La galleria d’arte che fa rigenerazione urbana a sud di Milano (dopo averla fatta a New York)
Prima Chelsea, poi il Lower East Side di New York e ora lo Scalo Romana. Ecco il terzo capitolo di una galleria con l’occhio per gli affari di location e dal catalogo di artisti ricco di proposte d’Oltreoceano
Un quartiere che si arrampica rapido sulla vetta della rigenerazione, quello dello Scalo Romana di Milano. Da zona agro-industriale che era, negli ultimi anni ha fatto voltare su di sé i riflettori, dimostrandosi più vivace che mai. Prima Fondazione Prada e poi Fondazione ICA, e, da fine 2024, Scaramouche Gallery. Un hub culturale dal carattere internazionale, che sta contribuendo attivamente al processo di rinascita urbana dell’area, portando idee innovative e artisti dai nomi importanti, molti dei quali legati al periodo del dopoguerra e alla scena d’Oltreoceano.

Il nuovo capitolo di Scaramouche a Milano
Milano è il terzo capitolo di un progetto che – nel pensiero del suo gallerista, Daniele Ugolini -– ha sempre avuto una spiccata propensione per i quartieri più periferici. Un inizio “dal basso”, almeno durante i primi anni di apertura di ciascuno spazio, che si è poi dimostrato sempre una strategia lungimirante. Entrambi i primi casi americani dimostrano un attento occhio imprenditoriale alle spalle, scegliendo. “A furia di vedere i topi circolare, ci avevo fatto l’abitudine”, racconta lui ricordando gli inizi a Chelsea nel 1999 e poi dal 2009 nel Lower East Side, il vecchio quartiere ebraico di Manhattan. Contesti bohémien, “affordable” (allora) e in linea con la sua idea di ricerca. Lo stesso sta accadendo oggi, a due passi da quello che poche settimane fa è stato uno dei nodi delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, il Villaggio Olimpico, e che è solo una parte di un quartiere tutto in crescita, che vede la collaborazione di un numero sempre maggiore di attori culturali e realtà emergenti. Basti solo guardare a ciò che si muove nel cortile della galleria, dove Lubna Bar e Magma Eventi animano le serate in sinergia.
I progetti di Scaramouche tra New York e Milano
Se la prima mostra inaugurale è stata un’occasione di riscoperta di un grande del Neo-modernismo newyorkese, l’ultima, da poco conclusa, ha raccolto in tema olimpico un ricco e variegato gruppo di nomi di ieri e di oggi. L’inizio con James Brown ha portato a Milano l’aria americana dei suoi anni cruciali dal 1981 al 1986, suggerendo alla città la provenienza della galleria nella complessa ri-presentazione dell’artista che in quegli anni era tra le star internazionali del contemporaneo. Poi, Luigi Carboni ha introdotto una dimensione più intima e segnica, quasi fosse un diario. Con Mirko Basaldella – terzo protagonista – il legame con il passato si è riacceso sotto il segno del mito e dell’arcaico. E così si è giunti a Sharing the Flame, che ha riempito l’ampio e luminoso spazio della galleria di via Vezza D’Oglio 14 con tutte le sfaccettature che la creatività potrebbe assumere, dalla spazialità di Fontana agli slogan della Kruger proseguendo con Kusama, Lichtenstein, Kiefer, Ceroli, Twombly, Balkenhol e tanti altri.
Cosa vedremo da Scaramouche
Il futuro immediato vedrà in programmazione le personali di Nino Mustica, poi Nedda Guidi e Costantino Nivola, ampliando ancora le collaborazioni internazionali e sviluppando progetti sempre più articolati. L’idea è quella di costruire una programmazione attenta, significativa, e di mantenere uno sguardo indipendente e riconoscibile.
Emma Sedini
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