La danza contemporanea è una pratica politica. Intervista a Giovanni Di Cicco
“Il corpo non esegue: trasforma”. Il celebre coreografo, attivo tra la Fenice e le periferie genovesi, ci racconta perché la danza, intesa come gesto collettivo, antropologico, espressione della comunità, sia sempre un atto politico
C’è una domanda che attraversa tutto il lavoro di Giovanni Di Cicco (Genova, 1963) danzatore, coreografo, insegnante e direttore artistico italiano: cosa succede quando la danza smette di produrre spettacoli e comincia a produrre relazioni? La risposta non è teorica. È incarnata. E parte da un’immagine concreta: una processione a Granarolo, quartiere popolare genovese, una dozzina di ragazzi che portano a spalla la statua della Madonna della Guardia, si alternano sotto il peso, camminano al ritmo della banda. “Ho avuto una sensazione di gioia, ma anche di radicamento a quella comunità”. Prima ancora del teatro, prima della tecnica, il corpo già sapeva. Da quell’immagine e dalla domanda che porta con sé, si può cominciare a capire il percorso del fondatore di DEOS al Teatro Carlo Felice di Genova, figura trasversale tra la Fenice e le periferie urbane, tra l’Accademia Nazionale di Danza e RI-GENERAZIONE. Trent’anni di lavoro che non hanno mai rinunciato alla contraddizione come metodo.
![Giovanni Di Cicco, Chi sopravvive fa i saluti, Rassegna REC, Fondazione Luzzati[]Teatro della Tosse, 2026 Photo Donato Aquaro](https://www.artribune.com/wp-content/uploads/2026/07/giovanni-di-cicco-chi-sopravvive-fa-i-saluti-rassegna-rec-fondazione-luzzatiteatro-della-tosse-2026-photo-donato-aquaro-1024x576.jpeg)
Intervista al coreografo, insegnante e direttore artistico Giovanni Di Cicco
Cosa intende quando dice che la danza contemporanea può essere una pratica politica?
Nel dibattito contemporaneo il corpo è spesso ridotto a strumento esecutivo: lo si allena, lo si esibisce secondo un ideale estetico esterno. Costruiamo per tanto tempo un corpo idealizzato, ma con la pratica del danzare iniziamo a intuire che quel corpo si realizza dall’interno e non dall’immagine. Un’attenzione che è già, nella sua struttura più elementare, una forma di cura etica. Il pensiero parte dalle riflessioni della filosofia del corpo del Novecento, dove la coscienza non abita il corpo ma è il corpo, dove la percezione non precede il gesto ma lo costituisce. Quello che è sovversivo non è il contenuto. È il processo.
C’è qualcosa nel tessuto di Genova che entra nel suo lavoro?
Genova per me non è mai stata solo il luogo in cui lavoro ma da cui osservo; una bussola epistemica. L’ho sempre vissuta come un porto, sempre liberi di partire, di tornare e di restare. Una città chiusa, eppure mai abbandonata: è proprio questa chiusura ad avergli garantito la libertà di attraversare i contesti più importanti senza adattarsi ai loro codici.

Il coro e la poesia del singolo nell’opera di Giovanni Di Cicco
In che momento la coreografia diventa negoziazione con la comunità, con l’altro, con l’imprevisto del corpo vivo?
Nella mia pratica di coreografo convivono due piani in tensione produttiva. Da un lato c’è il coro, memoria di un gesto condiviso che appartiene alle comunità ben prima che esistessero i teatri. Dall’altro la poesia gestuale di ogni danzatore che non si disperde mai. Il materiale creativo di ciascun interprete non viene sacrificato alla coerenza coreografica, ma tenuto vivo nella tensione tra coralità del gesto comune e irriducibilità dell’individuale.
È la stessa logica della processione evocata in apertura: la fatica condivisa che smette di essere tale e diventa energia comune. I primi rituali sono le prime coreografie. Lo strumento esecutivo si dissolve e resta l’urgenza. La danza non si fa perché conviene, si fa perché il corpo lo chiede.

Da DEOS a RI-GENERAZIONE: Giovanni Di Cicco e il rigore del non-sapere
Guardando indietro a DEOS, alla Fenice, al Teatro Nazionale e ora a RI-GENERAZIONE che lavora sulla soglia instabile del “non-sapere” non c’è il rischio di una tensione irrisolvibile?
Con la fondazione di DEOS al Teatro Carlo Felice Di Cicco cerco di dimostrare che la ricerca coreografica può abitare i teatri d’opera senza esserne assorbita. Un gesto che anticipa tutto: la Fenice, il Teatro Nazionale, fino a RI-GENERAZIONE. Non c’è contraddizione, nessuna tensione. Io sono la stessa persona. Il criterio non è mai stato il contesto istituzionale, ma la qualità dell’attenzione che permetteva di mobilitare.
All’Accademia Nazionale di Danza porto la stessa logica, non scrivo mai la lezione, mi prendo un po’ di tempo per ascoltare come sono, poi entro in sala. Non è uno slogan: è un protocollo. Il non-sapere non è vuoto è la condizione da cui parte ogni gesto autentico. La libertà non è assenza di struttura è libertà dentro la struttura. Quelli che io chiamo binari, sono percorsi precisi in cui l’allievo si muove senza che l’interpretazione sostituisca la competenza. Perché, il luogo della lezione è sempre il luogo dello spettacolo.

La rete non fa la rivoluzione. Il contributo di Giovanni Di Cicco all’associazione REACT
Giovanni Di Cicco ha contribuito a fondare REACT, prima associazione italiana dedicata esclusivamente alla promozione nello spettacolo dal vivo, intersettoriale tra teatro, danza, circo e musica. Ma è il primo a non idealizzarla: “Il motore dell’associazione è stato principalmente occuparci del rapporto col Ministero”. Non è una critica è la descrizione di ciò che manca. Non artisti disposti al dialogo, ma strutture che lo rendano possibile senza consumare ogni risorsa nella sopravvivenza burocratica.

Cosa dovrebbe cambiare nel modo in cui l’Italia pensa la danza?
La risposta finale arriva per immagini: lo swing, il tango, il jazz, forme che la cultura codifica come generi e che per Di Cicco sono semplicemente danza. Il problema è che non si collega la danza alla danza, si collega la danza ai generi. La frammentazione è il sintomo di qualcosa di più profondo: la perdita del movimento come linguaggio comune e come pratica antropologica prima ancora che artistica. Non è nostalgia è la rivendicazione filosofica che il corpo, il gesto collettivo, il ritmo condiviso dovrebbero tornare al centro di qualsiasi idea di formazione umana. Nessuna rete di promozione può sostituire quella rivoluzione più profonda.
Pasquale Napolitano
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