Che pubblico c’è per la danza? La risposta nel reportage del festival FuoriFormato a Genova
Da Villa Durazzo Bombrini alle scalinate di Piazza De Ferrari, ecco com’è andata l'XI edizione del Festival diffuso di danza contemporanea, in scena dal 30 giugno al 3 luglio scorso. E la città si è scoperta pubblico
C’è una domanda rassegnata che circola tra chi la danza la fa e la programma: che pubblico c’è, oggi, per la danza contemporanea? Il corollario più velenoso è una sentenza che suona unanime: il teatro tiene, la danza no. E in un parterre come Genova la domanda pesa doppio, in questa estate 2026 orfana del Festival di Nervi e in una piazza rinomatamente severa, la città dello Stabile di Ivo Chiesa e Luigi Squarzina, della Tosse di Tonino Conte, di Akropolis e del Teatro dell’Ortica, centri detonatori dell’arte dal vivo cittadina. L’undicesima edizione di FuoriFormato, festival di danza e videodanza organizzato dal Comune di Genova, curato da Teatro Akropolis, RETE Danzacontempoligure e Augenblick, chiude con tremila presenze, dieci spettacoli, trentatré film, quattro giornate gratuite: il pubblico per la danza esiste, purché ad abbassarsi non sia il linguaggio ma la soglia che ne impedisce l’incontro.

“Swan” di Gaetano Palermo in piazza De Ferrari al festival FuoriFormato
Capita, infatti, che alle sette e mezza, in piazza De Ferrari, tra colletti bianchi, turisti, ragazzi, signore con la spesa, una donna-influencer sui pattini sollevi il telefono e cominci a riprendersi: una diretta, una posa, il frammento di una vita costruita per essere guardata, una delle immagini che attraversano ogni giorno le città, finché la sua avvenenza non inizia a stonare, le casse spaccano i timpani, esplodono gli spari e il corpo della star si incrina, si piega, si fa animale martoriato. È Swan di Gaetano Palermo, interpretato da Rita Di Leo. Sulle scalinate di Palazzo Ducale e intorno alla fontana gli avventori si avvicinano sconcertati, mentre dall’altro lato della piazza il Carlo Felice e la statua equestre di Garibaldi sorvegliano dall’istituzionalità della loro mole. Nessuno se ne va: si guarda, ci si ferma, si riflette.
La danza a Villa Durazzo Bombrini di Genova, tra gli stucchi e il porto
A Villa Durazzo Bombrini, nel Ponente, il luogo fa la sua parte, eccome; costruita dal 1752 su progetto di Pierre Paul De Cotte, unicum di architettura francese a Genova, si tratta di una villa di delizie poi consegnata all’industria e restituita a un Ponente cui di rado si riconosce il diritto alla bellezza. Dal salone delle feste le finestre si aprono sul porto; gli stucchi settecenteschi, i container, il mare e le gru convivono nella stessa inquadratura — la seta e l’acciaio, la villeggiatura e la fabbrica: una stratigrafia della città più che uno sfondo. In Quasi Niente N.1, Elia Pangaro e Alexander De Vries, con Noemi Piva, costruiscono una partitura di corsa, cammino e squilibri recuperati all’ultimo: il passo si fa cavalcata, un Napoleone da tela neoclassica, poi locomotiva, figura circense, un correre vorticoso e armonico; Piva è corpo-presenza, sguardo luminoso ed epifanico.

FuoriFormato a Genova trasforma artisti e pubblico in comunità
Nella Sala Camino, in Alexis 2.0 di Aristide Rontini, Cristian Cucco si trasfigura dal grigio del costume alla carne esposta, dance floor, voguing, il segno della croce accanto allo spudorato mostrarsi, arti lunghissimi e sguardo perturbante che affascina e respinge, con qualcosa di un giovane Carmelo Bene e del Nureyev fotograto e passato all’iconografia.
Poi arriva Gianni Notarnicola con Kama, e la sala respira diversamente: una danza-danzata, commovente nella sua limpida formalità, Michael Jackson a scandire il ritmo, la tecnica che si fa gioco, l’imprevisto che coinvolge i bambini in prima fila.
Chiude Konpira Fune Fune di Anna Pesetti/CollettivoDieci, passo a due che nel finale si sporca, quando la farina rende visibile l’aria attraversata dal movimento. Fra un lavoro e l’altro gli artisti siedono in platea, gli organizzatori parlano con gli avventori, in giardino si beve una birra mentre il caldo arretra: la qualità umana che distingue un cartellone da una comunità.
Louise Bédard e Panos Malactos sotto il porticato di Palazzo Ducale per FuoriFormato
Il giorno dopo il festival torna in piazza De Ferrari, sotto il porticato di Palazzo Ducale. Morceaux Choisis di Louise Bédard, coreografa e interprete canadese settantunenne, attraversa il proprio corpo con gioia e lirismo: signora in danza lirica, donna che cerca e mostra la sua sensibilità corporea ed elegante, una Baba Yaga che occupa lo spazio pubblico con la naturalezza di una ragazza, il tempo come materia del gesto.
Chiude, nel loggiato del Palazzo Ducale, Hire me, please del cipriota Panos Malactos, imponente interprete per grandi compagnie europee: body rosso, tacchi, maschera da unicorno. L’audizione diventa un dispositivo crudele e comico. Vendersi, chiedere di essere scelti, percorso e animato da tematiche queer, laddove negli abiti dimessi del riscaldamento, giù la maschera dell’audizione, della spaccata sguaiata, del canto, il movimento naturale dell’anima del danzatore, persona e non personaggio, si rivela senza ornamenti e, in abiti da prova, rapisce con la sua qualità e il suo respiro il loggiato astante.

A Genova il pubblico trova la danza senza doverla andare a cercare
Quello che resta, dopo quattro giorni di danza tra live e video performance, è un pubblico diverso da quello dei circuiti specialistici: molti giovani, spettatori occasionali, passanti trattenuti per caso davanti a una corsa, a un corpo, a una figura sui pattini. Il teatro, verrebbe da dire, “tiene” perché ha avuto secoli per costruirsi consuetudini e riti, mentre alla danza si chiede ogni volta di dimostrare di avere un pubblico. FuoriFormato suggerisce che quel pubblico c’è: mobile, intermittente, chiede occasioni, prossimità, una soglia attraversabile. Nelle torride estati cittadine porta un linguaggio, a torto relegato agli intenditori, in una forma gratuita, diffusa, frammentata e inclusiva: la danza abita per qualche ora una villa, una sala, una scalinata e trasforma i corpi quotidiani in spettatori. Genova porta scritta nel nome la propria vocazione (Ianua, porta) e una porta può restare chiusa, farsi confine, muro; per quattro giorni è stata aperta, e la città, attraversandola, si è scoperta pubblico.
Leonardo Orlandini
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