La piazza della nuova biblioteca di Milano ci insegna come si progettano le piazze (e c’è un incredibile albero volante)

Procede il cantiere della BEIC a Milano, ma oltre alla nuova biblioteca il progetto prevede spazi pubblici all’insegna del verde, dell’acqua, degli alberi (e un enorme platano ha beneficiato di un trapianto da record). La paesaggista Francesca Benedetto di YellowOffice ci racconta tutto nell’intervista, ammonendo: “le nuove piazze vanno progettate quando fa caldo”

Al confine tra attivismo, architettura, paesaggio, arte visiva, narrazione e urbanistica. Lì si colloca la ricerca di Francesca Benedetto (Milano, 1981). Dopo gli studi al Politecnico di Milano e a Lisbona, assieme a Dong Sub Bertin fonda lo studio YellowOffice nel 2008, dal 2012 poi YellowOffice rimane interamente in mano a Benedetto. Oltre alle docenze nelle università più prestigiose del mondo, la progettista ha realizzato e immaginato opere in bilico tra città, comunità, arte e natura in Albania come in Svizzera, in Belgio come in Repubblica Ceca.

Francesca Benedetto
Francesca Benedetto

In questi mesi Francesca Benedetto è impegnatissima a seguire il grande cantiere della BEIC, la nuova Biblioteca centrale di Milano che sostituirà la storica Sormani con un polo di tre edifici in una zona più periferica della città e immersa in una frastruttura verde. Parte di questa infrastruttura, quella compresa nel cantiere di BEIC, è progettata proprio da YellowOffice che ha collaborato qui con gli architetti di Baukuh e Onsitestudio. Abbiamo chiesto a Francesca Bendetto dunque di raccontarci e anticiparci qualcosa su questo nuovo parco che sta per arrivare a Milano e la cui inaugurazione si avvicina.

Prima di parlare della BEIC, raccontaci qualcosa sul tuo studio: come è nato, cosa fa, qual è la sua filosofia.
YellowOffice è uno studio di progettazione paesaggistica, urbanistica e di arte pubblica. La visione che persegue immagina spazi culturali e pubblici da una prospettiva sia ambientale sia sociale.

Nuova BEIC Render Parco with Onsitestudio, Baukuh, SCE Project, Studio Mistretta, Starching, Stain Engineering, (Ab)Normal, Atmos Lab, DOTDOTDOT
Nuova BEIC Render Parco with Onsitestudio, Baukuh, SCE Project, Studio Mistretta, Starching, Stain Engineering, (Ab)Normal, Atmos Lab, DOTDOTDOT

Più concretamente?
Lo studio analizza processi ecologici, biodiversità e adattamento climatico, considerando sempre l’identità e la memoria dei luoghi. In modo sempre più deliberato, include anche il modo in cui possiamo immaginare, progettare, rappresentare e costruire nuove forme di land art, in cui l’ecologia e gli strati culturali legati ai luoghi e alle comunità diventano una risposta necessaria alle sfide del climate change e al crescente bisogno di specificità nel modo in cui i paesaggi sono pensati, costruiti e abitati.

Nuova BEIC Render Parco with Onsitestudio, Baukuh, SCE Project, Studio Mistretta, Starching, Stain Engineering, (Ab)Normal, Atmos Lab, DOTDOTDOT
Nuova BEIC Render Parco with Onsitestudio, Baukuh, SCE Project, Studio Mistretta, Starching, Stain Engineering, (Ab)Normal, Atmos Lab, DOTDOTDOT

Un po’ studio di architettura un po’ centro studi…
YellowOffice è nato dall’esigenza di portare avanti in parallelo ricerca e progetto, e con un manifesto: il bisogno di esprimere un posizionamento chiaro dentro la disciplina del paesaggio.

“Le piazze vanno progettate quando fa caldo”

Come è partito il progetto per la parte paesaggistica della BEIC?
Abbiamo partecipato come progettisti per il paesaggio insieme a Onsitestudio (capogruppo) e baukuh per la progettazione degli edifici, con un team allargato di specialisti per le diverse competenze tecniche. Era il 2022, tra maggio e giugno: c’erano ancora strascichi di pandemia, penso proprio di aver avuto il Covid in una delle fasi di progetto. Un’altra estate bollente stava iniziando a Milano e quando fa caldo è forse il momento migliore per progettare una piazza. Quando fa molto caldo e anche quando piove forte.

Com’è stato approcciarsi alle aree dove sarebbe poi nata la BEIC?
Conosco bene la zona perché è dove vivono i miei familiari: ho passato gran parte della vita tra Piazza Grandi, Via Giuriati, Parco Marinai d’Italia.

Piazza Giuseppe Grandi a Milano è una quinta di alberi. Ti ha ispirato?
L’idea di una piazza alberata è arrivata subito. Il progetto reinterpreta i layer storici di quella parte di città: la memorializzazione dell’acqua, le tracce della campagna, lo stile liberty, Muzio di Via Giuriati 8 con i suoi rampicanti “pazzi”. E storie meno conosciute.

Sai tutto di questa zona. Quali sarebbero le storie meno conosciute?
Ad esempio il concorso per il monumento in Piazza Grandi a cui aveva partecipato anche Lucio Fontana. E però la sua proposta non vinse.

La piazza della nuova BEIC a Milano. Uno spazio pensato per essere abitato

Torniamo alla piazza della BEIC…
Citando Ugo La Pietra, questo spazio è stato pensato “per essere abitato” e per rendere felici le persone: un luogo dove sostare e respirare, dove coesistono piante, acqua, pietre, persone, animali e oggetti. Uno spazio in cui gli abitanti possano trovare protezione e un senso di completezza.

La biblioteca sembra crescere davvero velocemente. Ritieni che il progetto stia procedendo bene?
Sì, il cantiere va veloce ed è ben gestito — anche se finché non è finito forse è meglio non parlare troppo, per scaramanzia. Il progetto ha avuto una tempistica più rapida del solito per la sua portata, e il cantiere ha una dimensione vissuta molto interessante: non è semplice, ci sono molte attività in contemporanea. Noi non vediamo l’ora che ci sia un focus sugli esterni per riuscire a fare tutto a regola d’arte.

Nuova BEIC Piazza animazione primavera
Nuova BEIC Piazza animazione primavera

Si pensa spesso che il landscape design arrivi a costruzione ultimata, “aggiungendo” il verde, la luce, gli specchi d’acqua. È davvero così o avete lavorato anche a monte?
Abbiamo lavorato a monte, realizzando uno dei trapianti di alberi più impegnativi effettuati in Europa.

Cosa è successo?
È successo che un grande Platanus × acerifolia è stato spostato dal marciapiede di Via Monte Ortigara nel cuore dell’area di progetto, l’unica area permeabile del sito. Su questo trapianto è stato prodotto anche un documentario — The Flying Plane — commissionato dal Comune di Milano, prodotto da Twin Studio, scritto da me e da Federico Bernocchi e diretto da lui.
Intorno a questo trapianto c’è stato un lavoro enorme da parte di tante persone: il Comune e gli enti coinvolti, l’impresa, l’ufficio DL e coordinamento sicurezza, specialisti in arboricoltura. La preparazione e lo studio sono durati mesi; lo spostamento in sé un paio di giorni. Un ringraziamento speciale va alle mie collaboratrici, in particolare Silvia Ciacci e Valeria Marcotti: seguire un cantiere del genere scandisce un periodo intero della propria vita.

Nuova BEIC, Platano
Nuova BEIC, Platano

L’incredibile storia del platano volante a Milano

Insomma si è davvero riusciti a recuperare un grandissimo albero per riposizionarlo vicino alla biblioteca, affinché ne costituisca un simbolo identitario?
Questo albero — circa 20 metri di altezza, chioma di pari diametro, 110 tonnellate spostate per 72 metri — rappresentava una presenza fortemente identitaria per l’area di Porta Vittoria e per i quartieri Molise e Calvairate. Cresciuto senza competizione, con una chioma fatta come il disegno di un bambino, era da sempre un punto di riferimento verde essenziale in una zona per molto tempo trascurata e inaccessibile.
Questo platano ci racconta la storia del luogo, che è anche una storia naturale. Su scala più ampia si ricollega al valore ecologico e simbolico delle aree alberate di Milano, dei suoi parchi e dei suoi viali — è possibile ricostruire la storia delle città dagli alberi che ne tracciano gli assi e le aree di espansione. Ora questo albero è testimone di un grande progetto: ha attraversato un cantiere enorme offrendo ombra e attenzione a chi lo frequentava, umani e non umani. Ospita anche un nido di notevoli dimensioni. La sua presenza ha reso il cantiere un luogo speciale.

The Flying Plane
The Flying Plane

È una cosa piuttosto unica. È mai stata fatta prima?
Per un progetto pubblico, da quello che mi risulta, è un trapianto di dimensioni eccezionali nel contesto europeo. In Italia, per un albero di queste dimensioni in un progetto pubblico, penso sia la prima volta. Soprattutto a Milano.

The Flying Plane
The Flying Plane

Al netto dei primati è una operazione simbolica…
Questo trapianto e la sua narrazione sono importanti perché raccontano come sono fatte le città: è una storia di radici che seguono il profilo dei marciapiedi, di suolo e sottoservizi, che svela un paesaggio invisibile di cui si parla poco. La progettazione del paesaggio ha un carattere fortemente multidisciplinare e anche infrastrutturale. In Italia si fa ancora fatica a capirlo, ed è uno dei motivi per cui molti spazi pubblici nascono senza mettere in relazione tutte le discipline che l’architetto del paesaggio è chiamato a sintetizzare: culturali, ecologiche, scientifiche, tecnologiche e di arte pubblica.

I numeri della piazza della BEIC a Milano: 1200 sedute, 5800 piante, 72 alberi

Oltre al grande platano — che a questo punto bisognerà pur battezzare — com’è il resto della piazza dal punto di vista botanico e funzionale?
Il suo nome è già il platano che vola. La piazza sarà una piazza-foresta piantumata con 29 Ulmus ‘Sapporo Autumn Gold’, un olmo che richiama la foresta planiziale, disposti in una griglia a scacchiera alternata con un lampione custom. Poiché ci troviamo sul tetto di una stazione ferroviaria, quella del passante di Porta Vittoria, gli alberi sono in fioriere circolari a forma di fiore, con petali-seduta semicircolari e fioriture da sottobosco. Tra fioriere e aiuole nelle aree esterne ci saranno circa 1.200 sedute — un numero straordinario per uno spazio esterno complessivo di 14.000 mq — e circa 5.800 piante, con 72 alberi in totale che coloreranno la piazza in stagioni diverse: l’olmo giallo luminoso in autunno, gli aster come nuvole a settembre.
L’idea della piazza-foresta ricorda Caccia notturna di Paolo Uccello: immaginiamo che sarà popolata da mille attività, come una scenografia vivente. Dove c’era una volta Via Cervignano nascerà uno shared space per pedoni e bici, estensione della piazza stessa. Nell’adiacente Parco 8 Marzo ci sarà invece quello che chiamiamo giardino d’acqua: un grande anfiteatro verde con movimenti di terra che definiscono gradoni e terminano in una trincea drenante circolare con grandi massi — uno spazio da esplorare o usare come stage, circondato da prato fiorito e rain gardens.

