Morto Berengo Gardin. Il ricordo di Angela Madesani
Qualcuno lo ha creduto italo-francese pronunciando il suo nome in maniera storpiata, ma così non era, Gianni Berengo Gardin, forse il più noto dei fotoreporter italiani della seconda parte del’900 era veneto. Nato in Liguria, nell’ottobre del 1930, solo perché la sua famiglia si trovava lì in vacanza, cresce a Venezia. Sin dall’infanzia frequenta, anche, […]
Qualcuno lo ha creduto italo-francese pronunciando il suo nome in maniera storpiata, ma così non era, Gianni Berengo Gardin, forse il più noto dei fotoreporter italiani della seconda parte del’900 era veneto. Nato in Liguria, nell’ottobre del 1930, solo perché la sua famiglia si trovava lì in vacanza, cresce a Venezia. Sin dall’infanzia frequenta, anche, Roma. Vive, infatti, al rione Celio negli anni dell’occupazione tedesca e della Liberazione. Anni dopo torna nella capitale per lavorare con una delle più importanti riviste italiane del dopoguerra, Il Mondo diretto da Mario Pannunzio, tra il 1949 e il 1966, fucina di idee e di grandi storie di scrittura e fotografia.
Chi era Gianni Berengo Gardin
La fotografia entra a pieno titolo nella sua vita negli Anni Cinquanta. Una professione e una passione al tempo stesso che sarebbe durata per oltre settant’anni. Non l’ho mai conosciuto personalmente, perché nessuno ci ha mai presentati e io non ho mai avuto il coraggio di salutarlo, però lo vedevo spesso a Milano, alle mostre dei compagni di strada.
Era un uomo riservato, spesso con la macchina fotografica al collo, per non lasciarsi sfuggire nulla. Berengo ha fotografato su committenza e non solo. Attualmente a Milano
sono in mostra, alle Gallerie d’Italia, le foto dedicate allo studio di Giorgio Morandi. Anche in quel lavoro il fotografo è se stesso, è un reporter curioso, intelligente che non fa nulla per “morandizzarsi”, con un neologismo che riguarda molti di coloro che si sono avvicinati all’opera e agli ambienti del grande bolognese.
La fotografia di Berengo Gardin
Berengo Gardin, il cui archivio, oggi curato dalla figlia Susanna, che lo ha accompagnato nel corso degli anni, è sterminato, parlava di sé come di un artigiano votato al sociale. Le sue foto non si limitano a documentare, colgono, piuttosto, il clima, vanno ben oltre l’apparenza per entrare nelle situazioni più diverse. Spesso il suo lavoro è stato accostato a quello di Henri Cartier Bresson. Lui stesso raccontava che una delle cose delle quali andava più fiero della sua carriera era una dedica del maestro francese che recita: “A Gianni Berengo Gardin con simpatia e ammirazione“. E l’italiano aggiungeva: “Avere l’ammirazione di Cartier-Bresson è il massimo, poi si può morire in pace“. In realtà il francese a cui si sentiva più vicino era Willy Ronis.
Tra i suoi lavori più noti Morire di classe, pubblicato da Einaudi nel 1969. Ne nasce un libro di grande potenza. Un’opera a quattro mani con Carla Cerati, che ha segnato, documentato, narrato la tragedia della situazione manicomiale in Italia. “Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati“.
Le opere di Berengo Gardin
Berengo era un uomo curioso, interessato a quanto gli accadeva intorno, vicino e lontano. Quando un parente, all’inizio dei Sessanta, lo mette in contatto con Cornell Capa, che gli invia alcuni importanti libri dei fotografi di Life e Magnum, la sua vita professionale subisce una svolta potente. Gianni studia quei volumi, li guarda, ne acquista altri e li percepisce come i modelli ai quali vuole arrivare.
Molto della sua vita è arrivato grazie al caso, mentre mostra i suoi lavori a un amico in un bar, incontra un editore che lo coinvolge nel mondo del fotogiornalismo. Anche quando è diventato di moda che tutti i fotografi fossero considerati artisti, con molta onestà Berengo ha spiegato: «Il mio lavoro non è assolutamente artistico e non ci tengo a passare per un artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile». La sua è una forma di autorialità di alto livello che lo ha portato a realizzare oltre duecento mostre in Italia e nel mondo e a produrre altrettanti libri, ai quali si è dedicato con tutta la passione che lo ha contraddistinto.
Angela Madesani
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