Le intense opere su carta di Basquiat sono al centro della sua prima mostra in Danimarca
Si intitola Headstrong la grande personale che il Louisiana Museum of Modern Art, di Humlebæk, dedica all’artista afrostatunitense. Esposizione che ha il grande merito di riscoprirne l’ultima produzione, focalizzate sulla rappresentazione della testa umana
Il Louisiana Museum of Modern Art, di Humlebæk, in Danimarca, ospita fino al 17 maggio prossimo, Headstrong, una retrospettiva su 50 opere dedicata alle riproduzioni su carta della testa e del corpo umano, realizzate da Jean-Michel Basquiat (New York, 1960-1988) fra il 1981 e il 1983, ed esposte per la prima solo nel 1990, due anni dopo la scomparsa dell’artista. Una mostra di studio, con opere in prestito da collezioni private e musei internazionali, la prima personale di Basquiat (anche se retrospettiva postuma) in un museo scandinavo, che racconta un aspetto meno conosciuto del celebre pittore afrostatunitense.

Le opere su carta di Basquiat nell’esposizione di Humlebæk in Danimarca
Sebbene sia sempre stato relegato in secondo piano dalla critica, l’interesse di Basquiat per la rappresentazione della testa umana ha prodotto risultati interessanti e artisticamente pregevoli; furono scoperte soltanto dopo la sua scomparsa, perché rimaste sempre nascoste nel suo atelier. E questa del Louisiana Museum of Modern Art è la prima mostra che espone tutta la serie, che si pone come un capitolo a sé stante della produzione di Basquiat; un nuovo punto di vista, quasi sconosciuto in Europa, sulla sua produzione artistica. Costituite da sovrapposizione di linee e colori, unite in un turbinio vorticoso che tradisce rabbia e disagio, come però accade nel disegno classico, tutte le teste sono posizionate con precisione al centro del foglio; non si tratta quindi di bozzetti sperimentali, o studi preliminari per opere successive. La serie, del tutto informale, senza un titolo riassuntivo ufficiale, apre un nuovo punto di vista sulla produzione artistica di Basquiat.
Le teste simboliche di Basquiat al Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk
Osservando le teste, colpisce la misura in cui i denti sono resi serrati, sia come una stretta fessura o che occupino metà del cranio. Sono come griglie o cancelli che bloccano il passaggio e la comunicazione, e che possono anche indicare stati psicologici che vanno dal terrore e dalla prigionia alla rabbia, attraverso le loro fisionomie contorte e caricaturali. Gli occhi e le bocche delle teste sono come zampilli che riversano realtà sia interne che esterne. L’accentuazione di queste linee – il contorno spesso frenetico e la stratificazione di molteplici strati di linee attorno a questi grandi fori – conferisce ai disegni un’aura particolare, hanno infatti il carattere di visioni o allucinazioni, ma possono essere pensate anche come una metafora della decadenza dell’individuo, nel particolare contesto di ricchezza, ipocrisia, violenza, perversione, degli Stati Uniti della fine dell’era Reagan. Le teste variano da qualcosa di simile alla pienezza della carne viva alla freddezza dei teschi, delle maschere o di figure umanoidi meccaniche. Sebbene le teste occupino il centro del foglio, sono caratterizzate da tremolanti dissonanze tra le loro parti anatomiche; la maggior parte sono frontali, ma in molti punti abbiamo anche una prospettiva laterale, come se l’intera struttura della testa si fosse “allentata” a causa della disperazione o di una risata eccessiva.
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Basquiat, artista senza compromessi in mostra in Danimarca
Il suo rapporto con la città è viscerale, e non casualmente il suo primo “atelier” furono i vicoletti dell’East Village, dove, già a quindici anni, alternava i graffiti alla prostituzione. La consacrazione arriva nel 1980, quando partecipa alla collettiva Times Square Show, sponsorizzata da Collaborative Projects Incorporated, mentre l’anno successivo prende parte alla retrospettiva New York/New Wave, insieme ad altri artisti come Robert Mapplethorpe, Keith Haring, Andy Warhol e Kenny Scharf. Nella New York degli yuppies così ben raccontata da Bret Easton Ellis e da Oliver Stone, Basquiat è un momento di rottura, la messa in discussione di un’America che non aveva ancora risolte le proprie contraddizioni. A cominciare dalla questione razziale, che aveva nella comunità afroamericana la vittima predestinata. Filtrata dalla dimensione urbana statunitense, emerge orgogliosa quell’arcaicità che è l’essenza tribale dell’Africa Nera; la si ritrova in parte nel tratto “primitivo”, ma soprattutto in quel ritmo musicale che possiedono le sue opere: è il jazz, infatti, uno dei grandi contributi che l’Africa ha portato in America. Ma soprattutto, la sua arte ha l’odore della strada, dei vicoli sporchi del Bronx, della solitudine, è poesia della disperazione, che nasce dalla povertà e dall’emarginazione.
Niccolò Lucarelli
Humlebæk, Danimarca // fino al 17 maggio 2026
Headstrong, Jean-Michel Basquiat
LOUISIANA MUSEUM OF MODERN ART – Gl. Strandvej, 13
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