Ogni apocalisse non è che un nuovo inizio. Riflessioni sulla mostra di Giuseppe Di Liberto a Venezia
La fine è solo una fase di un ciclo eterno e molto più grande di noi: è quanto suggerisce l’installazione di Giuseppe Di Liberto per la project room di Ca’ Pesaro a Venezia, fino al 6 settembre. Un lavoro in cui l’apocalisse emerge non come tragedia, ma come ineluttabile tensione
Ci sono momenti in cui bisogna essere fieri. Dei nostri pensatori, dei nostri artisti, dei nostri musei. Senza per forza scadere nella banalità del noi-contro-loro, senza crogiolarsi nell’italico orgoglio: essere fieri significa banalmente saper apprezzare la qualità del nostro lavoro. In questi ultimi anni dovremmo essere fieri di Federico Campagna, filosofo, docente al Royal College of Art di Londra e direttore della nuova scuola d’arte e filosofia Agora a Ginevra: da circa un decennio il suo nome è tra i più internazionalmente riconosciuti per quanto riguarda l’intersezione tra metafisica e studi culturali, grazie a libri quali Magia e tecnica (Tlon, 2021), Cultura profetica (Tlon, 2023) e Altrimondi (Einaudi, 2026). L’influenza sulle arti visive è poi inevitabile: l’anno scorso, ad esempio, la rassegna 8albe in Val di Noto curata da Lucia Pietroiusti si ispirava anche al pensiero di Campagna nell’indagare cosmogonie e apocalissi. Lo stesso fa Giuseppe Di Liberto (Palermo, 1998) nella sua mostra veneziana all’interno della project room di Ca’ Pesaro, con la curatela di Marta Cereda e Giulia Mariachiara Galiano. Altri tre nomi di cui andare fieri.

L’opera di Giuseppe Di Liberto a Ca’ Pesaro
Si intitola Per sempre, fino alla fine l’intervento che Di Liberto ha concepito per Ca’ Pesaro. Un titolo particolarmente romantico per un’opera che al primo impatto si presenta brutale: una composizione rettangolare di lastre di calcestruzzo distesa a pavimento, apparentemente anonima e lapidaria, almeno se osservata nella fase finale del suo ciclo. Il lavoro, infatti, si costituisce nel continuo cambiamento: sopra alle lastre è posta una serie di nebulizzatori che – ad intervalli di un’ora – irrorano la superficie di acqua. Penetrando nel calcestruzzo, essa svela così un disegno, tracciato dall’artista con della vernice trasparente idrorepellente e destinato a scomparire con la progressiva asciugatura. Ad accompagnare il tutto, una fragranza sviluppata dalla naso Alessandra Avanzi, con note di carbone e legno bruciato. Acqua e fuoco.

Immaginari dell’apocalisse nella mostra di Giuseppe Di Liberto a Venezia
Per comprendere come e perché questo lavoro parli di apocalisse è necessario partire – come spesso accade – dal significato della parola stessa. Come ricorda Marta Cereda in uno dei testi che accompagnano la mostra, “apocalisse” significa propriamente “rivelazione”. Il motivo per cui nel linguaggio comune questo termine vada a definire una catastrofica fine del mondo è da ricondurre al Nuovo Testamento: con questa parola, infatti, comincia l’ultimo libro della Bibbia, e dunque la fine dei tempi. “Apocalisse” è quindi una parola dal senso originariamente profetico e solo conseguentemente escatologico: entrambi i livelli sono presenti nel lavoro di Giuseppe Di Liberto, a partire dal processo che pone in essere. La rivelazione del disegno è – di fatto – un avvenimento epifanico: dal calcestruzzo affiora un cammeo di barche e flutti, circondato da una composizione floreale tra cui emerge, a memento mori, il dettaglio di un cranio. È solo una delle immagini che Di Liberto avrebbe potuto estrarre dal suo archivio, che si compone, tra le altre cose, di “miniature medievali, meme nichilisti, frame di TikTok, iconografie religiose della dannazione”, come spiega nel suo testo Giulia Mariachiara Galiano. Un effettivo atlante dell’apocalisse.

La fine è l’inizio
Non solo rivelazione, ma anche progressivo celamento, autodistruzione: se questo lavoro si rapporta alla fine è perché postula una completa visibilità – e quindi una piena intelligibilità – solo momentanea. La maggior parte del suo sviluppo, ovvero il processo di asciugatura del calcestruzzo, comporta l’incomprensibilità dell’immagine, perché incomprensibile è lo stesso concetto di fine, o di morte, per chi vive. Ma tra le tante cose che ci insegna Federico Campagna nei suoi libri è che se vogliamo parlare di apocalisse e di fine del mondo dobbiamo sempre usare il plurale. La storia della nostra esistenza è costellata di imperi caduti, civiltà dimenticate, saperi perduti e specie estinte. Se siamo dentro una apocalisse è la nostra fine che dobbiamo accettare, non quella di tutte le cose. Dopo di noi verranno altri e dopo loro altri ancora. In un continuo ciclo di creazione e distruzione. Per sempre, fino alla fine.
Alberto Villa
Venezia // fino al 6 settembre 2026
Giuseppe Di Liberto. Per sempre, fino alla fine
CA’ PESARO – Calle del Tentor, Santa Croce 2076
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