Puglia: a Monopoli torna il festival fotografico PhEST e interpreta il futuro
L'undicesima edizione del festival internazionale di fotografia e arte riunisce a Monopoli dal 7 agosto al 1° novembre 2026 artisti internazionali per riflettere su conflitti, crisi ambientale e rapporto tra immagini e realtà, trasformando il centro storico in un percorso espositivo diffuso
Tra futuri possibili, immagini che mettono in discussione la realtà e progetti che interrogano il presente da prospettive inattese, torna a Monopoli l’undicesima edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, dedicata quest’anno al tema What If?. Ideato da Giovanni Troilo, che ne firma la direzione artistica, l’evento vede Arianna Rinaldo alla curatela fotografica, Roberto Lacarbonara alla curatela della sezione arte contemporanea e Cinzia Negherbon alla direzione organizzativa, PhEST si svolgerà a Monopoli dal 7 agosto al 1° novembre 2026 (qui il programma completo e la mappa interattiva delle sedi).

L’undicesima edizione del festival PhEST è un esercizio sul possibile
What if? è la domanda attorno a cui prende forma l’edizione 2026 di PhEST, prodotta e promosso dall’associazione culturale PhEST e realizzata in collaborazione con Regione Puglia, A.Re.T. Pugliapromozione e Comune di Monopoli (insieme a una rete di partner pubblici e privati, tra cui l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale). Più che suggerire un esercizio di immaginazione, la domanda invita a mettere in discussione l’idea di un futuro già scritto: dalla crisi climatica all’intelligenza artificiale, fino ai conflitti e alle trasformazioni delle democrazie contemporanee, la manifestazione assume il presente come un terreno instabile, mettendo in discussione l’idea di un futuro già scritto. “What if? vuole essere un grimaldello politico del pensiero”, spiega il direttore artistico Giovanni Troilo, “vuole spingerci a immaginare scenari alternativi e a ragionare anche per assurdo su ciò che può appartenere al nostro presente e al nostro futuro”. È da questa prospettiva che prende forma il percorso espositivo, costruito non per offrire risposte, ma per moltiplicare le domande. Una delle immagini che meglio sintetizzano questo approccio è Metropolis, il progetto dedicato alle rare fotografie di scena realizzate da Horst von Harbou sul set del film di Fritz Lang. Ambientata proprio nel 2026, la città distopica immaginata dal regista tedesco quasi un secolo fa diventa oggi il punto di partenza per interrogarsi sul rapporto tra immaginazione e realtà, ricordando come il futuro sia spesso già inscritto nelle immagini del passato.

PhEST, una geografia dello sguardo
L’interrogativo che attraversa PhEST prende forma in una serie di opere che invitano a cambiare il punto da cui osserviamo il presente. “Da un lato What If? ci porta verso un mondo più magico, recuperando immaginazione ed emozione; dall’altro ci invita a guardare la realtà cercando però di cambiarla”, osserva Arianna Rinaldo, curatrice fotografica del festival. Più che proporre risposte, PhEST mette in dialogo opere che osservano il presente da prospettive diverse, alternando immaginazione, esperienza diretta e sperimentazione visiva.
Tra questi figurano What To Do With a Million Years di Juno Calypso, ambientato in un bunker antiatomico trasformato in uno scenario sospeso tra ironia e inquietudine, e la ricerca di Sara Angelucci, sviluppata durante la residenza nella Riserva Naturale di Torre Guaceto. Attraverso scansioni notturne della flora, l’artista invita a rallentare lo sguardo e a osservare processi naturali normalmente invisibili. Nella stessa direzione si muove Chloé Azzopardi, che immagina un diverso rapporto tra corpo, tecnologia e ambiente attraverso una serie di dispositivi realizzati con materiali organici.

A questa dimensione più visionaria si affiancano lavori che scelgono di raccontare il presente affidando la narrazione ai suoi protagonisti. È il caso di Frontline Rolls di Sergii Melnitchenko, realizzato a partire dalle fotografie scattate da soldati ucraini con macchine fotografiche usa e getta distribuite al fronte, un progetto che rinuncia allo sguardo dell’autore per lasciare emergere quello di chi vive la guerra in prima persona.

La fotografia come costruzione all’edizione 2026 del festival PhEST
I progetti dedicati ai conflitti contemporanei si interrogano non sulla cronaca ma sui modi in cui la violenza viene rappresentata e ricordata. Accanto a Frontline Rolls, il festival presenta We Will Stay Here as Long as There Will Be Thyme and Olives di Victorine Alisse, dedicato alla resistenza quotidiana della comunità palestinese di Wadi Fukin, mentre Marek Kita riflette sull’educazione alla guerra attraverso i campi militari estivi per bambini. Harri Pälviranta rielabora fotografie di cronaca del Novecento per indagare la costruzione mediatica della violenza, mentre Chinky Shukla guarda alle conseguenze ancora visibili dei test nucleari nel Rajasthan, mostrando come gli effetti dei test nucleari continuino a segnare territori e comunità.A mettere ulteriormente in discussione il rapporto tra immagine e verità contribuiscono anche Shadows and Mirrors, la mostra dedicata a Vivian Maier nel centenario della nascita, What Darwin Missed di Joan Fontcuberta e il progetto Cottingley Fairies, dedicato alla celebre vicenda delle fotografie delle fate del 1917. Tre percorsi diversi che ricordano come ogni fotografia sia anche una costruzione dello sguardo, una scelta che orienta il modo in cui interpretiamo la realtà.

Monopoli e PhEST: quando la città diventa mostra
PhEST continua a distinguersi anche per il rapporto che costruisce con Monopoli. Più che occupare spazi espositivi, il festival riattiva castelli, monasteri, chiese ed edifici storici, trasformando il patrimonio architettonico in parte integrante dell’esperienza di visita.

“PhEST conferma la capacità di Monopoli di essere luogo di incontro, confronto e innovazione”, ha sottolineato il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. “Quello che mi commuove di più è vedere i ragazzi che arrivano in visita scolastica e scoprono che tutto questo succede a casa loro”, ha aggiunto la direttrice organizzativa Cinzia Negherbon: “Ci sono persone che ci fermano per strada e ci dicono: ‘L’ultima volta che sono entrata qui era vent’anni fa’”. È anche in questa capacità di restituire temporaneamente luoghi e memorie alla comunità che PhEST trova una delle sue caratteristiche più riconoscibili.
Valeria Radkevych
PhEST
Dal 7 agosto al 1° novembre 2026
Sedi varie, Monopoli
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