Ecco come Berlino ha trasformato il lascito terribile della guerra in cultura
Nella capitale tedesca bunker e palazzi militari sono diventati musei e centri culturali. Questa mutazione racconta la storia della città e il suo ruolo nel panorama artistico contemporaneo, tra incertezze e nostalgie
A Berlino la guerra sembra non essersene mai andata del tutto. Non è più nelle strade né nelle macerie, ma nelle architetture che le sono sopravvissute, nei bunker disseminati nella città e nelle immaginiche continuano a popolare il suo immaginario culturale. È una presenza discreta, un fantasma, che vaga anche lungo gli spazi dell’arte contemporanea e che negli ultimi anni, complice il ritorno della guerra alle porte dell’Europa, è tornata a occupare anche il discorso pubblico.

Boros Collection, da fortezza militare a luogo d’arte
Per capirlo bisogna entrare in uno dei bunker della Seconda Guerra Mondiale, la Boros Collection. Da fuori appare ancora come ciò che era stata progettata per essere, una fortezza militare di cementoarmato nel cuore della città. Negli Anni Quaranta serviva a proteggere la popolazione dai bombardamenti, negli Anni Novanta era diventato un club techno estremo e oggi è una delle istituzioni idiomatichedell’arte contemporanea berlinese. Pochi luoghi spiegano Berlino meglio di questo edificio, trasformare le infrastrutture del trauma in luogo di cultura. Dopo la caduta del Muro la città era piena di spazivuoti: caserme sovietiche, magazzini, fabbriche, depositi ferroviari. Berlino non aveva il denaro di Londra o Parigi, ma aveva moltissimo spazio e una generazione cresciuta dentro la Guerra Fredda che improvvisamente si ritrovava senza più confini politici e ideologici. La techno nasce lì, non solo come musica, ma come linguaggio urbano. Ballare dentro edifici abbandonati significava trasformareluoghi di controllo e separazione in spazi temporanei di libertà. Per anni Berlino ha esportato questa immagine di città anarchica, sperimentale, post-politica che ha contribuito a fondare quella fucinasperimentale artistica, di cui la città ne è simbolo oggi. Nella Boros Collection ci sono lavori di Anne Imhof, Olafur Eliasson, Alicja Kwade e Cyprien Gaillard. Artisti che lavorano da anni sulcambiamento psicologico e fisico. Si pensi ai lavori di Cyprien Gaillard, le cui opere sono piene di rovine, monumenti e architetture moderne che sembrano provenire da un futuro già collassato. La guerraquasi mai appare direttamente, ma rimane sulle superfici, nelle crepe, nei resti delle infrastrutture. Non è soltanto una questione artistica, scava nel profondo. Negli ultimi anni il Vecchio Continente è d’altronde tornato a convivere con parole che sembravano appartenere al secolo scorso, come riarmo, deterrenza, confini, sicurezza energetica, guerra. E questa trasformazione non può che entrare a far parte di queste immagini.

Dentro al bunker della Feuerle Collection
A pochi chilometri di distanza, la Feuerle Collection racconta una trasformazione diversa. Anche qui siamo dentro un bunker costruito durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma se la Boros conserva ancora qualcosa dell’energia della Berlino degli Anni Novanta, la Feuerle sembra muoversi nelladirezione opposta. Gli spazi progettati dall’architetto John Pawson sono immersi nel silenzio. Le opere emergono lentamente dall’oscurità. Il percorso obbliga il visitatore a rallentare. Qui convivono artecontemporanea, sculture Khmer e arredi imperiali cinesi in un’atmosfera che ricorda più un luogo di meditazione che una collezione privata. La struttura militare rimane sempre percepibile, infatti le pareti spesse, l’assenza di finestre, la sensazione di trovarsi dentro un’infrastruttura progettata per affrontare un’emergenza non scompaiono mai. Eppure, quel bunker oggi serve a fare l’oppostorispetto alla sua funzione originaria. Non protegge più dal mondo esterno. Invita a osservarlo. In entrambi i casi, la guerra non viene cancellata: viene assorbita.

La mostra “We Make Years Out of Hours” all’Hamburger Bahnhof
All’Hamburger Bahnhof, invece, la guerra non appare nelle architetture, ma nei gesti. L’artista lituana Lina Lapelytė presenta We Make Years Out of Hours, un’installazione composta da centinaia di migliaiadi piccoli blocchi di legno che i visitatori possono spostare e riorganizzare. Il paesaggio cambia continuamente. Nessuna configurazione è definitiva. L’opera parla di comunità, collaborazione e costruzione collettiva, ma osservata nell’Europa di oggi assume inevitabilmente altri significati. Dopo la pandemia, gli attuali focolai bellici più o meno lontani e quindi il ritorno delle tensioni geopolitiche, quei piccoli blocchi sembrano frammenti di una società da ricomporre, il tentativo di tenere insieme qualcosa di fragile. Se la Boros Collection racconta la trasformazione e la Feuerle Collection la memoria, Lapelytė introduce un terzo elemento, la ricostruzione. È qui che emerge il filo invisibile che collega questi tre luoghi. Tre modi diversi di confrontarsi con un’eredità che Berlino non ha maismesso di portare con sé.
L’eredità sociale nella Berlino contemporanea
Negli Anni Dieci del Duemila dominavano il minimalismo tecnologico, gli spazi luminosi, la promessa della globalizzazione. Oggi tornano il cemento grezzo, le atmosfere industriali, il brutalismo, iriferimenti militari. La guerra non viene rappresentata direttamente, ma sopravvive negli spazi, nelle stratificazioni e nei gesti attraverso cui l’arte contemporanea continua a confrontarsi con le sue conseguenze. E forse non poteva andare diversamente, perché Berlino continua a funzionare come un laboratorio delle paure e delle aspirazioni europee. È come se il Continente stesse lentamente interiorizzando la possibilità permanente dell’instabilità. Per questo la capitale tedesca continua a occupare una posizione centrale nell’immaginario culturale europeo. Non perché producasemplicemente arte contemporanea, ma perché riesce a trasformare ansie collettive, memorie traumatiche e crisi geopolitiche in linguaggio visivo. La città che negli Anni Novanta celebrava la fine della storia, oggi sembra progettare l’estetica del suo ritorno.
Nicola Violano
Berlino // fino al 10 gennaio 2027
CHANEL Commission: Lina Lapelytė. We Make Years Out of Hours
HAMBURGER BAHNHOF. NATIONALGALERIE DER GEGENWART – Invalidenstraße, 50
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BOROS COLLECTION – Reinhardtstraße, 20
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THE FEUERLE COLLECTION – Hallesches Ufer, 70
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