A Roma una mostra celebra il leggendario scenografo e costumista Dante Ferretti

Ai Musei di San Salvatore in Lauro, quaranta bozzetti ribaltano una gerarchia: non strumenti preparatori, ma opere originarie. Incontro con il maestro e Premio Oscar che ha costruito sessant'anni di immaginario cinematografico internazionale (e vuole ancora fare una nuvola)

Gessetti, carboncini, collage. È una tecnica mista quella con cui Dante Ferretti (Macerata, 1943) ha costruito sessant’anni di cinema, da Pasolini a Scorsese, da Fellini a Tim Burton. Ai Musei di San Salvatore in Lauro di Roma è aperta, fino al 19 luglio 2026, la mostra Dante Ferretti. Con i miei occhi, curata da Raffaele Curi e dedicata al grande scenografo e costumista italiano.

A Roma una mostra celebra lo scenografo e costumista Dante Ferretti

Quella in mostra è una raccolta di bozzetti che diventano opere d’arte. In realtà i bozzetti di Ferretti non sono mai stati solo strumenti preparatori: sono le opere originarie da cui è nato un grande cinema. “Sono le mie idee per il film dopo aver letto la sceneggiatura e aver parlato con il regista: le cose come le avrei viste io. In genere hanno sempre accettato tutto”, spiega. Questo meccanismo, leggere la sceneggiatura, isolarsi, disegnare, poi portare i bozzetti al regista come fatti compiuti, è il metodo Ferretti. Con Scorsese si era ridotto all’osso: “Con lui ci dicevamo poco. Io leggevo la sceneggiatura e disegnavo tutto. Lui veniva sempre a vederli un giorno prima di cominciare a girare”.

A Roma la genealogia visiva del grande Dante Ferretti

La mostra lo dice esplicitamente nel suo impianto critico: Ferretti ha imparato a vedere il cinema attraverso la pittura. Una genealogia visiva che passa da Piero della Francesca a Masaccio, da El Greco a Luca Signorelli, dalla luce caravaggesca a Giotto, dalla pittura fiamminga al manierismo, fino a Bosch e Bruegel. Lo si vede bene scorrendo le opere in mostra, come il faro di Shutter Island — uno spazio isolato e verticale immerso in un paesaggio ostile — che Ferretti ha dedicato a Fellini: “Perché noi Fellini lo chiamavamo un faro”. La Beaufort Ballroom de L’età dell’innocenza, prima collaborazione ufficiale con Scorsese, del 1993, dove la scenografia è uno spazio chiuso che riflette le costrizioni dei personaggi. L’interno della balena in Le avventure del barone di Münchausen di Terry Gilliam: qui le forme organiche e deformate creano un ambiente teatrale e immaginifico.

Lavorare nell’ombra di un regista secondo Dante Ferretti

C’è un aneddoto che racconta cosa significa lavorare nell’ombra di un regista. Julie Taymor voleva il Colosseo per Titus: Ferretti, passando in auto tornando da Fiumicino, vide il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, il Colosseo quadrato razionalista. Glielo propone. “Le è piaciuto moltissimo“, dice Ferretti. “Il film lo abbiamo fatto quasi tutto lì”. Nelle interviste successive, Taymor ha sempre raccontato quella scelta come propria. Ferretti lo riferisce senza rancore, con la stessa neutralità con cui un muratore descrive un acquedotto che regge: il lavoro è lì, visibile. Chi lo ha fatto è un’altra storia.

Dante Ferretti, con i miei occhi, installation view at Museo di San Salvatore in Lauro, 2026. Photo Valentina Sensi
Dante Ferretti, con i miei occhi, installation view at Museo di San Salvatore in Lauro, 2026. Photo Valentina Sensi

Dante Ferretti. Dal cinema al teatro

Nel cinema c’è il montaggio: uno spazio può essere smontato, ricostruito, corretto in post-produzione. Nel teatro no. Come cambia, allora, il pensiero scenografico? “Lì, quello che uno disegna, costruisce, quello è. Io cerco sempre di fare qualcosa di nuovo; non per fare cose diverse, ma perché la penso io in maniera diversa”. Quando firma anche la regia, come ha fatto per la Carmen di Bizet allo Sferisterio di Macerata nel 2008, o per il Werther di Massenet tra Genova e Zagabria, il processo si sdoppia: “Parlavo con me stesso, facevo disegni e poi li mostravo a Ferretti. Ferretti discuteva con Dante Ferretti. Qualche volta ci mettevamo d’accordo”.
Ha disegnato anche il luogo dove hanno assassinato Pasolini: “L’avvocato della famiglia di Pasolini mi mandò a vedere il posto dove era stato ammazzato, per ricostruire la scena del crimine. Perché non era stato ucciso da una persona ma da un gruppo. Ho ridisegnato tutta la zona. Era il giorno dopo… Lui non c’era più. Un grande dolore.Ci sarà una mostra, entro l’anno, a Roma, a Napoli, in tante parti d’Italia, con tutti i bozzetti che ho fatto per i suoi film. Una mostra intera dedicata a lui”.

Dante Ferretti: l’ultima scenografia

Una cosa che non ha mai fatto? “Vorrei fare una nuvola. Al cinema, ma anche fuori, per strada. E poi la pioggia. Tutto ripreso con l’ombrello, non con la macchina da presa. Poi adesso ci sono questi ombrelli trasparenti: uno vede quello che c’è sopra mentre piove”. Uno scenografo di 83 anni che pensa alla pioggia ripresa dal basso di un ombrello trasparente come una scenografia da fare. Anche questo è Dante Ferretti, che di sé dice: “Sono ancora un muratore. Mi piacciono i mattoni uno sopra l’altro, non solo il cemento. Gli acquedotti romani ancora reggono, i nostri ponti cascano”.
Non lascia eredi. I grandi del Cinquecento lasciavano le scuole. “Mi hanno cacciato dalla scuola. Non l’ho lasciata.” Il cinema italiano non lo fa più da decenni: “Ormai lavorano tutti tra di loro.Niente eredi, niente scuola. Solo quasi mille bozzetti, 3 Oscar, 175 premi, e una nuvola ancora da fare.

Alessia De Antoniis

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Alessia de Antoniis

Alessia de Antoniis

Giornalista e autrice, modera incontri su cinema e teatro e scrive di arti sceniche, libri e viaggio. Collabora con Globalist e Wondernet Magazine, dopo esperienze per Exibart, NextGen e Manintown. Ha curato la comunicazione e moderato panel in festival, seguendo…

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