Nuova BEIC Assonometrie
Nuova BEIC Assonometrie

Per combattere le isole di calore dunque il blu è importante quanto il verde
Sì, nella piazza ci sarà uno specchio d’acqua circolare vicino al platano. E sul fronte del Parco 8 Marzo c’è appunto l’arena-trincea drenante di cui parlavo. Ma con le fioriere e gli alberi tutto il progetto “respira”: per le condizioni microclimatiche conta anche l’acqua che non si vede ma si percepisce perché è nell’aria.

Nuova BEIC Sezione dettaglio
Nuova BEIC Sezione dettaglio

Come avete gestito tutta questa vegetazione lavorando sopra una soletta in calcestruzzo armato e la ferrovia al di sotto?
Le fioriere e le aiuole sono tutte rialzate per garantire un franco terra sufficiente alla crescita, circa due metri, e ogni fioriera a fiore ha un diametro di tre metri più lo spazio delle sedute.

Ma quindi non è vero che non si possono piantare alberi quando ci sono dei sottoservizi o delle infrastrutture in basso…
È possibile piantare alberi sopra infrastrutture, ma bisogna pensarci a monte, non aggiungerli alla fine come se fossero oggetti decorativi. Quello che chiamiamo verde è un’infrastruttura complessa che va integrata consapevolmente: non c’è solo ciò che si vede in superficie. Per questo il paesaggio va sempre immaginato anche in sezione.

Nuova BEIC Sistema acqua
Nuova BEIC Sistema acqua

Hai lavorato anche sul paesaggio interno alla biblioteca? Le due “navi” della BEIC sembrano due serre…
Eh sì, abbiamo progettato anche il paesaggio interno: nella serra, per esempio, una griglia di Trachycarpus fortunei svetta su piante in isole di vasi cilindrici in acciaio zincato, singoli o assemblati in forme composite — dal doppio lobo al quadrifoglio — che creano isole di verde dalle geometrie mutevoli. Un progetto che reinterpreta l’idea del giardino interno come ecosistema, ispirato dalla Ford Foundation di Dan Kiley al Winter Garden Atrium al Brookfield Place di New York, progettato da César Pelli con Diana Balmori e la loro celebre griglia di palme, ma che si ispira anche al quieto esotismo che affiora tante volte nella storia di Milano e nella sua realtà quotidiana, con palme e piante capaci di riempire gli spazi di scenari imprevisti. Consiglio un bel testo di Danielle Choi, Associate Professor in Landscape Architecture alla Harvard GSD: Risk and Fun: Dan Kiley’s Interior Landscape for the Ford Foundation. È un riferimento prezioso per capire come un giardino interno possa essere pensato come ecosistema nuovo e non una semplice simulazione di un paesaggio tropicale.

Parliamo della luce: quella naturale e quella artificiale all’esterno.
La piazza si trova a nord dell’edificio, ma gli alberi disegneranno ombre diverse in base alla loro posizione nella griglia — tutto molto leggibile e in continuo cambiamento. Abbiamo lavorato sull’albedo dei materiali: graniglie di marmo, sassetti di fiume per le pavimentazioni, arredi in cemento e calcestre. L’obiettivo è usare la luce in modi diversi — come ombra creata dagli alberi, come luccichio degli inerti chiari che riducono l’isola di calore. Abbiamo anche ripensato il lampione, con una luce segnaletica rosa che colora la sfera e porta nella piazza un’idea di tramonto: il rosa è il colore della biodiversità. Ed è amato dalle piante.

Una piazza verde che si mantiene da sola

Nelle città italiane tutti si lamentano di com’è tenuto il verde pubblico. Come avete strategicamente immaginato la manutenzione?
Le scelte di piante, materiali e stratigrafie hanno considerato fin dall’inizio gli aspetti manutentivi, con l’obiettivo di ridurne al minimo la necessità. Abbiamo sperimentato soluzioni ancora poco diffuse in Italia; una di queste è lo Stockholm Tree Pit Method adottato sul lato di Via Monte Ortigara: un sistema basato sull’utilizzo di suolo strutturale che funziona come una trincea drenante, capace di contenere il runoff in occasione di piogge intense e di favorire la crescita di alberi più sani.
Gli alberi sono stabilizzati da ring in cemento aperti sui lati, che permettono alle radici di espandersi oltre il perimetro senza danneggiare i sottoservizi, grazie a teli antiradice che ne guidano lo sviluppo nelle direzioni sicure.

