La narrazione del conflitto: quando anche arte e cultura rinunciano alla prospettiva storica
I conflitti che stiamo vivendo non sono nati ieri. Ma il rifiuto (anche da parte del mondo dell’arte e della cultura) ad analizzarli in chiave storica e all’interno del contesto riduce il tutto ad uno scontro tra buoni e cattivi. Con evidenti conseguenze
Beppe Sebaste, raffinato e sottovalutato autore scomparso di recente, denunciava la mancanza di un’area condivisa di sperimentazione tra gli scrittori; di una comunità, per meglio dire: “non credo possa esistere letteratura senza comunità, credo anzi che lo ‘spazio letterario’ sia esattamente il luogo fondativo della vita comune, ciò che crea e popola moltitudini”.
La narrazione del conflitto in Ucraina
…la guerra in Ucraina è stata largamente interpretata, nella narrazione dominante dei media mainstream, come una guerra di aggressione imperialista: secondo questa lettura, Putin avrebbe deciso di negare l’indipendenza dell’Ucraina, puntando a riassorbirla nella Russia, in una logica spesso paragonata a quella della Germania nazista nel 1939. In questa prospettiva, negoziare con un aggressore equivale a un segnale di debolezza, destinato soltanto ad alimentarne l’espansionismo. Ne consegue una conclusione apparentemente lineare: l’unico modo per fermare un aggressore è mostrare fermezza assoluta. La vittoria può arrivare solo sul campo di battaglia oppure attraverso una resa completa dell’avversario al tavolo negoziale. Qualsiasi compromesso viene escluso, sia per ragioni morali sia per l’idea che esso aggraverebbe ulteriormente la situazione.
La narrazione dei conflitti nel mondo: lo scontro tra buoni e cattivi
Questo schema interpretativo si ritrova anche nel modo in cui vengono raccontati altri conflitti. Il tratto comune è la rimozione del contesto storico: le guerre sembrano iniziare “ieri”, ridotte a uno scontro tra buoni e cattivi. Tutto ciò che precede — dinamiche geopolitiche, tensioni accumulate, responsabilità condivise — viene considerato irrilevante o sospetto. Così, la guerra in Guerra in Ucraina viene fatta iniziare il 2022, e quella in Palestina il 7 ottobre 2023. Chi prova a inserire questi eventi in una prospettiva storica più ampia viene rapidamente etichettato: filo-Putin, filo-Hamas, antisemita, o comunque “quinta colonna”. È un modo primitivo di impostare il dibattito, che sostituisce l’argomentazione con la delegittimazione.
La prospettiva storica e la rimozione del contesto
Nel caso ucraino, l’aggressione russa è stata costantemente definita “non provocata”, e chi tenta di analizzare le relazioni di causa ed effetto viene accusato di giustificare o legittimare. Dinamiche analoghe si osservano nel racconto mediatico della guerra in Palestina.
La rimozione del contesto è funzionale a una narrazione semplice e rassicurante: un mondo diviso tra buoni e cattivi, in cui i cattivi sono assimilati ai nazisti e, di conseguenza, ogni mezzo diventa giustificabile. In questa logica, il bombardamento di Gaza viene presentato come una necessità tragica ma inevitabile, analogamente a quanto avvenuto con Dresda durante la Seconda guerra mondiale.
Il caso dell’Iran distrugge questo schema. La giustificazione basata sulla minaccia nucleare appare inconsistente, e la retorica si fa esplicita. A una domanda sul possibile carattere di crimine di guerra nel colpire infrastrutture civili come ponti e centrali elettriche, Donald Trump ha risposto: “They are animals.” Oltre alle infrastrutture, sono stati colpiti anche obiettivi civili e accademici: nell’attacco all’Università Sharif di Teheran sarebbero state utilizzate bombe perforanti; 168 bambine sono morte in una scuola, uccise da due missili. Due.
Il conflitto non provocato e i doppi standard
Diventa così evidente una contraddizione: la guerra contro l’Iran appare, secondo gli stessi criteri utilizzati altrove, come un conflitto non provocato. E anche qualora si sostenesse il contrario, resterebbe comunque una palese violazione del diritto internazionale. Questo mette in luce un problema più generale: la selettività con cui vengono applicati principi morali e giuridici — i doppi standard…
***
“L’unione, l’azione comune, in questa fase storica è molto meno efficace della disseminazione. Bisogna essere semi, persino spore, di un’etica differente. La politica è una parte, fondamentale, ma non è il tutto; e specialmente, non è risolutiva se non c’è un’etica diffusa a sostenerne il bisogno e la possibilità. I destini dell’umanità si giocano tutti su un unico punto: l’etica delle relazioni umane.” (Federica D’Alessio)
***
“…in questo momento Israele comanda in modo assoluto e totalitario. Il bombardamento incredibilmente potente su Beirut rappresenta il rifiuto di qualsiasi accordo con l’Iran. Ed evidenzia anche una risposta all’apparente, e sottolineo il termine, scelta di Trump di cercare un accordo attraverso un cessate il fuoco… [che] è basato sul nulla, i punti di partenza delle parti sono troppo distanti per dare vita a un accordo vero. Appena Trump, contrariamente al primo ministro pakistano (dietro il quale c’è la Cina) è intervenuto dicendo che in effetti nel cessate il fuoco non è compreso il Libano, Netanyahu ha scatenato l’inferno. Ma la situazione e il futuro del Libano non possono essere disgiunti da quelli iraniani, ecco perché penso che siamo di fronte a una finta sul ring…” (Lucio Caracciolo).
Il ruolo dell’arte in tutto ciò?
L’illusione (coltivata da istituzioni, gallerie, collezionisti, curatori, persino artisti) di poter controllare tutti gli aspetti del sistema e dunque di determinare la storia dell’arte si è rivelata, nell’arco di un ventennio, un’illusione appunto.
L’unico risultato concreto è stato quello di creare un ambiente tossico e ostile alla creatività e alle ricerche realmente significative, inondando fiere e biennali e musei di opere insulse, inutili, decorative, buone solo come titoli per la speculazione finanziaria. Era questo l’obiettivo? Non credo. Ma è come è andata.
La soluzione è semplice come bere un bicchiere d’acqua, e al tempo stesso complicatissima: scollegare tutto; rifiutarsi di collaborare; fuoriuscire; fare arte che serva – sì, che serva – e raccontarla per bene.
La musica e la fine di una comunità artistica
Lo zenit dei Pearl Jam è posizionato verso la fine degli anni Novanta. Quando cioè si sono ampiamente liberati ed espansi, quando hanno esplorato appieno la loro natura non-grunge, funk, punk, neilyoungiana, ecc. ecc. (C’entrano il suicidio di Kurt Cobain nel 1994, e in generale l’esaurimento della scena grunge alla metà dei Novanta? Sì e no. È infatti un processo che da una parte riguarda loro e solo loro, come band, come individualità di gruppo, dall’altra è collettivo, comune: come fine di una comunità artistica, culturale ed esistenziale). E appaiono in stato di grazia, soprattutto dal vivo: ma, come ogni stato di grazia, anche questo si esaurirà presto. Nella fattispecie, entro il 2000.
Christian Caliandro
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati