la questione rispetto a ogni processo rivoluzionario o di liberazione. Il nodo era il patriarcato, prima ancora del capitalismo. Parole profetiche. Ma il capitalismo c’è ancora e, per giunta, si poggia su un patriarcato fuori controllo. La battaglia è stata vinta rispetto all’esclusione totale delle donne, ma siamo ancora lontani rispetto alla coscienza. Come vediamo dai femmicidi che sono ormai eventi quotidiani. La coscienza millenaria del sopruso sessuale è lenta ad aggiornarsi.
La critica secondo Carla Lonzi
Eppure, sempre più frequenti sono le mostre di artiste. Convegni, mostre, dibattiti sul recupero storico delle esperienze femministe sono ormai prassi culturale diffusa. La confidenza con questi pensieri è spontanea quando leggo il diario di Lonzi. Come se continuassi un dialogo con una persona che conosco. “Ho deciso di fare la critica d’arte non per giudicare, ma per chiamare a me degli individui che volessero avere un’iniziazione più profonda di quello che non fosse quella culturale. (…) Mi sentivo una persona alla frontiera, che non era entrata nel paese, ma che sapeva che questo paese esisteva. (….) Avevo questo senso di estromissione. Ho provato interesse per gli artisti perché mi sembravano quelli che l’avevano meno. (…) L’atteggiamento critico, per me, è coinciso con un bisogno di intromissione nella situazione di altri“, si legge nel suo Autoritratto. “Quando ho capito che mi si chiedeva di immedesimarmi nello spettatore ideale, mi sono sentita a disagio. Che funzione era quella? L’artista ne ha bisogno, lo cerca, lo attrae, lo ricaccia lontano, nonostante tutto, fa il vuoto di creatività attorno a sé”, scrive Lonzi in Diario di una femminista – Taci anzi parla.

Carla Lonzi non fu del tutto ascoltata e compresa
I suoi libri femministi mi hanno aiutato e provocato perché mi mettevano davanti a contraddizioni che vivevo, ma che non pensavo di analizzare per leggere l’arte. Comunque, dopo aver letto Autoritratto, avevo chiesto a chi l’aveva conosciuta di raccontarmi di lei. A volte c’era una specie di reticenza, come se non avessero digerito un tradimento, come se non si fossero resi conto dell’accelerazione che aveva imposto alla critica d’arte. La sua radicalità femminista sembrava un argine. Incredibile. Erano gli stessi anni del movimento diffuso, delle manifestazioni nelle piazze. Lei, già nel 1959, definisce lo spazio in Malevič “un’emanazione della propria sensibilità pura“, “un deserto, senza oggetti naturalistici. Il coraggio del deserto è il metodo per sperimentare la libertà espressiva. In Malevič l’opera d’arte è un momento di alta coscienza e la sua prima qualità è esistere fuori dalle idee“. Leggendo queste descrizioni, mi stupisce che la sua decisione di fare tabula rasa non sia stata accolta come un’innovazione dell’arte stessa. Si era negli Anni ‘60-‘70, quando erano molto serrate le ricerche per tentare (cosa peraltro riuscita) una divergenza dagli schemi. Percepivo il rispetto per la scelta personale, ma non come stimolo al dialogo. Eppure, si trattava di un ambiente culturale che, a sua volta, esprimeva il proprio sistema di fare tabula rasa. Un’occasione persa.
L’insensata spaccatura tra il femminismo e la critica d’arte di Carla Lonzi
Carla Lonzi aveva intuito che – nonostante la sua radicalità fosse parente di quelle agite nell’arte – mettere in discussione l’origine del patriarcato era un salto. Anche nell’arte. È prevalsa la scelta di lasciare Carla Lonzi al femminismo e l’arte all’arte. Peccato. Si sono perse energie, ma migliaia di anni non si colmano in decenni. Del resto, anche le donne, sia dentro sia fuori il femminismo, fanno fatica ad abbandonare la protettiva illusione che l’arte sia un terreno universale, dove il conflitto uomo-donna si sana da solo. La sua critica senza scuse al patriarcato non ha vita facile. E Lonzi scriveva così: “14 agosto 1972 – L’autocoscienza è un’operazione così primaria per l’essere umano che gli permette di ridare senso a gesti ormai istituzionalizzati e consunti. Ad esempio, scrivere diventa uno strumento per fermare i pensieri e comunicarli ad altre. Non è più uno scrivere collegato con bisogni eccezionali e con il talento”; “15 agosto 1972 – Quando ho cominciato a fare la critica d’arte, mi ha attratto la possibilità di appoggiarmi a punto fermo: la realizzazione di altri. Analizzare, partecipare, scoprire, era soprattutto occuparmi di me pezzo per pezzo: era confrontare una realizzazione con la mia impotenza a realizzarmi. Ma alla fine, in Autoritratto (1969) – che è un riconoscimento dell’autenticità degli artisti e una mia auto investitura di soggetto – mi ero solo rafforzata nel rifiuto della cultura per isolare il momento artistico come autentico, ma non come mio, nella fiducia di un imprevisto dove portare alla luce la mia identità”.
Carla Lonzi tra immaginazione e realtà
E oggi come si possono “fermare i pensieri”? Migliaia di informazioni non determinano il numero dei partecipanti: spesso a una mostra, una conferenza, viene chi già si conosce. Forse c’entra l’età, ognuno segue la propria o gli inviti fuori circuito non attraggono come solo 20 anni fa? Domande sottovoce che rivolgo a me stessa consultando il suo diario Taci anzi parla, oggi riedito regolarmente. Mi rassicura confrontare il mio ricordo personale, immaginario, con quelli reali di suo figlio e di una regista che è anche sua nuora. Non ho mai incontrato Carla Lonzi, l’ho sempre letta e ascoltato chi aveva partecipato alle riunioni di “rivolta femminile” a casa sua, in Via Brera a Milano. Così è nata la mia amicizia con lei.
Francesca Pasini
Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo
Di Francesca Archibugi
FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA – Prima proiezione: 6 settembre 2026, ore 11, Sala Perla
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati