Nostalgia e metafisica urbana si fondono nel disco/libro di un grande fotografo e un grande chitarrista
Si intitola “Border Soundscapes II” l’ultimo esperimento discografico nato dalla collaborazione tra l’art director della storica etichetta Bruno Stucchi, il chitarrista Paolo Spaccamonti, e il fotografo Pino Musi. Un progetto a metà strada tra la colonna sonora e il libro d’artista
Vi è mai capitato di provare quella strana sensazione di nostalgia verso contesti e luoghi mai esplorati in prima persona? Coniato nel 2012 dallo scrittore John Koenig, il neologismo “anemoia” indica proprio quel moto interiore capace di farci sentire estremamente vicini a persone, tempi, o spazi, che (apparentemente) non abbiamo mai incontrato. E se vi dicessimo che la fruizione di un’opera d’arte può essere in grado di scatenare un fenomeno simile? È questo il caso di Border Soundscapes II, la nuova uscita dell’etichetta milanese Die-Scachtel che, attraverso la magica alchimia tra il medium fotografico e la musica, riesce perfettamente a descrivere quella dimensione calda e malinconica di cui sopra.

Com’è nato “Border Soundscapes II”
Pubblicato lo scorso 30 aprile, Border Soundscapes II nasce da un’idea del co-fondatore di Die-Scachtel, Bruno Stucchi: quella di commissionare a due rinomati artisti nostrani, Pino Musi (Salerno, 1958) e Paolo Spaccamonti (Torino, 1978), una particolarissima opera transdisciplinare in grado di toccare le corde di tutti. Collezionisti inclusi. “Come curatore di questo progetto per Die Schachtel, l’idea di usare le fotografie di Pino Musi come una possibile partitura è emersa nel momento stesso in cui sono entrato in contatto con il suo lavoro: immagini che non si limitano a mostrarsi, ma chiedono di essere attraversate, lette, ascoltate”, racconta Bruno Stucchi. “La scelta di Paolo Spaccamonti è stata naturale e necessaria. La sua sensibilità per un suono profondamente materico, capace di oscillare tra rarefazione estrema e densità ruvida, risuona intimamente con l’universo visivo di Musi”.
Il progetto ibrido di Paolo Spaccamonti, Pino Musi, e Bruno Stucchi
Concepito come un prezioso corpo unico in cui fondere insieme le immagini di Musi e le musiche di Spaccamonti, Border Soundscapes II si presenta come un curatissimo cofanetto stampato su carta Fedrigoni, in tiratura limitata di 200 copie. Al suo interno vi sono un vinile e un volume a fisarmonica – di circa quattro metri e mezzo di lunghezza – contenente le fotografie in bianco e nero di Musi, disposte nell’ordine in cui sono state interpretate da Spaccamonti (in compagnia del fedele musicista G.U.P. Alcaro per le parti elettroniche).
Il risultato è un oggetto ibrido che funge al contempo sia da libro d’artista sia da partitura per la colonna sonora di un film che non si muove. Le due ininterrotte suite composte da Spaccamonti sono, infatti, state pensate per accompagnare concretamente tutte le foto di Musi. Come afferma lo stesso chitarrista: “Abbiamo creato una sequenza visiva, con una durata fissata a 1 min e 40 sec. per ciascuna immagine. Così facendo sono risultate due suite di 20 minuti, una per lato. L’idea è stata che le musiche dialogassero con le foto in modo partecipe, ma avulso da qualsiasi didascalia, che non fosse un semplice commento sonoro. In questo lavoro è stato determinante far emergere la spazialità del suono, in costante sinestesia con la spazialità della partitura visiva”.
Il rapporto tra la musica e le immagini in “Border Soundscapes II”
Ascoltando i brani, mentre si sfoglia il volume, si ha così la sensazione di aggirarsi nei luoghi immortalati da Musi, se non addirittura di esserci già stati. Le fotografie si trasformano in inquadrature cinematografiche, scandagliate dalla chitarra di Spaccamonti, che porta facilmente alla visualizzazione di panoramiche, zoomate, e dilatati movimenti di un’ipotetica macchina da presa. Tra distorsioni noise che sanno dello stesso metallo degli scheletri architettonici immortalati da Musi, e dilatate incursioni ambient-drone, viene così descritta tutta la sospensione metafisica propria di quei paesaggi enigmatici – vissuti e abbandonati allo stesso tempo – a noi tutti familiari, in un modo o nell’altro. Un lavoro completo e d’impatto dove, oltre ad apparizioni visive, si fanno strada nei meandri della mente anche i richiami musicali ad autori del calibro di Fennesz, Ben Frost, Tim Hecker, Jackie ‘O Motherfucker, e il Neil Young della soundtrack di Dead Man, di Jim Jarmusch.

Le parole di Pino Musi
“Per me la bellezza dell’atto fotografico equivale alla bellezza di un esprit de géométrie da rigenerare costantemente”, ha dichiarato Pino Musi. “Mi interessa che l’umore dei luoghi e gli enigmi dei volumi siano tradotti attraverso griglie visive appartenenti al frutto del perseverare del mio sguardo sul mondo. Con le inquadrature provo, quindi, a sperimentare relazioni diverse, continuando a riflettere sui tessuti associativi, tramite i quali si organizzano le immagini nel serbatoio del mio immaginario. E la città, oggetto costante delle mie riflessioni, è un testo che la fotografia continuamente riscrive, è un archivio da cui ogni volta ci si deve muovere per stabilire ulteriori relazioni e, soprattutto, sconfinamenti. Attraverso l’interpretazione che di alcune mie immagini dà la musica di Paolo Spaccamonti in questo disco, il mio sentire deraglia verso paesaggi ancora più enigmatici, rappresentando una ulteriore, e mai vissuta prima, modalità di sconfinamento, in una sorta di abbandono, di salto nel buio interiore”. Non resta allora che armarsi di guanti e cuffie per sprofondare in quest’opera sorprendente e ritornare in quei luoghi dove non si è mai stati.
Valerio Veneruso
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