Resistenza poetica e sguardi d’altri tempi. Le morti di Fausto Delle Chiaie e Pericle Guaglianone 

L’artista Fausto Delle Chiaie e il critico Pericle Guaglianone erano spiriti indipendenti che andavano onorati tra i vivi. L’artista Pino Boresta ricorda due profili che hanno perseguito la libertà, chi sulla strada, chi sulla pagina

A chi non piacerebbe assistere a quello che accadrà, nella parte di mondo che lo circondava (parenti, amici, nemici, colleghi, conoscenti, falsi amici, collezionisti, estimatori, detrattori, cronaca ecc.), dopo la propria morte? Credo che, potendo, nessuno rinuncerebbe a una curiosità del genere. Ebbene, a causa di due tristi avvenimenti di questi ultimi giorni, io una mezza idea potrei anche essermela fatta.

Fausto Delle Chiaie: un’urgenza viscerale e il caos della strada

Il primo di questi eventi è la morte, il 4 luglio scorso, di Fausto Delle Chiaie, il cui lavoro e percorso artistico veniva spesso accomunato al mio, come ricorda anche la voce “Arte urbana – Roma” nell’Enciclopedia Treccani. Su di lui ho scritto un ricordo intitolato L’Infrazione Suprema di due Situazionauti, che ho poi postato su Facebook. In quel testo parlo dell’incredibile coincidenza — quasi un’ultima performance programmata — che mi ha visto essere dimesso dall’ospedale di Colleferro proprio tre giorni prima che lo stesso identico luogo ospitasse la camera ardente di Fausto. Un tragico e beffardo cambio della guardia che ha unito, ancora una volta, i nostri destini di pionieri della street art romana: pur con armi diverse — le sue “infrazioni” con oggetti trovati e la mia Situazionauta sticker art —, abbiamo condiviso la stessa urgenza viscerale di sottrarre l’arte ai musei per restituirla al caos della strada. Come ha splendidamente ricordato Barbara Martusciello su Art A Part of Cult(ure), Fausto era un artista totale, puro e rigoroso, capace di fare della sua stessa vita un’opera d’arte pubblica, senza compromessi con il mercato. Essere citato in quel coro di memorie storiche mi commuove e mi onora: Fausto non creava semplicemente oggetti, ma scardinava la percezione dello spazio urbano con un’ironia tagliente che era, in realtà, una forma di resistenza poetica. La sua assenza lascia un vuoto incolmabile sui marciapiedi di Piazza Augusto Imperatore dove era situato il suo Museo a cielo aperto, e nelle strade di Roma, ma la sua lezione di libertà resterà un punto di riferimento eterno per chiunque creda in un’arte che respira con la vita.

Fausto Delle Chiaie e Pericle Guaglianone nei ricordi di Pino Boresta
Fausto Delle Chiaie

