Anche il vino diventa Patrimonio Unesco? Ok, ma si dovrebbero immaginare nuovi criteri di certificazione
Ormai è indubbio, le eccellenze enogastronomiche e in particolare la “coltura del vino e della vite” dovrebbero rientrare a pieno titolo nella lista dei beni Patrimonio Unesco. Tuttavia è chiaro che trattandosi di tradizioni storiche siano necessarie nuove modalità di certificazione
Stando a quanto riportato da Wine News, il Commissario Agricoltura UE Christophe Hansen, in una recente dichiarazione tenuta a Vinitaly 2026, ha introdotto pubblicamente l’ipotesi di promuovere il riconoscimento da parte dell’UNESCO della “coltura del vino e della vite”, aggiungendo, che tali colture meritino tale riconoscimento, perché “il vino fa parte della tradizione dell’Unione Europea, e dell’Italia in particolare”. Tali dichiarazioni hanno chiaramente attirato l’attenzione dei produttori, molti dei quali hanno già dichiarato il proprio sostegno.
Quella del vino è, in effetti, una pratica estremamente longeva, che non riguarda soltanto l’attuale perimetro dell’Unione Europea (si pensi ai rinvenimenti di cantine in Armenia e in Georgia), ma che senza dubbio, in Europa, ha trovato terreno estremamente fertile. Non è un caso che già molti Patrimoni Unesco siano direttamente o indirettamente connessi con tale coltura e cultura: trattandosi di una tradizione più che millenaria sarebbe quasi impossibile non inciampare, dal paesaggio agli usi sociali, su tracce di tale storia.
Il vino come patrimonio immateriale dell’umanità
Se guardiamo al patrimonio immateriale, il vino è, in buona sostanza, già entrato nella lista delle pratiche patrimonio dell’umanità: si pensi alla coltivazione della “vite ad alberello” della comunità di Pantelleria o all’antico metodo di vinificazione in Qvevri.
…ma anche come patrimonio materiale per i paesaggi vitivinicoli che impreziosiscono il territorio
Se invece ci si concentra sul patrimonio materiale, è innegabile la presenza di numerosi siti collegati al vino. In Italia abbiamo il paesaggio vitivinicolo del Piemonte e le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. In Portogallo la Regione vinicola di Porto Douro e il paesaggio della cultura vinicola dell’Isola di Pico. In Svizzera le terrazze di Lavaux. In Ungheria il paesaggio del Tokaj. Ma accanto a questi elementi diretti, ci sono poi quelli indiretti, dove il vino e i vigneti sono parte del paesaggio, e quindi pur non essendo “protagonisti” sono in ogni caso partecipi del riconoscimento UNESCO. In Italia le Cinque Terre, in Palestina le terre dell’olio e del vino, e via discorrendo.
A fronte di tali evidenze, viene dunque da interrogarsi sulla concreta necessità di “includere” nella lista del Patrimonio Unesco una pratica che è già ampiamente rappresentata, sia in forma di saperi, sia nelle tracce che tale produzione ha lasciato nel nostro paesaggio, o negli oggetti legati alla sua produzione, alla sua distribuzione e al suo consumo. Una valutazione complessa, perché deve tener conto ovviamente di differenti aspetti, che spaziano dalla dimensione politica a quella culturale, senza trascurare tuttavia l’impianto territoriale di riferimento.
Le critiche al riconoscimento ufficiale del vino come pratica europea
Riconoscere nel vino una pratica europea ha delle implicazioni che non sono di certo esenti da critiche. Una prima critica è ad esempio, che tale riconoscimento tenderebbe ad escludere il riconoscimento di una produzione vitivinicola al di fuori dei confini europei (storicamente testimoniata); la seconda è che qualunque produzione vitivinicola sviluppata all’interno del confine comunitario potrebbe essere “parte” di questo patrimonio, e anche questa condizione potrebbe apportare più distorsioni che chiarezze.
La soluzione? Ragionare su nuove modalità di certificazione delle eccellenze enogastronomiche
Una strada differente potrebbe essere quella di iniziare a ragionare su una nuova modalità di certificare tradizioni storiche legate alla produzione del cibo e delle bevande, e vale a dire una certificazione che attesti che una data produzione si basa su una tradizione storicamente rilevante, con implicazioni culturali evidenti, e con fonti che ne testimonino l’importanza all’interno di un dato territorio o di una data sfera sociale.
In questo modo, da un lato l’UNESCO potrebbe continuare a mantenere un proprio focus reale, che spesso è comunque legato ad un determinato territorio, e nel frattempo, si potrebbe generare un nuovo sistema “valoriale” o “giuridico” che consenta anche di includere una dimensione che spesso non viene considerata e, vale a dire, la distribuzione nel tempo di alcune pratiche da un territorio all’altro, così come la distribuzione nei secoli di alcuni ingredienti o di alcune colture.
Si tratterebbe, in fondo, di un sistema che certificherebbe l’adesione a specifiche pratiche, piuttosto che l’appartenenza ad un determinato territorio, includendo così anche casi specifici di colture che, sviluppatesi in aree ben distanti da quelle di origine, ne hanno comunque consentito la diffusione, nel tempo e nello spazio. Perché il territorio non si sposta, ma i saperi sì.
Stefano Monti
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