In libreria c’è un volume che aiuta a capire come l’arte possa essere strumento per elaborare il dolore 

Si intitola “Euforia” il libro di Giuseppe Mastromatteo che, creando un ponte tra arte e psicoanalisi, interpreta questa peculiare e provvisoria condizione, come l’unica che portando alla luce traumi altrimenti nascosti, permette di affrontare il dolore senza esserne travolti

Che cos’è lo stile? Forse una delle definizioni più felici è quella proposta dal teologo benedettino Elmar Salmann, che lo descrive come un “matrimonio tra necessità e libertà”: l’incontro tra ciò che ci accade e la forma che scegliamo di dare alla nostra esistenza
È precisamente su questo crinale che si muove Euforia di Giuseppe Mastromatteo (Busto Arsizio, 1970), artista, fotografo e direttore creativo. Un libro di immagini organizzato in stanze tematiche, ma soprattutto una riflessione sul modo in cui l’essere umano possa abitare il dolore senza esserne travolto. Un’opera, uscita per la collana Sguardi e visioni di Mimesis, che utilizza la fotografia per interrogare la memoria, il trauma, l’identità e, in definitiva, il significato stesso dell’arte. Uno spazio crepuscolare, quasi una zona purgatoriale, “un confine che raramente si riesce a raccontare”, un varco attraverso cui il dolore può essere osservato, nominato e infine trasfigurato. In questo modo Mastromatteo compie un gesto controcorrente, restituendo dignità alla complessità dell’esperienza umana.

Cover di "Euforia" il nuovo libro di Giuseppe Mastromatteo
Cover di “Euforia” il nuovo libro di Giuseppe Mastromatteo

La maschera come strumento di mediazione nel libro di Mastromatteo

Le immagini raccolte da Mastromatteo non rappresentano semplicemente il reale. Lo attraversano, lo interrogano, lo sospendono. Al centro del libro compare una figura archetipica: la maschera. Non la maschera come occultamento, ma come mediazione. I latini chiamavano persona la maschera teatrale perché attraverso di essa la voce risuonava più intensamente. Non nascondeva l’identità: la rendeva udibile. Così le maschere di Mastromatteo abitano il confine tra essere e apparire, tra esperienza e racconto, tra trauma e memoria. In questo spazio intermedio diventa possibile, per usare l’espressione di Philp Prodger, “negoziare con il tempo”.

Giuseppe Mastromatteo e l’idea di “Euforia” come condizione temporanea

È qui che prende forma l’idea stessa di Euforia. Non come felicità superficiale o eccitazione permanente, secondo l’imperativo contemporaneo della positività obbligatoria, ma come una fragile apertura nel buio. Una condizione provvisoria che permette di guardare l’abisso senza esserne inghiottiti. Non la cancellazione del dolore, ma la conquista di una distanza sufficiente per osservarlo e comprenderlo.

La vicenda biografica dell’autore costituisce il fondale dell’opera, ma non ne rappresenta mai il centro. La malattia della sorella, le fratture familiari, il senso di sradicamento e le ferite dell’infanzia non vengono esibiti come confessione autobiografica. Diventano piuttosto il materiale attraverso cui interrogare una condizione universale. In questo senso Euforia si colloca all’interno di una lunga tradizione artistica che va da Van Gogh a Munch, da Frida Kahlo a Louise Bourgeois. La sofferenza non viene né rimossa né celebrata. Diventa materia di lavoro.

L’arte non come antidoto ma come forma del dolore

È forse questa una delle intuizioni più profonde del libro. L’arte non elimina il dolore, gli dà una forma. Come scrive György Lukács, l’arte “tratta forme e perviene a forme”. Oppure, per usare le parole di Mastromatteo, offre un contorno a ciò che appariva frammentario, incompiuto, informe. Attraverso le immagini, ciò che era soltanto esperienza subita diventa possibilità di comprensione.

