“Voglio porre domande che non avranno mai risposte”. Intervista all’artista Ndayé Kouagou in mostra a Reggio Emilia 

Fino al 26 luglio, l’artista francese Ndayé Kouagou è in mostra alla Collezione Maramotti, a Reggio Emilia. Lo abbiamo intervistato per indagare la sua pratica, che unisce performance, scrittura e immagine

Reggio Emilia, 3 maggio 2026. “Esiste qualcosa di più potente e spaventoso del cambiamento?“, si chiede Ndayé Kouagou (Montreuil, 1992; vive e lavora a Parigi) rivolgendo la domanda prima di tutto a se stesso, poi ad un pubblico diversificato e vasto. “Il cambiamento è la chiave, ma la chiave per cosa?” dice l’artista nella video installazione A coin is a coin (2022). L’opera è tra quelle esposte nella mostra Heaven’s truth, la sua prima personale in Italia alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia (fino al 26 luglio), parte del circuito della XXI edizione del Festival Fotografia Europea 2026 dal titolo Fantasmi del quotidiano. In occasione dell’inaugurazione della mostra, tra l’ironico e il giocoso Ndayé Kouagou, insieme alla poeta e attrice portoghese-zimbabwese Salber Lee Williams, ha realizzato una performance sul linguaggio, componendo frasi per poi scomporle e ricomporle nell’espressione più convincente “Please Be Yourself”. Il progetto prevede la pubblicazione di un volume concepito dall’artista come “una versione più lunga della storia presente nella mostra”. Seconda tappa di Heaven’struth sarà, a partire dal 3 settembre, l’Heidelberger Kunstverein, co-produttrice con Collezione Maramotti delle nuove opere, una parte delle quali sarà esposta alla 18ma Biennale di Lione (19 settembre – 13 dicembre 2026).

Ndayé Kouagou, A coin is a coin, 2022 © Ndayé Kouagou, Courtesy of Collezione Maramotti
Ndayé Kouagou, A coin is a coin, 2022 © Ndayé Kouagou, Courtesy of Collezione Maramotti

Intervista a Ndayé Kouagou

Da autodidatta hai iniziato il tuo percorso di artista visivo e performer con la professione di motion designer nella pubblicità (prevalentemente nella moda) e nel DJing, l’arte di selezionare e mixare brani musicali usando controller o mixer per creare un flusso continuo, spesso manipolando il suono in tempo reale. In che modo questi diversi approcci creativi sono stati tra gli elementi fondanti nella definizione della tua poetica?
Penso che l’aspetto del motion designer e del visual artist siano una traduzione diretta della mia pratica attuale. Nel senso che creo cose attraenti. Invece, per la parte del DJing non credo che ci sia una relazione diretta, a parte forse l’aspetto legato al palco, quindi alla performance. Per il resto la musica è scomparsa nel mio lavoro, ci sono solo parole.

La scrittura di cui sei autore, infatti, riveste un ruolo centrale nel tuo lavoro. Si tratta di frasi che prendi dall’esterno trasferendole nella tua sfera artistica?
No, non sono parole prese dall’esterno. Tutti i testi sono scritti da me. Forse mi vedo più come uno scrittore che un artista visivo. Diciamo che, però, adesso la scrittura fa parte della mia modalità di esprimermi nell’ambito dell’arte contemporanea. È il mio mezzo espressivo e fa parte del mio lavoro.

Nel tuo percorso quando si è manifestato l’interesse per le arti visive?
Sono cresciuto in un ambiente, dal punto di vista sociale, in cui l’arte contemporanea non era un’idea ma qualcosa di concreto. Però, l’unica possibilità di essere creativi era la moda e la musica. Non è stata una scelta ma una necessità. Mi ci sono voluti anni per comprendere e per scoprire che c’erano altre possibilità per dar forma alla creatività. Ecco perché dal mondo della musica e della moda sono passato a comprendere l’enorme libertà che mi offriva quello dell’arte contemporanea.

