A Cannes 2026 emerge il cuore del cinema europeo grazie a storie poco “mainstream”

Quest’anno al festival mancano quasi del tutto film americani, ma anche russi e cinesi. Così si esalta il cuore europeo di Cannes, tra film che affrontano la morte e la storia punk di un rapporto padre-figlio

Con una mancanza pressoché totale di film americani, ma anche di film russi benvoluti o comunque accettati da Putin e di film cinesi, senza un solo film italiano, anche se l’Italia è presente “culturalmente” in molti film, la Cannes del 2026, arrivati al quinto giorno di proiezioni, rivela il suo cuore profondamente europeo. Non nazionalista, però.

I due film più apprezzati al Festival di Cannes 2026

I due film più amati in questi giorni da una critica internazionale meno ovvia della nostra, nascono dal profondo della cultura europea del ‘900. Fatherland di Pawel Pawlikowski, interpretato da Sandra Huller, Hanns Zischler e August Diehl come Erika, Thomas e Klaus Mann nella Germania del 1948 ormai privati di una “casa” e di una “patria”, e Soudain di Ryusuke Hamaguchi con Virginie Efira e Tao Okamoto, un film ripreso da un carteggio tra un’antropologa giapponese, Makiko Miyani e una filosofa giapponese malata di cancro all’ultimo stadio, Maho Isono, su come il capitalismo abbia invecchiato il mondo e la sua popolazione riuscendo a fermare la natalità e su come si debbano curare gli esseri umani malati di Alzheimer o autistici con metodi basagliani. Cioè liberandoli da istituti e manicomi, spingendoli a una loro vita e non a una vita in attesa della morte.

La morte come elemento comune tra i due film

Di fronte alla morte del figlio e del fratello, Thomas e Erika Mann ritroveranno la prova dell’esistenza di Dio ascoltando Bach in un clamoroso finale e ritroveranno così la loro più profonda umanità. Di fronte alla morte che può arrivare con tempi brevissimi, come suggerisce il titolo Sudain – d’improvviso –, la Mari filosofa e regista di Tao Okamoto e la Marie-Lou antropologa e dottoressa rispondono con una notte passata in bianco a ricostruire i mali del mondo e il ruolo del capitalismo nel momento più forte del film e di tanto cinema di questi ultimi anni. Proprio mentre siamo circondati dalla guerra, chiara risposta del capitalismo e della dittatura sovranista alla sua crisi profonda, il cinema più colto si chiude, o si apre, nel ritorno all’ordine morale della letteratura di Thomas Mann, di Goethe, della musica di Bach, ma anche delle tesi di Basaglia che da noi hanno davvero cambiato le cose.

Storie alternative rispetto al mainstream

Sono anche film che cercano una loro strada in maniera diversa dalla moda ricorrente, qui esplosa clamorosamente da Anatomia di una caduta di Justine Triet in avanti, del cinema tutto al femminile con protagoniste donne forti che si amano o si incontrano, giovani e meno giovani, mentre ai maschi sono relegati ruoli di padri rattusi che ci provano con le badanti o padri pedofili come in Gentle Monster di Marie Kreutzer, o orrendi patriarchi. Da tempo non si riesce a trovare un personaggio maschile positivo né una storia etero interessante.

Club Kid (still), di Justin Firstman
Club Kid (still), di Justin Firstman

Menzione speciale per il film “Club Kid”

Curiosamente il personaggio maschile più forte tra i film presentati finora a Cannes è quello protagonista di Club Kid di Justin Firstman, il re delle notti queer Peter Green, interpretato dallo stesso regista, che si ritrova a distanza di dieci anni da una scopata etero che nemmeno ricorda più, un figlioletto di dieci anni londinese fan dei Cocteau Twins e degli Slipknot. La madre si è uccisa, il patrigno è un gangster, quindi il ragazzo passa a lui, che cercherà di inserirlo nella sua vita scombinata piena di amici queer e trans piuttosto pittoreschi. Un ruolo che potrebbe fare Zalone o Adam Sandler, insomma, e che diventa qui, rispetto a tutto quello che ho visto, il più positivo, malgrado tutta la coca, le ketamine e l’alcol che si bomba.

Marco Giusti

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