A Cannes 2026, il regista Asghar Farhadi e il suo sofisticato gioco di specchi tra immaginazione e realtà 

Isabelle Huppert guida 'Histoire Parallèles', opera importante ma irrisolta in cui il regista iraniano trasforma suono, scrittura e voyeurismo in un labirinto tra realtà e finzione, smarrendo però la precisione del suo cinema migliore

Histoire Parallèles,il secondo film in lingua francese di Asghar Farhadi presentato in Concorso al 79esimo Festival di Cannes è un’opera attraversata da un continuo slittamento tra vero e falso, tra osservazione e invenzione, tra ciò che viene vissuto e ciò che invece viene scritto, manipolato, messo in scena. Seppur Farhadi torna così su uno dei territori che più gli appartengono – ovvero la fragilità della percezione – questa volta lo fa in modo diverso, più dispersivo, più letterario, quasi sedotto da una certa sofisticazione tutta francese che finisce per incrinare la precisione chirurgica del suo cinema migliore.

A Cannes 2026 il film “Histoire Parallèles” del regista Asghar Farhadi

La protagonista è Sylvie, una scrittrice in crisi creativa che trascorre le giornate osservando i vicini dalla finestra di casa. Un gesto apparentemente innocuo, che però si trasforma presto in ossessione. Quando assume il giovane Adam per aiutarla nella vita quotidiana, il rapporto tra i due comincia lentamente a contaminare la materia del romanzo che sta scrivendo, fino a dissolvere i confini tra finzione e realtà. I personaggi immaginati sembrano prendere corpo nel mondo reale, mentre la vita stessa si lascia riscrivere dalla narrazione.

Lo sguardo come costruzione artificiale

L’origine del progetto è dichiarata dallo stesso regista: il sesto episodio del Decalogo di Krzysztof Kieślowski. Ma Farhadi non riprende tanto il tema del voyeurismo quanto quello dello sguardo come costruzione artificiale. Se nell’opera di Kieślowski il desiderio nasceva dall’immagine osservata attraverso un telescopio, qui il regista iraniano sposta tutto sul suono. I vicini spiati da Sylvie sono infatti rumoristi, creatori di effetti sonori cinematografici: persone che fabbricano artificialmente il reale.
È un’intuizione fortissima. Il film ragiona continuamente sulla falsificazione del mondo, sulla capacità della finzione di produrre realtà. Farhadi lo suggerisce senza mai renderlo teorico: ogni suono che ascoltiamo potrebbe essere costruito, ogni gesto potrebbe appartenere a una messa in scena, ogni emozione potrebbe essere il risultato di una manipolazione narrativa. La scrittura, il cinema, perfino le relazioni umane diventano dispositivi di alterazione.

Un film che perde la precisione cinematografica

Eppure, nonostante la ricchezza delle idee, il film sembra incapace di trovare una vera compattezza. Si allunga, devia, accumula piste narrative e sdoppiamenti identitari che finiscono per appesantire il racconto. È come se Farhadi, lavorando per la seconda volta in lingua francese, avesse progressivamente assorbito una certa tendenza al compiacimento psicologico, perdendo quella tensione morale asciutta e implacabile che rendeva straordinari film come Il cliente. Qui tutto appare più elegante ma anche meno urgente. I dialoghi si moltiplicano, le traiettorie narrative si frammentano, i personaggi sembrano girare attorno ai propri segreti senza mai precipitare davvero. Eppure, dentro questa dispersione, restano immagini e intuizioni che continuano a lavorare sottopelle.

Il cast contribuisce enormemente a mantenere viva la tensione. Isabelle Huppert è quasi magnetica nel dare a Sylvie una fragilità trattenuta, glaciale e febbrile allo stesso tempo. Il suo volto sembra costantemente attraversato da un pensiero inconfessabile. Accanto a lei, Adam Bessa porta una presenza opaca, sfuggente, che rende Adam un personaggio impossibile da decifrare fino in fondo. Attorno a loro si muove un gioco di specchi che coinvolge anche Vincent Cassel, Pierre Niney e Virginie Efira, tutti impegnati in una sottile dualità tra personaggi reali e personaggi immaginati. Farhadi lavora sulle variazioni minime: un tono di voce, una postura, una luce diversa sul volto. Non cerca mai la trasformazione spettacolare ma un’ambiguità costante, quasi impercettibile.

Il suono: l’elemento identitario del film di Asghar Farhadi

Ed è proprio il suono l’elemento più riuscito del film. La pioggia, i temporali, il vento contro i vetri, i rumori degli appartamenti vicini costruiscono un paesaggio acustico soffocante, che diventa la traduzione sensoriale dell’inquietudine interiore dei personaggi. Più che mostrare il disagio, Farhadi lo fa risuonare. Forse non è il suo film più compiuto. Forse resta davvero un’occasione mancata, un’opera che ambisce a molto più di quanto riesca a controllare. Ma è anche un film che continua ostinatamente a interrogare lo spettatore su ciò che considera autentico. E in un’epoca in cui tutto sembra simultaneamente reale e artificiale, questa domanda conserva una forza disturbante.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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