Il primo passo per far ripartire le aree interne? Piantarla di usare la parola “resilienza”

Sempre più utilizzata per descrivere la capacità dei territori di reagire allo spopolamento, la resilienza è diventata una parola chiave delle politiche per le aree interne. Diversi studiosi, tuttavia, mettono in guardia dai rischi di una retorica che deresponsabilizza la pubblica amministrazione

Immaginiamo di trovarci nella sala consiliare di un qualsiasi paesino dell’entroterra italiano. Sul tavolo c’è un tema che accomuna centinaia di territori: lo spopolamento. Amministratori, tecnici, associazioni, cittadini e fantomatici progettisti discutono su come invertire la tendenza, trattenere i giovani, attrarre nuovi abitanti, ecc. In un confronto del genere, c’è una parola che con ogni probabilità tornerebbe più e più volte nel corso dell’evento, come un ritornello svuotato di significato: resilienza. Verrebbe pronunciata per descrivere la capacità di una comunità di resistere, reinventarsi, sopravvivere alle difficoltà. Eppure, proprio per la sua frequenza, viene da chiedersi quante volte questo termine sia utilizzato con consapevolezza e quante, invece, finisca per diventare una formula rassicurante, buona per spiegare tutto e il contrario di tutto.

Cosa si nasconde dietro il concetto di “resilienza”?

Negli ultimi anni il termine “resilienza” ha conosciuto una diffusione straordinaria, diventando un caso unico nel lessico pubblico contemporaneo. Nato come concetto specialistico e impiegato in ambiti come l’ingegneria, l’ecologia e l’economia, è progressivamente diventato una delle parole chiave del dibattito politico, economico e sociale. A favorirne la popolarità è stata senza dubbio la pandemia di Covid-19, che l’ha trasformato in una parola d’ordine collettiva. Politici, medici, imprese e media l’hanno utilizzata per descrivere la capacità di affrontare una crisi senza precedenti, attribuendole significati sempre più ampi. Nel giro di pochi anni questa nozione è entrata stabilmente nel linguaggio comune, fino a diventare un riferimento quasi obbligato. Ma cosa significa davvero quando viene applicata alle aree interne? E quali implicazioni porta con sé? Dietro l’apparente neutralità del termine si nasconde infatti un dibattito molto più complesso, che da anni coinvolge geografi, sociologi, economisti e antropologi. La questione non riguarda soltanto il significato della parola, ma il modo in cui orienta l’interpretazione dei problemi dei territori e delle possibili risposte politiche.

Foto di Johannes Beilharz su Unsplash
Foto di Johannes Beilharz su Unsplash

Il concetto di resilienza applicato alle aree marginali

Se da un lato la resilienza richiama la capacità delle comunità locali di “reagire a un trauma, a una difficoltà, a una crisi” (Alessandra Faggian) facendo leva sulle proprie risorse, dall’altro alcuni sociologi e antropologi hanno evidenziato il rischio che questa parola finisca per spostare l’attenzione dalle cause strutturali dei problemi alla sola capacità di adattamento dei territori. Nel caso delle aree interne, il declino demografico, la scomparsa dei servizi e l’aumento delle disuguaglianze sono il risultato di processi lunghi e profondi. Per questo interrogarsi sul significato della resilienza significa porsi una domanda più ampia, che va oltre l’uso mainstream del termine: quando parliamo di resilienza stiamo parlando della capacità di costruire un futuro diverso per i “luoghi lasciati indietro” (Paul Collier) o, più semplicemente, li stiamo invitando a convivere con i propri problemi, trovando una soluzione in autonomia?

Quando la resilienza rischia di sostituire la politica

Una delle principali ragioni per le quali il concetto di resilienza si è diffuso così rapidamente è certamente la sua immediatezza e apparente semplicità”, scrive Alessandra Faggian in Manifesto per riabitare l’Italia (Donzelli Editore 2020). E così certamente è. Negli ultimi anni il concetto di resilienza si è imposto come una delle categorie più utilizzate nel dibattito sulle aree interne e, più in generale, sulle politiche di sviluppo dei territori “minori”. Il termine viene spesso impiegato per descrivere la capacità delle comunità locali di reagire a fenomeni come lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, la riduzione dei servizi pubblici e le difficoltà economiche. Eppure, proprio il successo di questa nozione ha alimentato un ampio filone critico, secondo il quale esaltare il concetto di adattamento delle comunità locali rischia di far passare in secondo piano problemi e possibili soluzioni che invece spetterebbero alle istituzioni pubbliche.

Foto di Beth Chobanova su Unsplash
Foto di Beth Chobanova su Unsplash

La resilienza come dispositivo ideologico

Tra i principali sostenitori di questa posizione vi è il teorico inglese Mark Neocleous, secondo cui la resilienza rischia di trasformarsi in un dispositivo ideologico che sposta l’attenzione dalle cause delle crisi alla capacità dei soggetti di adattarsi alle loro conseguenze. “La cittadinanza neoliberale non è altro che un addestramento alla resilienza come nuova tecnologia del sé: un addestramento a sopportare qualsiasi crisi attraversi il capitale e qualsiasi misura politica lo Stato metta in atto per salvarlo” (Resisting resilience, in Radical Philosophy). Secondo questa prospettiva, l’accento posto sulla “resilienza” delle comunità locali può finire per oscurare le responsabilità delle istituzioni e delle politiche pubbliche. Applicata alle aree interne, tale impostazione rischia di normalizzare condizioni di marginalità e declino, presentando come esempi virtuosi di resilienza situazioni che derivano invece da decenni di disinvestimento, centralizzazione dei servizi e squilibri territoriali.

Le critiche teoriche alla resilienza

Posizioni simili sono quelle del politologo Jonathan Joseph e dello storico britannico David Chandler. Per Joseph, la diffusione di questo concetto è legata all’affermazione di modelli di amministrazione pubblica che trasferiscono sempre più responsabilità dagli apparati istituzionali alle comunità locali. In questo quadro, ai territori viene chiesto di auto-organizzarsi e trovare soluzioni ai propri problemi anche in presenza di risorse limitate. In maniera analoga, Chandler sottolinea come la resilienza promuova l’idea di una società chiamata a convivere permanentemente con l’incertezza, privilegiando l’adattamento rispetto alla trasformazione. Se trasposta nelle politiche per le aree interne, questa visione rischia di rafforzare l’idea che il compito principale delle comunità sia gestire il declino, anziché rivendicare interventi capaci di modificarne le cause.

Queste critiche, tuttavia, non mirano a eliminare il concetto di resilienza dal dibattito pubblico. Molti studiosi riconoscono che la capacità di reagire alle crisi rappresenta una risorsa importante per i territori. Il punto, piuttosto, è evitare che diventi un alibi per ridurre il ruolo delle politiche pubbliche e scaricare sulle comunità locali responsabilità che richiedono interventi strutturali e investimenti di lungo periodo.

Resistere e adattarsi non basta

Quando si parla di territori periferici e montani, dunque, la capacità di resistere e adattarsi alle nuove condizioni di vita può certamente rappresentare un elemento importante da rilevare, ma non deve essere considerata sufficiente a definirne il futuro. L’adattamento può essere necessario, ma diventa problematico quando sostituisce la possibilità di trasformare le condizioni che producono il declino. Il rischio della retorica della resilienza, dunque, è quello di trasformare la sopravvivenza in una strategia politica, accettando implicitamente la riduzione dei servizi e delle opportunità come una condizione inevitabile.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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