L’artista del Kenya rivelazione all’ultima Biennale è in mostra alla casa di Masaccio in Toscana
È vicino ad Arezzo la prima mostra museale in Italia di Agnes Waruguru, artistache ha molto convinto all’ultima Biennale di Venezia. La mostra eleva il “fare” artistico a strumento di relazione e conoscenza, superando confini geografici e temporali
Una decina di anni fa, Amelia Tait, autorevole giornalista britannica specializzata nel campo dei trends e della internet culture, fece notare il curioso fenomeno, esteso a livello internazionale, di conservare materiale da cucito nelle scatole di latta dei biscotti al burro, quelli danesi in particolare: una tacita “tradizione” che, con qualche sfumatura, si è largamente diffusa in svariate abitazioni nel mondo, dalle Americhe all’India, dalla Cina al Sudafrica, nelle Filippine, in Australia e, chiaramente, in Europa. Non è ben chiaro quando e come sia nata questa pratica; è tuttavia un’interessante manifestazione di simultaneità avvenuta nella società globale del Dopoguerra. Da questo spunto pittoresco si può trarre la chiave di lettura per la mostra From What We Are, la prima personale in un’istituzione museale italiana di Agnes Waruguru (Nairobi, 1994), giovane artista kenyota. A cura di Alessandro Romanini, si svolge in San Giovanni Valdarno, in provincia di Arezzo, presso il Centro per le arti contemporanee Casa Masaccio.

La pratica artistica di Agnes Waruguru
La concomitanza di riferimenti familiari, eppure inconsueti, nelle opere della Waruguru si poggia su una logica di “disgiunzione inclusiva”, termine di lévi-straussiana memoria calzante per il caso in argomento, con l’accezione tipica del pensiero post-strutturalista. Entrando in merito, il lavoro dell’artista in mostra attinge da un background personale di pratiche manuali, quali il ricamo e l’infilatura delle perline, tradizionalmente associate alla sfera femminile. La restituzione artistica consiste in un’integrazione di questo retroterra intimo, eppure universale, con la propria attività pittorica e installativa, creando scenari pullulanti di tessuti elaborati, carte, ritagli, grafiche, ceramiche, vetri, pur mantenendo intatto un senso di fresca leggerezza e fedeltà materiale.
Agnes Waruguru tra familiarità e sorpresa
Le memorie e l’esercizio quotidiano portano, dunque, verso una dimensione rituale e domestica per quanto né mitizzata né monumentalizzata. Proprio nella proporzione “umana” avviene il riconoscimento delle forme e strutture relative ad un ampio spettro culturale, dalle reminiscenze floreali, alle cromie rinascimentali, senza escludere quella componente artigianale vicina ad universalità ancestrale (il cucito, l’ornamento e la coroplastica). Tuttavia, come detto, sussistono elementi “inconsueti” e alienanti che decostruiscono questo approccio familiare (sottilmente nostalgico), ma non del tutto. La loro presenza è disseminata tanto quanto le parti ravvisabili, amplificando la fruizione ad una combinazione polivalente e rizomatica.
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Le opere in mostra a Casa Masaccio
Si prendano, per esempio, le ceramiche ovoidali presenti in mostra: la loro forma deriva dal kiwano, detto “cetriolo cornuto africano”, frutto originario dell’Africa subsahariana, con le sue caratteristiche spine e la forma allungata. È rilevante sapere che le sculture sono un’interpretazione del frutto, anziché una riproduzione, nozione confermata dalle protuberanze a manico che si riscontrano in tutti i pezzi esposti, probabilmente proprio per “fraintendere” il soggetto senza celarlo del tutto. Questa attitudine vista nelle ceramiche, realizzate abilmente da Simone Guideri, è una sistematica azione reiterata di tutta la fase processuale dell’opera di Agnes Waruguru, dove il fare artistico, così come le relazioni umane e interpersonali, vengono poste sullo stesso piano ontologico realizzando una struttura immanente che verte sulla simultaneità.
La mostra “From What We Are” a San Giovanni Valdarno
Queste espressioni, come visto decodificate dal Post-strutturalismo, accompagnano puntualmente la mostra From What We Are che fin dal titolo pone un accento esistenzialista alla visione (Da Cosa Siamo, sembra una parafrasi di un dipinto di Paul Gauguin), pur senza rinunciare ad una delicata levità. Suggerendo un’indiretta risposta nello scambio dialettico tra le parti, organiche ed inorganiche, l’artista fa proprio il concetto di “soggetto in processo” dove la simultaneità non è più solo quella delle regole di un sistema (come nello Strutturalismo), ma quella delle esperienze soggettive e dei significati in continua e incessante evoluzione.
Luca Sposato
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