Francesca Benedetto con le vasche che saranno usate per gli alberi nella piazza della Beic
Francesca Benedetto con le vasche che saranno usate per gli alberi nella piazza della Beic

Progettare con queste accortezze è più costoso?
Non è detto. Un progetto studiato con attenzione permette così di ridurre gli interventi nel tempo, contenendo i costi di manutenzione a parità di costi di realizzazione.

Ci sono grandi progetti internazionali che ti hanno ispirata?
Molti.

La piazza della nuova biblioteca di Milano ci insegna come si progettano le piazze (e c’è un incredibile albero volante)

Facciamo una piccola lista per gli appassionati del genere?
Sky Forest Plaza di PWP Landscape Architecture a Saitama, Giappone — una piazza completamente piana sospesa su 1,5 metri di suolo appositamente progettato e un sistema strutturale custom — come foresta sospesa su piattaforma.
I Giardini del Lussemburgo a Parigi per il loro carattere di piazza-parco.
Il Max Family Garden at St. Ann’s Warehouse di Michael Van Valkenburgh Associates a Brooklyn, per l’uso di piante e pietra in cui la memoria geologica si muove negli spazi e li rende dinamici.
Piazza Skanderbeg a Tirana, progettata da 51N4E, anche qui per i materiali.
E poi Tree Mountain dell’artista Agnes Denes, che per me rappresenta messaggio e ispirazione per ogni progetto e che ci insegna attivismo e bellezza, e come la foresta possa diventare un luogo di guarigione.

Chiudiamo con gli altri progetti che stai portando avanti sia come paesaggista che come docente.
In questo momento abbiamo progetti aperti in Albania, in Svizzera e stiamo lavorando in Svezia e nel Regno Unito, soprattutto su ambiti residenziali. La cosa più bella di progettare paesaggi è che si studia sempre: ogni luogo ha millenni di storia da investigare, anche solo a partire dalla geologia che lo definisce. Ogni progetto funziona anche come una macchina del tempo: fa emergere tracce di memoria geologica, di vite di piante, persone e artefatti — insieme a proiezioni per il futuro che si interrogano sul valore contemporaneo di queste presenze, il famoso genius loci.
Alla Harvard GSD, dove insegno da dieci anni, sto tenendo un corso intitolato Plants of Ritual: Creating a Spiritual Connection to the Designed Landscape, dedicato alle piante usate nei rituali e al loro legame con le pratiche culturali delle comunità. L’obiettivo è che la disciplina del paesaggio sappia incorporare l’identità dei luoghi e la connessione culturale delle diverse comunità per creare paesaggi specifici e riconoscibili, capaci al tempo stesso di assolvere funzioni ecologiche. Stiamo collaborando con la città di Boston per far lavorare gli studenti su aree vacanti dove proporremo pocket park che rappresentano questa ricerca.

E nella tua Milano?
Sarebbe bello poter lavorare anche a Milano sulla progettazione di pocket park che uniscano gestione delle acque, riuso dei materiali, creazione di microclimi e riferimenti al valore culturale, emotivo e spirituale del rapporto con le piante — un rapporto presente in tutte le comunità del mondo. Rendere quel rapporto uno spazio fisico non è semplice, ma penso sia necessario. Così come ripensare oggi la land art come un progetto capace di rendere visibile il climate change, proporre nuove forme di adattamento. E diventare un manifesto di valori condivisi tra le comunità che abitano le nostre città.

Massimiliano Tonelli

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Massimiliano Tonelli

Massimiliano Tonelli

È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Direttore editoriale del Gambero Rosso dal 2012 al 2021. Ha moderato e preso parte come relatore a…

Scopri di più