Una recensione della Biennale di Venezia 2026 senza nominare neppure un artista

Otto punti e otto chiavi di lettura per suggerire percorsi e angoli di analisi a chi si appresta a visitare la mostra principale della Biennale inaugurata a Venezia e curata da Koyo Kouoh

Si presentava sotto i peggiori auspici questa Biennale d’Arte di Venezia del 2026. La curatrice morta mentre aveva da poco iniziato la preparazione della mostra, lutti anche per alcuni artisti importanti della mostra e per altri artisti protagonisti dei padiglioni nazionali. E poi le polemiche politiche, diplomatiche, internazionali. Come mai era successo prima: non stiamo a tornarci perché ne abbiamo parlato fin troppo.

Le cose non erano partite bene per la Biennale del 2026. E invece…

I presagi di sventura c’erano tutti, al punto che qualcuno ha azzardato prevedere che l’edizione della Biennale sarebbe stata annullata. Poi però si finisce di allestire la mostra, apre il Padiglione Centrale ai Giardini, apre l’Arsenale e avviene la magia. Tutta la fatica delle settimane passate va in secondo piano e, pensa un po’, si parla di arte. Certo, affinché questo possa avvenire c’è la necessità di una mostra ben congegnata con indubbia capacità di trascinare. Questa mostra – intitolata In Minor Keys – riesce nel compito in maniera appassionante cogliendo il punto di affrontare tematiche profonde in maniera non punitiva, senza ricorso a un documentarismo di maniera, senza tirarsi indietro rispetto alla bellezza, al ben fatto (artistico e artigianale), perfino alla gioia oltre che alla speranza. 

Una Biennale gioiosa e corale

Una sorpresa per chi si aspettava una mostra funerea, funestata da sfortune clamorose. E invece la rassegna approfondisce tutti i temi cari alla compianta curatrice Koyo Kouoh (post-colonialismo, diaspora africana, monumentalità, femminismo, auto-rappresentazione nera) risultando scorrevole, piacevole, talvolta divertente, colorata e carnevalesca. La sensazione che questa Biennale restituisce al visitatore è proprio quella di trovarsi nel bel mezzo della più importante mostra d’arte del mondo. Non è banale e non è sempre così. 
Per meglio ragionare su alcuni filoni di questa mostra proviamo ad articolare una lista di focus specifici. Che possano essere anche di aiuto alla visita, prima o dopo.

1. IL NON UMANO

Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza

C’è un concetto che aleggia in tutta la mostra anche se non viene mai esplicitato: quello di “creato”. È una Biennale dove si parla dell’essere umano, certo, ma dove l’uomo viene collocato in un ecosistema composto da molti elementi, tutti dotati di un valore paritetico. La presenza del regno vegetale è insistita ed emerge in diverse sfaccettature. C’è un invito al dialogo con le piante che siano vive, morte, recise, fiori, alberi (mi piacerebbe su Artribune leggere uno sguardo di Stefano Mancuso su questa Biennale!). Ma non c’è da dimenticare il regno minerale.

2. LA PERIZIA ARTIGIANALE

Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza

La Biennale del 2026 certifica una tendenza degli ultimi anni, la storicizza e la colloca definitivamente nella produzione artistica più attuale. Si tratta di una centralità sempre maggiore sulla produzione manuale, sul recupero di tecniche antiche, sulla materia, sulla perizia. Riguarda ogni tipo di applicazione e guardando la mostra sarà facile accorgersene: dalla carta alla terracotta, dal legno alle vecchie modalità di sviluppo fotografico. 

3. LA CORALITÀ DEGLI ARTISTI E DELLE OPERE

Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza

Creare un discorso d’insieme facendo parlare tra di loro le opere è l’ambizione di quasi tutti i curatori di grandi mostre. Bisogna dare atto a In Minor Keys, che è il titolo della Biennale d’Arte di quest’anno, di riuscirci piuttosto bene. Passeggiando per la mostra non vi capiterà di rado di tralasciare i nomi dei singoli autori per cogliere piuttosto la collaborazione tra le opere.

4. SUPERAMENTO DELLA NAZIONALITÀ

Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza

Conferma quanto detto sopra anche un sostanziale disinteresse per la nazionalità degli autori. A quanto pare alla defunta curatrice Koyo Kouoh non interessava granché la provenienza degli artisti e anche questo aspetto si percepisce. Chi aveva così tanto criticato l’assenza di artisti italiani percorrerà la mostra con ogni probabilità comprendendo l’insensatezza della propria indignazione: il luogo di nascita o di residenza non è il punto; il punto sono le opere e il particolare modo (o meglio tono) con cui riescono a veicolare un contenuto.

