L’artista Noemi Priolo porta a Venezia un ecosistema immaginario: la natura tra materia, mito e metamorfosi
La mostra, aperta fino a novembre, si presenta come un ambiente immersivo nel quale le opere dialogano tra loro fino a costruire un unico ecosistema
La natura, nel lavoro di Noemi Priolo (Palermo, 1990), è una forza primaria, un organismo in continua trasformazione che ingloba l’umano, lo mette in discussione e lo restituisce come parte di un sistema più ampio, dove animale, vegetale e artificiale convivono senza gerarchie. Così l’artista costruisce da anni una ricerca scultorea che affonda le radici nell’immaginario arcaico della Sicilia, trasformando memorie ancestrali, miti e paesaggi interiori in presenze ibride, spesso inquietanti e seducenti allo stesso tempo.

Chi è Noemi Priolo
Dopo la formazione all’Accademia di Belle Arti di Palermo e il lungo periodo trascorso nel Regno Unito, esperienza che ha contribuito ad ampliare il suo vocabolario visivo, Priolo ha sviluppato un linguaggio riconoscibile, fondato sulla contaminazione tra materiali e significati. Resine, vetro, metalli, pellicce, piume e oggetti recuperati vengono assemblati in organismi che sembrano appartenere a un’evoluzione alternativa, sospesa tra reperto archeologico e creatura futura. Il suo lavoro si muove costantemente sul confine tra attrazione e perturbante, facendo della metamorfosi il proprio principio costitutivo.

La mostra “ErbaLuce” di Noemi Priolo da Bubble Space a Venezia
E questa poetica trova una nuova sintesi in ErbaLuce, la mostra personale curata da Vincenzo Alessandria e ospitata negli spazi veneziani di Bubble Space fino al 22 novembre 2026. Il progetto si presenta come un ambiente immersivo nel quale le opere dialogano tra loro fino a costruire un unico ecosistema. L’idea di paesaggio viene qui completamente ridefinita: uno spazio da attraversare, nel quale le consuete categorie che distinguono naturale e artificiale, organico e sintetico, perdono progressivamente consistenza. Centro dell’allestimento è l’installazione che dà il titolo alla mostra, una grande scultura che assume le sembianze di una pianta immaginaria ispirata al cardo selvatico tipico delle aree aride del Mediterraneo. Dal terreno di pietra lavica emerge uno stelo in alluminio dal quale si sviluppano foglie spinose e fioriture realizzate in vetro. La scelta dei materiali costruisce un dialogo continuo tra durezza e fragilità, opacità e trasparenza, mentre i fiori assumono una forma sorprendente: mani raccolte in preghiera, rivolte verso l’alto. Il gesto richiama inevitabilmente la spiritualità, ma nell’universo di Priolo sembra perdere qualsiasi riferimento confessionale per trasformarsi in un atto di ascolto della materia stessa, come se la natura custodisse una propria forma di coscienza.

L’artista Noemi Priolo porta a Venezia un ecosistema immaginario
Anche la narrazione che accompagna l’opera procede per paradossi. La pianta viene immaginata come una specie infestante capace di diffondere spore velenose, ma il veleno non coincide con la distruzione: diventa invece occasione di trasformazione, conducendo a una condizione di serenità e riconciliazione. È una riflessione che attraversa gran parte della ricerca dell’artista, dove ciò che appare minaccioso si rivela spesso generativo e dove ogni forma contiene la possibilità di una mutazione.

“ErbaLuce” di Noemi Priolo: le opere in mostra
Questa tensione verso la metamorfosi prosegue nella serie Amor Mundi, composta da nove sculture disseminate nello spazio espositivo. Le opere si presentano come corpi compatti e lucenti dai quali si diramano appendici filamentose, evocando morfologie che ricordano il mondo degli insetti senza mai aderirvi completamente. Sono presenze che sembrano proliferare silenziosamente, insinuandosi nell’architettura della galleria come organismi autonomi. Il riferimento al celebre concetto elaborato da Hannah Arendt introduce una chiave di lettura ulteriore: l'”amore per il mondo” evocato dal titolo non coincide con una visione idealizzata della natura, ma con la disponibilità ad accogliere la complessità, la contaminazione e la convivenza tra differenze. A chiudere il percorso è 965, opera costruita attraverso un processo di accumulazione in cui una moltitudine di elementi minimi genera una superficie compatta ma mai uniforme. La struttura sembra continuare idealmente oltre i limiti fisici dell’installazione, suggerendo un processo di crescita potenzialmente infinito. Ancora una volta è la trasformazione, più che l’oggetto concluso, a diventare il vero soggetto dell’opera.
Noemi Priolo. Erbaluce
Fino al 22 novembre 2026
Bubble Space
Dorsoduro, 19, Venezia
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