Il festival di Cannes non parla più inglese. Ecco perché oltre all’Italia non c’è neppure Hollywood
Non sono solo i film italiani ad essere assenti a Cannes. Manca il cinema americano e per dirla tutta anche quello britannico. Una questione geopolitica, l’effetto del governo Trump o la dura guerra che il festival ha lanciato a Netflix?
Come nella barzelletta, il cinema italiano è così sfigato che non è neppure primo nella sfiga, perché c’è qualcuno che è ancora più sfigato di lui. Così se piangiamo calde lacrime per il fatto che non abbiamo nemmeno un film in concorso, all’imminente Festival di Cannes (12-23 maggio 2026), a parte, ma solo produttivamente, Fatherland del polacco Pawel Pawlikowski, prodotto dalla Our Films di Mieli e Gianani, gli americani, la vecchia Hollywood che tutti abbiamo amato, piangono ancora di più visto che, con un solo film in concorso e uno a Un certain regard, ci fanno una figura ancor peggiore della nostra.
Il cinema americano a Cannes
E l’assenza del cinema americano fa paura. Più della nostra. Perché non stiamo parlando del nostro cinema di papà sovvenzionato in gran parte dallo stato dove un anno passa un film di Mario Martone, un altro un film di Nanni Moretti, un anno Marco Bellocchio, e le sorprese si contano col contagocce, stiamo parlando di un’industria che da sempre domina il mercato e gran parte dei nostri sogni. E coinvolge quindi l’amore che da sempre l’Europa, e la Francia in particolare, ha avuto per il cinema americano. Cannes non è più innamorata di Hollywood? scrive su The Guardian il critico Peter Bradshaw. “Il festival, come la Nato, è diventata un’istituzione non-americana?” Inoltre, il solo film americano nel Concorso, The Man I Love diretto da Ira Sachs con Rami Malek, Rebecca Hall, Tom Sturridge, e il solo film americano presente a Un certain regard, Teenage Sex and Death at Camp Miasma, diretto da Jane Schoenbrun con Hannah Einbinder e Gillian Armstrong, sono opere di registi ultra-indie e ultra queer, decisamente molto, molto, molto lontani da Hollywood. Non basteranno certo, fuori concorso, l’arrivo dei film diretti da star un po’ bollite, come Diamond di Andy Garcia o Propeller One-Way Night Coach di John Travolta, per cambiare la tendenza. Basta scorrere l’elenco delle opere.
I film che rendono solida Cannes
La solidità del festival non arriva dalla presenza di un Christopher Nolan, che lancerà a luglio, senza festival, il suo attesissimo The Odyssey con Matt Damon e Zendaya, o di un Alejandro G. Iñárritu, messicano ma ormai hollywoodiano di fatto, che presenterà forse Digger con Tom Cruise, Jesse Plemons, Sandra Hüller, a Venezia, ma da nomi come il russo che vive da anni in Francia Andrey Zvyagintsev, che si presenta con Minotaur, thriller politico di produzione francese, o l’iraniano Asghar Farhadi, a Cannes con Parallel Tales con Isabelle Huppert, Virginie Efira, Vincent Cassel, Pierre Niney, un film ispirato al sesto episodio del Decalogo di Krzysztof Kieslowski. O dall’ultimo film di Kore-eda. Diciamo che al dominio americano si è sostituito il trionfo dell’idea di cinema internazionale che da decenni la Francia sta portando avanti. E è ovvio, quindi, che la Francia a Cannes sia fin troppo presente, quattro film solo nel concorso, Histoire de la nuit di Léa Mysius con Hafsia Herzi, Bastien Bouillon, Benoît Magimel e la nostra Monica Bellucci, L’inconnue di Arthur Harari con Léa Seydoux e Niels Schneider, Garance di Jeanne Herry con Adèle Exarchopoulos in versione attrice alcolizzata, Le vie d’une femme di Charline Bourgeois-Taquet con Léa Drucker e Mélanie Thierry. Per non parlare di produzioni e coproduzioni. Ma non c’è solo l’industria francese a sostituire quella americana.