5. PROFUMI E RELAX

Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza

Per quanto la visita di una rassegna così sconfinata sia un’esperienza che mette alla prova, la Biennale del 2026 cerca di suggerire un andamento più rilassato, puntellato da pause. Incoraggiate da piccoli divani, sedute, pouf imbottiti, seggioloni in legno, poltrone. Le troverete e considerate che non sono opere, sono proprio servizi allo spettatore: sedetevi e respirate un attimo guardando le opere come si faceva nei saloni dei grandi musei. Talvolta la mostra sottolinea questo stimolo a concedersi un po’ di relax insistendo sull’elemento olfattivo: profumi, essenze, fiori sono un leit motiv.

6. GLI SPAZI E GLI ALLESTIMENTI

Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza

Con i loro colori (quel blu…), i loro materiali (quel cartone a nido d’ape…) e le loro soluzioni allestitive gli architetti sudafricani dello studio Wolff convincono pienamente e contribuiscono in modo decisivo a costruire la piacevolezza dell’esperienza complessiva. Un elemento da non sottovalutare è anche il rinnovamento del Padiglione Centrale grazie ai fondi PNRR. Davvero un altro mondo rispetto al passato: da qui in avanti la Biennale dispone di uno spazio espositivo internazionale di tutto riguardo da affiancare alla magnificenza degli Arsenali della Serenissima.

7. DISINTERESSE VERSO LA TECNOLOGIA

Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza

Un altro filo rosso che potreste riscontrare in questa Biennale è l’assenza di un tema molto presente nelle sfide e nelle preoccupazioni della contemporaneità, ma evidentemente ancora molto assente nella ricerca degli artisti. O almeno degli artisti selezionati da Koyo Kouoh e dal suo team. Parliamo dell’intelligenza artificiale. Questa innovazione sta cambiando il paradigma in intere filiere produttive, sta determinando sfruttamento in molte aree del pianeta e potrebbe cambiare i rapporti di potere e gli equilibri. Eppure quasi nessun artista sembra preoccuparsi di analizzare la faccenda.

8. BILANCIAMENTO COMPLESSIVO

Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Padiglione Centrale. Photo Irene Fanizza

Ciò che va riconosciuto a questa Biennale è la capacità di mantenere un equilibrio tra i suoi propositi. Propone tanti artisti poco conosciuti e fuori dal mainstream, senza però privarsi di qualche grande nome; parla di temi pesanti ma senza essere pedante; combatte la monumentalità ma si concede qualche grande opera capace di riempire gli occhi degli spettatori e fungere da icona; in minor keys, ma non sempre; punta a coinvolgere le etnie in passato escluse ma senza farne prevalere una sulle altre; allestisce processioni religiose e cerimonie di guarigione senza risultare noiosa per questo; è piena di artisti con origini nel sud del mondo ma magari ben radicati in occidente, proprio come Koyo Kouoh, un po’ africana e un po’ svizzera. Tutto risulta aver trovato un bilanciamento complessivo privo di radicalismi, ideologie ed estremismi: si affrontano i grandi drammi del mondo senza perdere la speranza nel futuro e senza la pretesa di impartire lezioni o instillare necessariamente sensi di colpa.
E in questa speranza torna l’uomo e la sua capacità di tramandare il sapere (altro tema molto a cuore della curatrice): il pianeta è pieno di problemi da raccontare, ma una significativa sezione della mostra è destinata alle scuole, alle accademie, ai centri di formazione. Ovvero al futuro.

Questa Biennale è una lezione da questo punto di vista, e un monito. Si può parlare di schiavitù, crisi climatica, memoria, etnie, guerra, migrazioni, morte non chiedendo all’arte e agli artisti di essere punitivi e incoraggiando la libertà della loro produzione. Raccontare l’oppressione senza essere oppressivi. Come avviene in una sala del Padiglione Centrale, dove troverete montato curiosamente in alto un dipinto del 2019 dedicato ai drammi del mare di Lampedusa vista come una Guernica: pieno di lutti ma anche di vita, di lotta e di fiducia.

Massimiliano Tonelli

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Massimiliano Tonelli

Massimiliano Tonelli

È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Direttore editoriale del Gambero Rosso dal 2012 al 2021. Ha moderato e preso parte come relatore a…

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