Ndayé Kouagou, Heaven's truth - Capitolo 1. La vita di Pochi - Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Photo Manuela De Leonardis
Ndayé Kouagou, Heaven’s truth – Capitolo 1. La vita di Pochi – Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Photo Manuela De Leonardis

Nel tuo approccio alla parola, mi viene in mente il geniale poeta beat e artista visivo statunitense John Giorno, che già negli Anni Settanta aveva rivoluzionato la poesia attraverso la Performance Poetry. Ritieni che ci possano essere dei punti di contatto con il suo lavoro?
Sì, John Giorno è un artista che conoscevo anche prima di avvicinarmi all’arte contemporanea. È un po’ un’eredità visiva quella che mi ha lasciato, un mondo magico. Infatti, se prendiamo qualcuno che magari non è abituato ad andare alle mostre di arte contemporanea e gli facciamo vedere qualcosa di John Giorno, quello dice “ah, lo so”. Trovo che il suo messaggio sia potente, perché attraverso i suoi testi e le frasi brevi riesce a raggiungere le persone al di fuori dei confini dell’arte contemporanea che è quello che cerco di fare anche io.

Nella mostra Heaven’s truth attraverso il linguaggio narrativo del fotoromanzo unisci scrittura e immagine visiva. Invece, la performance, di cui sei anche interprete, è il dispositivo a cui ricorri per avvicinarti in maniera più coinvolgente con il pubblico?
Buona domanda! Il mio obiettivo è di coinvolgere altre persone, essere in contatto con loro. Quando condivido i miei pensieri e i miei scritti, voglio che altre persone mi dicano “oh, ho vissuto la stessa cosa”, oppure “ho avuto la stessa idea”, “sono d’accordo con te” o “non sono d’accordo con te”. È da qui che nascono le mie performance, perché vorrei una risposta diretta dallo spettatore. Nelle mie video installazioni pongo delle domande che però non avranno mai una risposta, eppure chi le vede ha come l’impressione di aver già parlato con me. Chiaramente non otterrò mai quello che vorrei, però in qualche modo c’è qualcosa che continua a vivere nella mente dello spettatore.

Ndayé Kouagou, Look elsewhere, 2022 © Ndayé Kouagou, Courtesy of Collezione Maramotti
Ndayé Kouagou, Look elsewhere, 2022 © Ndayé Kouagou, Courtesy of Collezione Maramotti

Durante la performance alla Collezione Maramotti hai dialogato con un’altra performer. Cosa significa per te non essere l’unico sul “palcoscenico”?
Per molto tempo, in realtà, sono stato solo sul palco, perché da giovane artista non avevo il budget per coinvolgere altre persone se non me stesso. Ma ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto ed ora che posso farlo, è importante perché mi permette di rompere quella che è la figura dell’artista. Il focus, infatti, non è solo su di me ma su me e Salber Williams, un’artista con cui collaboro da tempo, quindi su noi due e il pubblico. Credo che questo apra a diverse opportunità.

Nel formulare le tue riflessioni critiche verso la società contemporanea, qual è il ruolo dell’ironia?
Voglio essere critico ma in una maniera non violenta. Intendo dire che ci sono diversi modi per essere critici, magari ridendo su qualcosa o parlandone senza però dirlo in maniera accusatoria. Si tratta semplicemente di offrire un’altra maniera di fare le cose, creando una versione diversa. Il mio lavoro è incentrato in gran parte sul dubbio e sulla paura che sono due aspetti che però creano stagnazione. Con il dubbio e la paura non c’è più possibilità di andare avanti. Il mio modo di pensare nasce proprio da queste riflessioni, ritenere che ci possa essere un modo diverso di vedere una certa cosa o di riderne su.

Nei tuoi testi c’è spesso un riferimento alla mamma. Quanto è stato importante per te l’insegnamento di tua mamma Marie Thérèse che tra l’altro, essendo originaria del Madagascar, ha un background molto diverso dal tuo?
Per tornare a quello che dicevo prima sull’essere critici, proprio perché i miei genitori provengono da paesi diversi da quello in cui sono nato e cresciuto – mia madre dal Madagascar e mio padre dalla Repubblica Centrafricana – andando a scuola, o in giro, sentivo delle cose che erano diverse da quelle che percepivo a casa. Nessuna di quelle cose era sbagliata, stavano dicendo entrambe verità, ma in modo diverso. Credo che da qui derivi un po’ la mia natura critica. Non voglio dire questa cosa è buona e quella cattiva, quello che voglio fare è ascoltarle entrambe e cercare di capire dove si possono incontrare.

Manuela De Leonardis

Reggio Emilia // fino al 26 luglio 2026
Ndayé Kouagou. Heaven’s truth
COLLEZIONE MARAMOTTI – Via Fratelli Cervi, 66
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Dal 1993 è iscritta all’Ordine dei giornalisti del Lazio e dal 2004 scrive di arti visive per le pagine culturali del manifesto e gli inserti Alias, Alias Domenica, ExtraTerrestre.…

Scopri di più