È morta VALIE EXPORT, icona dell’arte femminista che ha messo il corpo al centro della sua ricerca
Nata a Linz nel 1940, l’artista austriaca è morta a Vienna all’età di 85 anni. Tra gli Anni Sessanta e Settanta ha rivoluzionato la scena artistica europea utilizzando il suo corpo come strumento di resistenza politica e sociale
A Milano, nella nuova sede cittadina di Thaddeus Ropac, VALIE EXPORT ha aperto il 2026 insieme a Ketty La Rocca, in una mostra-dialogo sull’identità femminile (Body Sign), che ha sempre contraddistinto la ricerca artistica di entrambe. Il corpo come centro dell’esperienza, il linguaggio come campo di conflitto, lo spazio come dispositivo politico, la rappresentazione come forma di potere sono stati per decenni i campi d’indagine dell’artista austriaca, interprete di un anticonformismo radicale, negli anni del femminismo autentico, da protagonista della scena artistica europea del secondo Novecento.
VALIE EXPORT e l’arte femminista nella seconda metà del Novecento
Nata a Linz nel 1940, l’artista – performer, filmmaker, pioniera della media art e fautrice dell’uso del corpo come linguaggio politico e artistico – è morta a Vienna all’età di 85 anni. Dopo la formazione presso la Scuola d’Arte e Mestieri di Linz e il diploma alla HBLVA per l’industria tessile di Vienna, dalla fine degli Anni Sessanta, EXPORT (all’anagrafe Waltraud Lehner, adottò nel 1967 il nome VALIE EXPORT, scritto in maiuscolo, derivando il cognome dal marchio di sigarette Smart Export) ha rivoluzionato la scena artistica europea con azioni provocatorie e leggendarie.

Il corpo come strumento di resistenza politica e sociale
Come Tapp-und Tastkino (1968), il “cinema da toccare” che trasformava il suo corpo in schermo, invitando i passanti a inserire le mani in una scatola indossata sul petto per toccarle il seno; o Aktionshose: Genitalpanik (1969), performance in cui il corpo diventa campo di battaglia e strumento di resistenza. Anche nella serie fotografica Körperkonfigurationen (Configurazioni del corpo, 1972-1976) utilizzò il proprio corpo come strumento di resistenza politica e sociale, studiando il rapporto tra il corpo umano e lo spazio architettonico/urbano attraverso posture forzate che mimano le linee della città, per evidenziare come le strutture sociali e l’ambiente urbano limitino l’individuo. Sempre al 1972 data il suo Women’s Art a Manifesto, scritto per la mostra MAGNA, Feminism: Art and Creativity: “Lascia parlare le donne in modo che possano ritrovare se stesse, questo è ciò che chiedo per ottenere un’immagine autodefinita di noi stessi e quindi una diversa visione della funzione sociale delle donne”. In Syntagma, del 1983, utilizza diverse tecniche di montaggio cinematografico per mostrare come il corpo femminile sia stato manipolato dagli uomini attraverso l’arte e la letteratura.
L’eredità artistica di VALIE EXPORT
In oltre sessant’anni di carriera, lavorando in parallelo ai Wiener Aktionisten ma sviluppando una posizione autonoma, ha attraversato media diversi – dalla performance al video, dal cinema alla fotografia – indagando la relazione tra corpo, linguaggio e potere, e interrogando lo sguardo maschile e i ruoli del femminile, proponendo una visione politica e poetica che ha ispirato generazioni di artiste, da Marina Abramovic a Cindy Sherman. L’artista austriaca ha anche insegnato in prestigiose istituzioni internazionali, tenendo docenze all’Università del Wisconsin (1989-1992) e all’Università delle Arti di Berlino (1991-1995) e la cattedra di performance multimediale all’Accademia di Arti Mediatiche di Colonia (1995-2005). Nel 2023, il museo Albertina di Vienna le dedicava una grande retrospettiva, a cura di Walter Moser, ripercorrendo la sua ricerca dagli Anni Sessanta ai Novanta. La ricordiamo con l’ultima intervista pubblicata su Artribune solo qualche mese fa.
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