Film giapponesi a Cannes 2026
Sono presenti in concorso ben tre film giapponesi, Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda, Nagi Notes di Koji Fukada e All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi, girato in Francia, con Virginie Efira e Tao Okamoto. E addirittura tre film spagnoli, l’ultimo Almodovar, Amarga Navidad, con Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, l’ultra queer La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo, El ser querido di Rodrigo Sorogoyen con Javier Bardem e Victoria Luengo. Possibile che sia più interessante l’immaginario giapponese o spagnolo di quello americano? Aggiungo che molti sono i film che si interrogano sulla guerra, quella passata, anche se con un occhio a quelle attuali, vista però sempre dalla parte europea, come Coward del belga Lukas Dhont (Girl), e Moulin, diretto da Laszlo Nemes (Il figlio di Saul), filmone su un capo partigiano, Jean Moulin, interpretato da Gilles Lellouch, che finì nelle mani del nazista Klaus Barbie, interpretato da Lars Eidinger. A questo aggiungiamo la assoluta mancanza nel concorso di registi inglesi. Possibile? Che fine hanno fatto? E ci domandiamo che lingua stia parlando il cinema. A ben vedere, insomma, almeno a Cannes, Hollywood e il cinema americano, per non dire il cinema anglofono, non sono più centrali, né produttivamente né, cosa più importante, culturalmente. Ma, a conti fatti, non lo era particolarmente, nemmeno nella grande stagione dei premi culminata con gli Oscar dello scorso marzo. È vero che c’erano due film molto americani come Sinners di Ryan Coogler e Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, anche molto legati alla cultura americana, e usciti al di fuori dei festival, ma mai si erano visti così tanti titoli stranieri nei punti chiave delle nominations, da Sentimental Value di Joachim Trier a O agente secreto di Kleber Mendonça Filho, da Sirat di Oliver Laxe a Un semplice incidente di Jafar Panahi, tutti provenienti dal concorso di Cannes del 2025.
La geopolitica conta?
Come a dire che l’arrivo di Donald Trump ha solo velocizzato una crisi della industria americana che era già in atto. Attori e attrici come Renate Reinsve, Sandra Huller, Wagner Moura sono oggi delle star internazionali da tappeto rosso forse anche più delle grandi star americane, che in numero sempre maggiori ritroviamo nel cinema europeo. Cosa è successo? Donald Trump e la sua politica isolazionista avranno certo il loro peso, per non parlare della Warner Bros che sta finendo inghiottita dalla Paramount, ormai legata al governo Trump. Magari c’entra anche un neanche tanto velato antisionismo dei francesi per il cinema americano da sempre legato al mondo dei tycoon ebrei. Harvey Weinstein non è stato certo l’ultimo. E le battute di Quentin Tarantino da Tel Aviv, che giura che morirà sionista, certo non aiutano. Ma sono ben lontani i tempi di quando si poteva aprire Cannes con filmoni con Tom Cruise come Top Gun: Maverick, parecchio guerrafondaio o Mission Impossible; The Final Reckoning.
L’imperialismo americano non è più di casa a Cannes
Oggi tutto questo pare impossibile. Questo non vuol dire che, come al solito a Cannes, troveremo nascosti nei film, piccoli e grandi che siano, gli umori di un anno di conflitti politici e sociali che abbiamo vissuto un po’ tutti nella vecchia Europa. Spesso drammaticamente. E la politica di Trump e lo scontro con leader come Macron e Sanchez non ha certo aiutato. Ma non ha aiutato neanche la guerra che da sempre Cannes ha dichiarato a Netflix, che ha portato a riempire di star le sale veneziane. La chiusura verso le grandi produzioni di streaming allontana da sempre Hollywood, o ciò che di Hollywood rimane, da Cannes. Ancora una volta, insomma, non si tratta solo di cinema. Ma stavolta la crisi, il distacco, è profondo.
Marco Giusti
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