Un artista italiano fa una mostra a Tunisi ispirandosi alle architetture di Le Corbusier 

L’artista sceglie di trasformare l’eredità irrisolta di Nivola in un dispositivo contemporaneo: abitare temporaneamente le architetture di Le Corbusier nel mondo, mettendo in discussione, di volta in volta, cosa significhi davvero “abitare” oggi

C’è una casa a Tunisi che nessuno può abitare. O meglio: una casa pensata per essere vissuta, progettata per adattarsi al clima mediterraneo, per aprirsi alla luce e al vento, e che oggi invece si sottrae allo sguardo. È Villa Baizeau, costruita tra il 1928 e il 1930 da Le Corbusier per l’industriale Lucien Baizeau: uno dei primi esperimenti modernisti di adattamento ambientale, fatto di volumi sospesi e strategie passive di ventilazione. Una casa pensata anche come modello replicabile, quasi un prototipo industriale dell’abitare. Eppure oggi la villa si trova all’interno del parco presidenziale tunisino e dunque è inaccessibile. C’è questo racconto all’origine del settimo capitolo di My house is a Le Corbusier, il progetto pluriennale di Cristian Chironi (Nuoro, 1974). Qui, più che altrove, l’abitare è impossibile da attraversare, ma proprio per questa sublimazione diventa spazio altro di riflessione.

Il progetto “My house is a Le Corbusier” di Cristian Chironi 

Il progetto, avviato nel 2015, lega direttamente Cristian Chironi alla figura di Costantino Nivola. Negli anni Sessanta, infatti, quest’ultimo – artista profondamente connesso al pensiero di Le Corbusier – inviò alla propria famiglia a Orani (paese di origine di Chironi) un progetto firmato dall’architetto svizzero, invitandola a costruire la casa seguendo quel disegno. Questo, però, non venne mai realizzato poiché percepito come estraneo, privo degli elementi riconoscibili dell’abitare tradizionale e dunque fu rifiutato e infine dimenticato. Ed è proprio in questa frattura, in questa incomprensione tra visione modernista e cultura domestica, che Chironi individua l’origine del suo lavoro. Piuttosto che ricostruire quella casa mancata, l’artista sceglie di attraversarle tutte, trasformando l’eredità irrisolta di Nivola in un dispositivo contemporaneo: abitare temporaneamente le architetture di Le Corbusier nel mondo, mettendo in discussione, di volta in volta, cosa significhi davvero “abitare” oggi.

Avere questa mobilità intorno al mondo significa, per me, prendere coscienza dei luoghi attraversati, usando queste case come punti di osservazione”, racconta ad Artribune l’artista. “È un modo per confrontarmi con usi, linguaggi e costumi diversi, ed è probabilmente l’aspetto che più mi interessa in questo momento”. C’è anche un secondo episodio che rafforza questo legame. Negli Anni Ottanta, Nivola chiese a un nipote di recuperare alcuni oggetti dalla sua casa-studio in Toscana, tra cui una Fiat 127. L’auto venne riempita senza troppo riguardo di opere, schizzi e materiali: un trasporto inconsapevole di patrimonio artistico. Chironi riprende questa immagine e la trasforma in un elemento chiave del suo progetto: la Fiat 127 diventa una sorta di estensione della casa, uno spazio mobile di attraversamento e narrazione che lo accompagna in ogni tappa di My House is a Le Corbusier. Dopo Bologna (con il Padiglione de l’Esprit Nouveau), Parigi (nell’Appartement-Studio di Le Corbusier, con estensioni al Padiglione Svizzero e alla Cité de Refuge), Marsiglia (all’interno dell’Unité d’Habitation), Chandigarh (presso il Pierre Jeanneret Museum), La Plata (con Casa Curutchet), Berlino (ancora in un’Unité d’Habitation) e a La Chaux-de-Fonds (nella Maison Blanche), Tunisi rappresenta un cortocircuito: qui la casa non si può abitare. 

La mostra “My house is a Le Corbusier (Villa Baizeau)” di Cristian Chironi a Tunisi

Così, tra il 22 gennaio e il 5 aprile 2026, Chironi si stabilisce nella Medina di Tunisi, in residenza presso La Boîte – Centre d’Art & d’Architecture. È da qui che costruisce il suo dispositivo di indagine: non la casa come spazio fisico, ma come lente attraverso cui leggere la città. Il progetto, articolato in residenza, incontri pubblici e altri informali, mostra e libro, trova la sua restituzione nell’esposizione My house is a Le Corbusier (Villa Baizeau), inaugurata il 3 aprile 2026 negli spazi de La Boîte, ma costruita giorno dopo giorno attraverso relazioni e attraversamenti spaziali e non. E non è un caso che, tra i partner e le realtà che nel tempo hanno accompagnato e sostenuto il progetto, compaiano anche istituzioni italiane legate tanto all’architettura quanto all’immaginario industriale. Tra queste, il Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, che nel 2024 ha dedicato a Chironi la mostra Torino Stop, incentrata proprio sulla Fiat 127 come dispositivo narrativo. Ed è qui che l’automobile torna dopo l’esperienza tunisina, chiudendo idealmente un cerchio. 

L’azione performativa di Carthage Drive per riflettere sull’abitare contemporaneo

Ma è forse nell’iniziativa performativa di Carthage Drive il centro del progetto. Il 24 e 25 marzo, infatti, Chironi attraversa la città a bordo di una Fiat 127 Special – ribattezzata “Camaleonte” – trasformando l’automobile in una casa mobile, una stanza di ascolto, una macchina narrativa. L’auto è stata utilizzata come un vero e proprio notebook: ogni partecipante saliva a bordo e lasciava il proprio punto di vista”, racconta. Allo stesso tempo, l’auto ha funzionato come una macchina del tempo, mettendo in relazione passato e presente attraverso i diversi contesti generazionali rappresentati dai partecipanti”. Architetti, musicisti, attori, studenti e cittadini comuni si alternano nell’abitacolo, dando vita a una performance collettiva che si svolge tra la Medina e Cartagine, passando per Via Cartagena, una delle zone più controllate della città, per la presenza del Palazzo Presidenziale. Le tracce raccolte durante questi attraversamenti confluiscono poi in una video-installazione, insieme a testi e fotografie, mentre durante l’opening l’automobile diventa una scultura sonora, animata dalle collaborazioni con Paolo Fresu, Marino Formenti, Gavino Murgia, Stefano Pilia e Dhafer Youssef. Resta, sullo sfondo, la questione irrisolta di Villa Baizeau. Il suo futuro è ancora aperto: residenza d’artista? spazio pubblico? patrimonio UNESCO? In ogni caso, prima o poi dovrà essere aperta”, afferma Chironi.

Caterina Angelucci

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Caterina Angelucci

Caterina Angelucci

Caterina Angelucci (Urbino, 1995) vive e lavora a Milano. È laureata in Lettere Moderne con specializzazione magistrale in Archeologia e Storia dell’arte. Oltre a svolgere attività di curatela indipendente in Italia e all'estero, dal 2018 lavora come giornalista per testate…

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