“Euforia” un libro per riflettere sull’importanza di affrontare i propri dolori

E non è forse questo il lavoro dell’artista? In un’epoca che tende a espellere il dolore dallo spazio pubblico, Euforia compie un gesto opposto. La modernità ha progressivamente allontanato la morte dallo spazio della vita quotidiana. Potremmo leggere Euforia come una silenziosa contestazione dell’Editto di Saint-Cloud, che all’inizio dell’Ottocento trasferì i cimiteri fuori dalle città. Non perché Mastromatteo voglia riportare la morte al centro della scena, ma perché rifiuta ogni rimozione del negativo. L’arte nasce proprio dall’attraversamento di ciò che ferisce, inquieta e destabilizza. Non per educare o consolare, ma per mettere in discussione le nostre certezze. In questo senso Euforia è anche un ponte tra arte e psicologia. Mostra come le immagini che custodiamo non siano semplicemente residui del passato, ma forze attive che continuano a modellare il presente. L’obiettivo non è cancellare la memoria né restarne prigionieri. È renderla abitabile. Trasformarla in uno spazio nel quale la vita possa essere nuovamente compresa.

Per questo l’opera di Mastromatteo possiede una qualità profondamente orfica. Il suo movimento fondamentale consiste nel “riportare alla luce ciò che si nasconde”. Viene spontaneo pensare a Dino Campana e a tutti quegli artisti che hanno attraversato il territorio oscuro della sofferenza per trasformarlo in visione. La discesa nel buio non è mai fine a sé stessa. Serve a recuperare qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile.

Lo stile di Mastromatteo nelle pagine di “Euforia”

Tra appartenenza e distanza, tra partecipazione e osservazione, prende forma lo stile di Mastromatteo. Un’estetica dell’assenza, del silenzio e della separazione. Un silenzio che richiama la sospensione contemplativa di Rothko, la rarefazione di Morandi, le pause di John Cage. Non un vuoto da riempire ma uno spazio da liberare. La fotografia occupa qui un ruolo decisivo. Come ha osservato Roland Barthes, ogni fotografia custodisce un paradosso: conserva ciò che è stato e insieme testimonia la sua irrimediabile perdita. È sempre un dialogo con un’assenza. Per questo le immagini di Mastromatteo non cercano la verità dell’oggetto ma quella dell’esperienza. Non documentano semplicemente il reale, costruiscono un contenitore emotivo capace di trattenere ciò che altrimenti andrebbe disperso.

L’arte nella visione di Giuseppe Mastromatteo

A questo punto il pensiero corre inevitabilmente a una delle pagine più celebri del Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda, quella degli ori e dei gioielli ritrovati nel pitale. In quella scena l’inorganico sembra sottrarsi al vortice delle passioni umane. Gli oggetti, proprio perché privi di vita, manifestano una perfezione che la vita stessa non possiede. Qualcosa di simile accade nelle immagini di Mastromatteo. Maschere, volti e oggetti sembrano arrestare per un istante il tumulto dell’esistenza. Non negano il dolore, ma lo trasformano in immagine. Diventano frammenti di permanenza nel caos.
È forse questa una delle funzioni più profonde dell’arte: costruire un luogo in cui il movimento incessante dell’esperienza possa arrestarsi senza spegnersi. Un luogo in cui la vita trovi una forma senza perdere la propria complessità.
L’arte forse non salverà il mondo ma per certo ci offre “una direzione diversa” per definire “nuovi immaginari collettivi”. Per questo Euforia non è un libro sulla felicità. È un libro sulla forma. Sulla possibilità di trasformare la ferita in linguaggio, la memoria in immagine, il dolore in conoscenza. In un tempo dominato dalla velocità e dall’esibizione permanente, Mastromatteo ci ricorda che l’arte non elimina il danno né lo ripara. Lo attraversa. Gli offre una figura, un contorno, una voce. E nel momento in cui gli dà forma, lo rende condivisibile.

Domenico Ioppolo

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Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è Amministratore Delegato di Campus e direttore del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e Classpi. Ha insegnato in Università italiane e straniere, pubblicando diversi contributi su media e marketing,…

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