Un libro racconta le contraddizioni della Capitale. Per costruire una nuova mappa di Roma

Recuperando un concetto sociologico, in “Superdiversa. Itinerari nella Roma plurale” le curatrici-autrici ricostruiscono l’immagine complessa e contraddittoria della città contemporanea attraverso luoghi, corpi, oggetti, odori, suoni e silenzi

Per quanto citare l’Ezechiele di Samuel Jackson stia diventando di moda, ci si può rifare all’originale che in Genesi 2, 7-22 dice: “Avendo dunque il Signore formati dalla terra tutti gli animali terrestri, e tutti gli uccelli dell’aria, li condusse ad Adamo perché stabilisse il nome da dar loro […]. E Adamo impose nomi convenienti a tutti gli animali, e a tutti i volatili…”. Potremmo dire che res sunt consequentia nominum. Da morettiani della prima ora, siamo del tutto convinti che le parole siano cruciali. Lo sono ancora di più se cerchiamo di orientarci nella toponomastica, che finisce ogni tanto per sovrapporsi alla città reale. Ceci n’est pas une cartographie, si potrebbe dire, magrittianamente. La cosa diventa molto più rognosa se si esplora Roma, un coagulo di stratificazioni scomposte che – come tutte le cose irregolari e imprevedibili – si nutre di bellezza eloquente e reagisce con saggezza beffarda alle ebollizioni di un mondo che vi converge da sempre. Una città che sa costruire la tomba di un fornaio a ridosso della sua porta più importante, che spoglia un anfiteatro per costruirci facciate barocche, che teatralizza piazze e fontane quasi normalizzandone la meraviglia è una città decisamente laica.

Copertina di "Superdiversa. Itinerari nella Roma plurale"
Copertina di “Superdiversa. Itinerari nella Roma plurale”

Raccontare la molteplice storia di Roma

Fondata da un turco, governata da un iniziato, saccheggiata e ricostruita di continuo, Roma non è soltanto una sorta di millefoglie metropolitana fatta di strati succulenti ed eloquenti. È anche – soprattutto – un patchwork molteplice (plurale, appunto) che anticipa di molti secoli la visione di Cedric Price che, nel disegno topico The City as an Egg, interpreta la città contemporanea come le uova strapazzate, prive di dinamiche gerarchiche e della consueta dialettica centro-periferia. Roma è sempre stata un po’ così, e la sua mancanza di una forma strutturata è stata ed è tuttora la culla di fermenti sociali e di talenti individuali che altrove potrebbero inciampare in barriere e ostacoli tanto materiali quanto simbolici.

Tutte le religioni di Roma tra ieri e oggi

Laica, si diceva. La cosa si riflette densamente sul coagulo delle religioni, che fin dal Pomerium hanno dato forza e potere a un mercato del bestiame diventato caput mundi. Accogliente fin dagli albori, felice di ospitare il Tempio di Iside a Colle Oppio (altri tempi…), i Mitrei sotterranei, le Catacombe di un culto emergente quando ancora l’Imperatore si spacciava per un dio, la Comunità Ebraica fin dalla conquista di Tito (è l’unica in tutto il mondo ad abitare da quasi duemila anni sempre lì), le religioni africane e asiatiche e l’Islam che vi affluiscono a ritmi crescenti e ne rileggono il rapporto con lo spazio e con il tempo. Può aiutarci a capirla, comunque a costruire domande reali, il bellissimo Cimitero Acattolico dove la pietas non ha colore.

Roma come città “superdiversa”

Maria Chiara Giorda, Eleonora D’Alessandro e Angelica Federici sono le curatrici e autrici di Superdiversa. Itinerari nella Roma Plurale, volumetagliente e per alcuni versi (sanamente) spiazzante. Giorda, D’Alessandro e Federici riprendono il concetto di “superdiversità” del sociologo Vertovec, che schiude le complessità irredimibili di città fatte di reticoli disordinati e cangianti. Le curatrici-autrici esplorano una mappa controversa, in cui i nomi cercano di scolpire nel marmo percorsi consolidati, che la realtà mette in crisi giorno dopo giorno: la città vivente cresce nonostante l’urgenza della solidità, e con accortezza costruisce luoghi, snodi, punti di condivisione negli spazi meno prevedibili, ma non per questo meno autentici. È una “geografia sensoriale” fatta di tante città che coesistono intrecciandosi, sovrapponendosi, talvolta ignorandosi. Roma appartiene a ciascuno, non impone stili né pratiche, e si presta docile a tutte le possibili interpretazioni e fruizioni. Non è il pluralismo untuoso della correttezza politica che cerca di assecondare le convenienze borghesi, ma la pluralità complessa e forse contraddittoria che genera valore.

La struttura del libro “Superdiversa”

Capitoli dedicati a luoghi, corpi, oggetti, odori, suoni, silenzio (finalmente si mette a fuoco che senza pause la musica stessa sarebbe rumore), e una chiusa che sembra offrire una sorta di “istruzioni per l’uso”: epica, etica, etnica, pathos; parole spesso abusate e di norma oscure, che si possono vedere con più nitidezza nell’emergere di pratiche sociali in cui l’infrastruttura religiosa, in quanto lettura del cosmo e del suo respiro, segna la gerarchia dei valori e mette insieme gli enzimi di una società che sa interrogarsi. Ecco, la pluralità della Roma superdiversa forse risiede proprio in questo: l’inutilità delle risposte, e l’accuratezza delicata delle domande. Assieme alle tre curatrici, Valeria Fabretti ha scritto la Prefazione, Giulia Massenz ha ragionato sui Corpi, e ha offerto le bellissime fotografie che accompagnano la lettura, Miriam Abu Salem ha parlato di Silenzio. Il volume è stampato da Quodlibet.

Michele Trimarchi

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