A Milano una grande mostra a Palazzo Reale racconta i Macchiaioli (e l’Italia del loro tempo)

Fino al 14 giugno 2026 a Milano a Palazzo Reale si svolge la mostra sui Macchiaioli. L’ampia rassegna indaga l’origine, lo sviluppo e il tramonto di uno dei movimenti più rivoluzionari della pittura italiana ottocentesca, calandolo in un contesto storico-artistico di ampio respiro

Su e giù sull’ottovolante del gusto. Questo il destino dei Macchiaioli, dal loro apparire fino alla rivalutazione degli ultimi decenni, dove si sono visti spopolare in mostre organizzate qua e là per l’Italia, additati come precursori degli intramontabili impressionisti. Vissuti in relativa miseria, premiati da una breve fama sullo scorcio dell’Ottocento, annientati dalla furia innovatrice dei futuristi. Poi la riscoperta, negli anni tra le due guerre, in un testa a testa tra critici e collezionisti che porta i prezzi alle stelle e i quadri di Fattori, Lega, Signorini o i meno noti Abbati e Borrani a spopolare nelle raccolte di quegli industriali (oggi si direbbe imprenditori) mecenati che hanno segnato la storia del collezionismo italiano del Novecento.

Chi erano i Macchiaioli

I Macchiaioli non hanno mai costituito un movimento vero e proprio. Nessuna adesione ufficiale. Sono pittori di generazioni diverse, di differenti provenienze, accomunati da ideali comuni, artistici ed etici. Prima di tutto, l’urgenza che percorre sottopelle la cultura dell’Europa intera a metà Ottocento: abbandonare le consumate regole delle vecchie accademie per rappresentare, con mezzi artistici innovativi, la nuova società in evoluzione.

La mostra sui Macchiaioli a Milano

Da qui l’idea di organizzare, a Palazzo Reale, un’esposizione corale con artisti che rappresentano un prima e un dopo all’estetica della “macchia”, o che hanno l’hanno incontrata di tangenza, come Giovanni Boldini, o che si sono confrontati sugli stessi temi con mezzi espressivi differenti, come Federico Faruffini e Gerolamo Induno. Il rischio è di perdersi un po’, e di vedere sbiadire l’impatto innovativo dell’esperienza macchiaiola in un lacunoso affresco della pittura italiana di secondo Ottocento. Stiamo, quindi, addosso all’origine del movimento, che ha un epicentro, il celebre Caffè Michelangiolo di Firenze e un bacino ideale di diffusione, tra la stessa Firenze, la campagna e la riviera Toscana. Con un approdo sicuro a Castiglioncello, a casa di Diego Martelli, principale mecenate e promotore del gruppo, ripreso da Giovanni Fattori in un quadretto del 1867 che sarebbe tanto piaciuto agli impressionisti, Degas in testa. Una delle amate sessioni en plain air, più volte riproposte (mirabile il Silvestro Lega che dipinge sugli scogli, 1866-1867) e portano a un radicale ridimensionamento delle superfici da dipingere, tele o tavole, le preferite di Fattori, che può stirarci sopra il colore fino a fare apparire il supporto.

Nascita, periodo d’oro e tramonto della pittura di macchia

Le date: la carica propulsiva dei macchiaioli, innescata al principio degli Anni Cinquanta, si esaurisce dopo il 1872, anno di morte di Mazzini, costante ispiratore del gruppo. La stagione “eroica” va dalla guerra di indipendenza del 1859 agli anni in cui, tra il 1865 e il 1871, Firenze è capitale provvisoria del nuovo Regno d’Italia. Sono questi i termini a influenzare l’origine, lo sviluppo e il declino degli ideali che uniscono pittori tanto diversi tra loro come Fattori, Cristiano Banti, Odoardo Borrani o Telemaco Signorini. L’adesione al positivismo, la fiducia nel progresso della scienza, nella bandiera democratica, portano il messaggio che anche l’arte debba democratizzarsi. Rivoluzionandosi nei temi e nella sua stessa grammatica espressiva.

L’interesse dei Macchiaioli per il “vero”

Dai soggetti eroici e storici alla realtà domestica e quotidiana delle comunità rurali, con l’ossessione di una resa del “vero” che porta a ridurre all’essenzialità i mezzi pittorici per aderire alla semplicità del vivere quotidiano. Non è il soggetto il protagonista, ma il “vero”. Il titolo del quadro, “un pretesto per sciogliere un problema di ombre, di luce, di colore”. I contadini senza volto, forme essenziali scolpite dalla luce. Paesaggi ridotti ai rapporti minimali di forma e colore nei quadri di Giuseppe Abbati (Le mura di San Gimignano, 1863 circa) o Telemaco Signorini (Pascoli a Castiglioncello, 1861). Sono tra le migliori rievocazioni, in chiave moderna, della “pittura di luce” del Quattrocento toscano, tanto cara al rigore sperimentale della prima stagione della “macchia”, dove i rapporti cromatici e luministici compongono una specie di teorema filosofico sotteso alla pittura. Dentro una luce che sembra tagliata fuori da un’unica perenne stagione. Si ha voglia di attraversarli questi campi, di fare anche noi vita all’aperto, si avverte il senso di speranza per questa nuova Italia unita, prima che gli entusiasmi franino di fronte alle delusioni che accompagnano il primo decennio della sua esistenza.

Il Risorgimento visto dai Macchiaioli

Anche le imprese belliche si fanno cronaca spicciola delle battaglie risorgimentali, non più idealizzate, ma dimensione della lotta del popolo combattuta da eroi anonimi. È un ragazzetto scanzonato che percorre in solitaria la collina di San Miniato a portare La prima bandiera italiana a Firenze nel 1859, nel quadro di Francesco Saverio Altamura. Sono i momenti di attesa tra una battaglia e l’altra a prevalere, in un’atmosfera da Deserto dei Tartari, nei tanti quadri che hanno reso Fattori il pittore del Risorgimento per eccellenza, fino all’inclusione, in Senso di Luchino Visconti (1954), de Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, ricostruito, con precisione maniacale, per rievocare la vergognosa ritirata di Custoza.

Stefano Bruzzese

Milano // fino al 14 giugno 2026
I Macchiaioli
PALAZZO REALE – Piazza Duomo, 12
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