Pericle Guaglianone: l’indipendenza di giudizio che non cercava il consenso

Domenica scorsa è morto Pericle Guaglianone, critico e curatore romano. Ci conoscevamo da molti anni ed entrambi scriviamo per Artribune. È tutto da leggere il bello e sentito coccodrillo scritto dal nostro direttore Massimiliano Tonelli. Ricordo che ci eravamo conosciuti moltissimo tempo fa (credo almeno un ventennio) durante un dopomostra o un vernissage a casa di qualcuno, anche se non ricordo di chi. Era seduto, o forse appoggiato, a un tavolo rotondo di quelli che si usavano nei soggiorni delle case di una volta; mi stava osservando già da un po’ e, appena gli arrivai a tiro, esclamò: “Pino Boresta!”, come a dire “io ti conosco e so chi sei“. Dopo di che mi disse come si chiamava, scherzammo un po’ sui nostri nomi e parlammo subito del mondo dell’arte. Ricordo che a un certo punto, essendoci appena conosciuti, ci fu anche un momento un po’ imbarazzante. Non so come andò, ma gli dissi — forse un po’ spocchiosamente, cosa strana per me che in genere non lo sono mai, ma probabilmente volevo fare colpo su una persona chiaramente intelligente —: “E chissà, un giorno potrai dire: ho conosciuto e parlato con Pino Boresta“. Al che lui rispose pronto: “Oppure potresti dire tu, un giorno: ho conosciuto e parlato con Pericle Guaglianone“. In seguito ci incontrammo spesso a mostre, fiere e grandi eventi, come la Biennale di Venezia (anche a quest’ultima). Essendo lui un tipo schivo, non sempre ci salutavamo, a meno che i nostri sguardi non si incrociassero proprio; a volte, però, ci siamo fermati a parlare di quello che avevamo visto. Nel tempo non abbiamo mai avuto l’opportunità di collaborare a progetti comuni, e non ho mai capito se questa nostra incerta amicizia sia stata influenzata da quel particolare incontro iniziale. Fatto sta che tra noi vi era sicuramente una profonda stima reciproca, pur non avendo mai saputo bene cosa pensasse davvero del mio lavoro. Pericle aveva un suo modo di pensare che andava dritto, senza fare sconti a niente e a nessuno. Questo mi spinse a inserire il suo nome, in un mio articolo su Julietin cui parlavo del mio ArtBlitz al secondo Festival dell’arte contemporanea di Faenza nel 2009, tra quelli che si rifiutarono di firmare per il mio progetto Firma Boresta. Nel pezzo sostenevo di poter accettare la sua scelta, a differenza di quella di altri “amici” del mondo dell’arte, ma facevo capire che in ogni modo ne rimanevo dispiaciuto, e per questo lo avevo inserito in quella lista. Dopotutto, è giusto che ognuno sia sempre libero nelle proprie decisioni, al di fuori e al di sopra di ogni falso compromesso. Proprio questa sua assoluta onestà intellettuale e libertà di giudizio si rifletteva nella sua attività critica, come ha giustamente evidenziato Tonelli nel suo tributo su Artribune. Pericle possedeva una scrittura straordinaria: limpida, colta, mai banale, mossa da un’intelligenza acuta e da una rara indipendenza di giudizio. Leggere i suoi testi significava confrontarsi con uno sguardo d’altri tempi, capace di radiografare il sistema dell’arte andando dritto al cuore delle cose. Non cercava il consenso facile, cercava la verità profonda dell’opera, e questa sua dote rara lo rendeva una firma di punta insostituibile nel panorama contemporaneo.

Il paradosso del dopo-morte: quando il silenzio diventa memoria

Ebbene, perché dico che sono riuscito a sbirciare cosa accade dopo la morte? Perché guardando il vuoto lasciato da Fausto e da Pericle, ho capito che il “mondo che ci circonda” non si limita a piangere la scomparsa di un corpo, ma si attiva per ricomporre i pezzi di una storia comune. Attraverso i coccodrilli, le memorie di chi resta, gli articoli su Artribune o Art A Part of Cult(ure), ho visto come il sistema dell’arte metabolizza i suoi protagonisti, revealing finalmente le stime sommerse, i legami invisibili e i silenzi che in vita non abbiamo avuto il tempo (o il coraggio) di colmare. Tuttavia, c’è un retrogusto amaro e sibillino in questa improvvisa epifania. Si assiste a un paradosso grottesco, una recita di cui l’ambiente dell’arte è specialista consumato: figure valide, autentiche, spesso bistrattate, isolate o relegate ai margini della “grande festa” finché respirano, vengono istantaneamente glorificate, celebrate e incensate non appena passano a miglior vita. Una pioggia di lodi postume che puzza di senso di colpa o, peggio, di mero opportunismo intellettuale. La vera ipocrisia sta proprio qui: ci si affretta a costruire monumenti di parole a chi non c’è più, continuando contemporaneamente, ostinatamente, a ignorare, dimenticare ed emarginare quegli stessi spiriti liberi che sono ancora vivi, attivi e in mezzo a noi. Viene in mente la tagliente ironia di Jean Cocteau, che descriveva magistralmente questo cinico tempismo del consenso dicendo: “Il pubblico preferisce gli artisti morti perché sono più facili da gestire e non possono più fare obiezioni”. Il sistema si sente al sicuro solo con le ceneri. Ed è un’ipocrisia vecchia come il mondo, la stessa che Oscar Wilde riassumeva nel suo caustico ritratto della società bourgeois: “La pubblica ammirazione è la forma più alta di perdono che una comunità possa concedere a chi ha osato essere un individuo; ma si preferisce di gran lunga concederla quando quell’individuo è ormai sottoterra”. In fondo, sbirciare il dopo-morte serve proprio a questo: a ricordarci che l’arte è una scommessa feroce che andrebbe onorata tra i vivi, prima che il sipario cali e le lacrime diventino soltanto l’ennesima posa da vernissage. Ciao caro Fausto, ciao caro Pericle, buon viaggio. Compagni di strada e di spigoli con cui non servivano grandi parole per sapere di stare, dopotutto, dalla stessa parte. Anche attraverso i nostri silenzi e le distanze di una vita, sono certo che le nostre traiettorie si siano riconosciute e, a modo nostro, profondamente stimate.

Pino Boresta

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Pino Boresta

Pino Boresta

Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue…

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