Intervista al grande scultore Charles Ray che a Los Angeles si mostra in due diverse gallerie

Matthew Marks e Jeffrey Deitch ospitano lavori storici e nuove produzioni dell’artista statunitense. Partendo dalla mitologia fino al mondo di oggi, Charles Ray ci ha parlato dei suoi lavori e dei temi che lo interessano

Due mostre personali dedicate a Charles Ray (Chicago, 1953) hanno aperto a un’ora di distanza nelle gallerie di Matthew Marks e Jeffrey Deitch a Los Angeles il 18 aprile. Le gallerie di Marks e Deitch distano poco più di un due chilometri, 20 minuti a piedi, oppure cinque o sei minuti in auto (traffico permettendo). Tre nuove sculture sono ora esposte nella galleria di Marks al 1062 N. Orange Grove, e tre sculture più datate nella galleria di Deitch al 925 N. Orange Drive.

Veduta dell'allestimento nella galleria Matthew Marks
Veduta dell’allestimento nella galleria Matthew Marks

Una doppia mostra a Los Angeles

Per inquadrare correttamente questo episodio, è importante ricordare che Los Angeles è la seconda città più popolosa degli Stati Uniti (la sua popolazione equivale a quelle di Roma e Milano messe insieme). Per quanto riguarda l’arte contemporanea, se New York la supera per numero di gallerie e musei, Los Angeles resta il centro più importante per i collezionisti americani, nonostante la crescente concorrenza di Art Basel Miami Beach. Non si tratta di una precisazione superflua: considerare la scala entro cui operano gli artisti negli Stati Uniti è essenziale per comprenderne il lavoro. Charles Ray, tuttavia, non è nuovo a mostre personali simultanee. Nel 2022 ce ne sono state tre, su entrambe le sponde dell’Atlantico: al Metropolitan Museum of Art, al Centre Pompidou e alla Bourse de Commerce.

La ricerca artistica di Charles Ray

Da quasi cinquant’anni, Ray – nato a Chicago, ma residente a Los Angeles da quattro decenni – realizza opere che catturano lo sguardo e stimolano la mente. Il corpo (il suo, i manichini, il corpo femminile, quello di un bambino che tiene una rana) è sempre stato centrale nei suoi interessi. Si trattava, almeno inizialmente, di figure isolate create su scala alterata, ritratte in posture neutre e pose sospese. Tuttavia, Ray ha realizzato anche oggetti inanimati come trattori, sedie, tavoli, letti e automobili. Alcune delle sue sculture più iconiche sono esposte nella galleria Deitch. Firetruck (1993) riproduce un giocattolo per bambini, apparentemente conservandone la fragilità: ma è ingrandito fino a raggiungere i 14 metri di lunghezza, la scala di un vero camion dei pompieri. Firetruck è dunque un giocattolo che diventa reale, o il reale che diventa giocattolo. Mentre Pepto-Bismol in a Marble Box (1988), apparentemente l’opera più “piacevole” tra quelle presenti, raffigura una scatola di marmo bianco, riferimento alla scultura classica, riempita di Pepto-Bismol, un farmaco da banco rosa utilizzato per alleviare sintomi gastrointestinali come nausea, bruciore di stomaco e diarrea. Tra queste vi è Table (1990), un’opera enigmatica, interamente lasciata all’interpretazione dell’osservatore, che Ray considera comunque tra le sue più complete. Più recentemente Ray si è concentrato su temi ricorrenti nella storia della scultura come il ritratto equestre o figure archetipiche della cultura americana e classica. Sempre in sintonia con la realtà del momento storico in cui sono state prodotte. A questo fanno riferimento le nuove opere esposte da Matthew Marks.

Le opere di Charles Ray in mostra a Los Angeles

Charles Ray lavora lentamente; i suoi collezionisti sanno che possono attendere anni prima di ricevere l’opera commissionata. È in questa dimensione temporale che matura la cura per i suoi soggetti, sempre realizzati con meticolosa attenzione al dettaglio. Fallen Horse è una scultura in granito grigio su cui Ray ha lavorato per quasi quindici anni: raffigura un cavallo a grandezza naturale, disteso su una base scultorea, il tutto scolpito da un unico blocco di granito di 12 tonnellate. Poco distante si trova Junk 2, un’opera composta da parti di motore impilate, saldate insieme, e ciascun componente dipinto con un colore distinto e brillante. The Animation of Pandora (2026) chiude la mostra: un gruppo scultoreo in bronzo dipinto di bianco. Al centro vi è una rappresentazione di Pandora, circondata da Efesto e Atena, entrambi pronti a compiere gesti che si aprono all’interpretazione dello spettatore. È proprio su queste due opere che lo abbiamo intervistato.

Intervista a Charles Ray

Da destra a sinistra: Efesto, Pandora e Atena. Sto tentando un’interpretazione tra le tante possibili. L’arte della creazione, il prodotto di questa creazione e la natura incontaminata. Ci sono andato vicino?
Sì, delle tre opere in mostra, The Animation of Pandora è forse la più lenta, la meno sensazionale, ma anche la più intellettuale. Si rivela lentamente allo spettatore così come lo spettatore si avvicina lentamente alla scultura. Con questo intendo dire che è ricca di riferimenti classici, sia nella narrazione sia nella composizione. L’atto di creazione nella scultura non è solo il rapporto tra le figure stesse, ma anche quello tra lo spettatore e la scultura. La chiave qui è la superficie delle sculture. Forma bianca che richiama il marmo classico, ma in realtà bronzo dipinto che lascia un candore neutro come un foglio di carta, una molteplicità per l’immaginazione per trovare relazioni, mettere a fuoco e sfocare attraverso la superficie della scultura. Un fenomeno non dissimile dalla matrice dei social media del nostro tempo.

In questo gruppo il gesto è sospeso, un leitmotiv delle tue altre sculture. Che tipo di azione vuoi rappresentare?
È una domanda molto interessante, perché nella vita e nel tempo della mia mente il gesto affonda profondamente nella mia ricerca scultorea. Sono da tempo affascinato dal grande rilievo eleusino che si può vedere al Museo Nazionale di Athens. Raffigura il Dono del Seme. Il gesto delle dee Demeter e Persephone è misterioso per spettatori e studiosi. Cosa sta facendo? Nessuno lo sapeva. Lo studioso Richard Neer mi ha dato la risposta. Al British Museum c’è una coppa da vino ateniese datata 100 anni prima del rilievo eleusino stesso. Questa coppa raffigura l’Animazione di Pandora. Il dio Efesto, che ha appena completato Pandora, versa il fluido della vita nel foro sulla testa di Pandora, un momento di animazione. Lo scultore che realizzò il rilievo eleusino copiò semplicemente l’intera composizione ma cambiò genere, carattere e soggetto. La mano della dea sul ragazzo non ha alcuna relazione con il fluido della vita che era stato trasferito da una composizione all’altra.

E in ogni caso, Pandora, nella mitologia greca, è una creazione malevola. Una fonte eterna di guai. Sarebbe perfettamente a suo agio nei tempi in cui viviamo. Che ne pensi?
È stata modellata oggi su persone contemporanee, non americane ma mediterranee. Il mito di Pandora raffigura Pandora creata dagli dèi per scatenare e devastare l’umanità. Il mio interesse nel tornare indietro nel tempo dal rilievo eleusino alla coppa ateniese è mostrare come le narrazioni possano facilmente ritornare fino all’epoca attuale. Non è forse Pandora il telefono cellulare e i social media stessi? È l’IA? Non è Efesto Mark Zuckerberg? Chi è Atena? È viva nella mia mente e vive accanto a me.

Il monumento equestre ti ossessiona da tempo. A Parigi, nello spazio davanti alla Bourse de Commerce, una scultura senza piedistallo ti ritraeva apatico, leggermente incurvato su un cavallo perfettamente equipaggiato per la monta western. Ora di nuovo un cavallo, ma senza cavaliere e disteso. Cosa significa?
La natura specifica del significato, in particolare il mio significato scultoreo. Gli eventi che le mie opere rappresentano sono semi, in un certo senso quando li pianti non crescono ma il mondo scultoreo si forma attorno ad essi. Tu, spettatore, sei il sole nell’acqua. Potrei dire che la mia scultura non ha bisogno di nulla, ma ciò che sto davvero cercando di dire è che quando realizzo una scultura cerco di creare qualcosa che continui a generare significato nel futuro. Sono sempre stato affascinato da come le statue equestri fossero inserite nel cielo, al centro di una piazza, in alto su un piedistallo. Lo spazio del re o del generale. Con Horse and Rider davanti alla Bourse non cercavo di appiattire lo spazio o rimuovere il monumento da una statua equestre. Il monumento è diventato peso perché la scultura è realizzata in acciaio inossidabile pieno. Questo grande peso scultoreo mi ha permesso di portare la scultura a terra ed esistere non nello spazio civico del re, ma in quello del cittadino.

Dicci di più…
Siamo tutti pedoni. La mia scultura è inserita nello spazio pedonale ed esiste contemporaneamente come monumento non a me ma a tutti noi. I cavalli erano al massimo servizio dell’umanità nel 1953, l’anno in cui sono nato. Il fetore della morte sui campi di battaglia proveniva dai cavalli morti più che dai soldati. I soldati morti venivano rimossi dai sopravvissuti. I cavalli venivano lasciati a marcire. Da bambino, crescendo a Chicago, ricordo i cavalli. Pur essendo emozionanti da vedere, erano comunque ovunque. Fallen Horse può essere visto come un monumento al cavallo.

La scala alterata è un tratto distintivo delle tue sculture, ma questo cavallo è scolpito a grandezza naturale. Cosa sta succedendo?
La scala della mia scultura è calibrata sulla realtà della scultura piuttosto che sull’oggetto rappresentato. La scala è scultorea piuttosto che narrativa. Alcune sculture devono essere pesanti.

Questa scultura è stata realizzata nell’arco di quasi quindici anni. Nel frattempo, è successo molto in America e nel mondo. Questo cavallo si rialzerà mai?
È una grande domanda, e non ho la risposta.

Solo un’ultima cosa. Perché hai voluto esporre tre opere del tuo passato insieme a queste ultime tre?
Jeffrey Deitch mi ha proposto l’idea di esporre Firetruck come gesto verso la città di Los Angeles. Questa opera non si vedeva da diversi anni. Avevo sempre insistito che fosse mostrata solo in strada; con l’età mi sono ammorbidito. E le mie regole si sono attenuate. Ho portato anche le altre due opere non tanto per riempire la sua grande galleria quanto per costruire uno spazio più complesso per lo spettatore.

Aldo Premoli

Los Angeles // fino al 6 giugno 2026
Charles Ray
JEFFREY DEITCH – 925 N. Orange Drive
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Los Angeles // fino al 13 giugno 2026
Charles Ray
MATTHEW MARKS – 1062 N. Orange Grove
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Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

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