Effetto Trump. Il Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale d’Arte di Venezia 2026 è disertato dai visitatori
Visibile sino al 22 novembre 2026, la mostra del Padiglione degli Stati Uniti non decolla e il pubblico lo dei primi giorni di apertura lo lascia vuoto. Le immagini e il perché
“Elevazione” come trasformazione fisica della forma, ma anche come metafora di ottimismo collettivo e autorealizzazione. È attorno a questa idea che ruota Call Me the Breeze, il progetto con cui Alma Allen (Salt Lake City, Utah, 1970) rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale d’Arte di Venezia 2026. Visibile sino al 22 novembre e curata da Jeffrey Uslip, la mostra trasforma il Padiglione USA in un ambiente dominato da grandi sculture site specific, realizzate attraverso un processo ibrido che combina intaglio manuale, modellazione artigianale e tecnologie robotiche. Un progetto ambizioso, costruito attorno a materiali simbolici della tradizione americana — dal marmo Yule del Colorado alla radica di noce americana — che punta a celebrare la permanenza della materia e della memoria nazionale. Eppure, proprio questa monumentalità finisce per rivelare il limite più evidente del Padiglione: l’assenza di un reale confronto con il presente politico e culturale internazionale.
Il Padiglione USA a Venezia: il vuoto politico dietro la monumentalità
Il problema principale di Call Me the Breeze non riguarda tanto la qualità formale delle opere di Allen, quanto il loro isolamento rispetto al contesto internazionale in cui vengono presentate.
Alla Biennale di Venezia i padiglioni nazionali non sono semplici esercizi estetici, ma rappresentano visioni del mondo e si fanno portavoce di dispositivi politici. In questo senso, il Padiglione USA risulta vuoto nella forma e nell’affluenza. L’insistenza sulla materis e sulla mitologia americana produce un racconto chiuso, incapace di confrontarsi con le urgenze contemporanee e, al contempo, incapace di avere un riscontro col pubblico. Uno showroom poco appassionate.
Un Padiglione costruito sull’idea di identità americana
Le superfici levigate, le forme organiche e l’utilizzo di materiali legati alla storia monumentale americana trasformano il Padiglione in una sorta di tempio della continuità nazionale. Persino il marmo bianco Yule, già impiegato per il Lincoln Memorial di Washington, viene evocato come elemento simbolico di una tradizione condivisa.
La mostra insiste su una dimensione contemplativa e spirituale della materia, evitando qualsiasi riferimento diretto ai conflitti sociali, alle tensioni geopolitiche o alle trasformazioni culturali che attraversano oggi gli Stati Uniti.
Le polemiche attorno al Padiglione USA a Venezia
Il Padiglione statunitense è infatti arrivato a Venezia accompagnato da forti controversie. Il processo tradizionale di selezione è stato aggirato, affidando l’organizzazione a una nuova realtà priva di esperienza e a figure non affermate nel settore storico artistico. Tra le prime figure spicca la commissaria Jenni Parido, ex proprietaria di un negozio per articoli di animali domestici e proprietaria dell’organizzazione America Arts Conservancy, sovvenzionata con fondi privati, a cui segue il curatore Jeffrey Uslip, personaggio segnato nel mondo dell’arte americana per scandali e accuse di insensibilità razziale. In ultimo, ma non per minor importanza, c’è l’artista, Alma Allen, poco noto al grande pubblico. Molti critici denunciano una perdita di credibilità e trasparenza, attribuendo il cambiamento all’influenza dell’amministrazione Trump e a un più ampio ridimensionamento delle politiche culturali, inclusa l’attenzione ai temi di diversità e inclusione.
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