La sintesi tra poesia e violenza. Ecco come sono le mostre alla Pinault Collection di Venezia  

La pittura di Michael Armitage, i collage di Lorna Simpson, i video di Amar Kanwar, le installazioni e i precetti di Paulo Nazareth. Quattro prospettive sul presente nelle mostre di Palazzo Grassi e Punta della Dogana

Quest’anno la Pinault Collection porta a Venezia il mondo. Le mostre allestite a Palazzo Grassi e Punta della Dogana, eccezionalmente due per ciascuna sede, si fanno veicoli di luoghi e comunità lontani, dagli Stati Uniti al Kenya, dall’India al Brasile. I nomi sono quelli di Lorna Simpson e Paulo Nazareth a Punta della Dogana, e di Michael Armitage e Amar Kanwar a Palazzo Grassi. Tante mostre e altrettante voci, diverse per medium e intensità, ma accomunate dalla capacità di farsi carburante di riflessioni profondamente attuali. Nonostante la scelta di dividere a metà i due spazi suggerisca una via meno coraggiosa se paragonata all’ambiziosa mostra di Pierre Huyghe del 2024 (per fare l’esempio più recente), e nonostante una selezione di artisti le cui pratiche affondano esplicitamente in un preciso repertorio sociale possa sottintendere la volontà di incontrare un consenso diffuso nell’ambiente artistico, non si può certo dire che quelle di Palazzo Grassi e Punta della Dogana non siano mostre di interesse e qualità.  

Michael Armitage, The Promise of Change, installation view, Palazzo Grassi, Venezia. Photo Irene Fanizza
Michael Armitage, The Promise of Change, installation view, Palazzo Grassi, Venezia. Photo Irene Fanizza

La mostra di Michael Armitage a Palazzo Grassi   

Si comincia senza sconti: la pittura del kenyota Michael Armitage (Nairobi, 1984) colpisce per la sua immediatezza. Nei 45 dipinti che occupano più di un piano del palazzo affacciato su Canal Grande, Armitage non ha bisogno di usare mezzi termini: non esistono, dopo tutto, edulcorazioni per rappresentare le tensioni e le ferite dell’Africa orientale contemporanea, né esistono scorciatoie per restituirne flora e fauna, tradizioni e riti. Tutto è saturato al massimo, tanto cromaticamente nella palette, quanto emotivamente nei soggetti selezionati: i migranti che affrontano il mare (a cui Palazzo Grassi dedica un’intera sala), le violente repressioni durante le elezioni del 2017, l’autodeterminazione del corpo femminile, ma anche scene di vita quotidiana estrapolate dalla realtà e dall’infosfera digitale. Nell’affrontare questioni di questa caratura, Armitage compie una riflessione sulla pittura stessa, e sulla sua eredità coloniale. Lo fa non solo rileggendo composizioni della tradizione artistica occidentale (il dipinto #mydressmychoice pare una ripresa delle Veneri rinascimentali o della statuaria classica, mentre altrove ad essere citato è Goya), ma anche agendo direttamente sul supporto pittorico: laddove l’Occidente ha imposto la tela, Armitage sceglie di radicarsi ulteriormente nelle tradizioni africane, un’esigenza che – come racconta in un’intervista con Hans Ulrich Obrist – è emersa soprattutto una volta trasferitosi nel Regno Unito. Da allora, dipinge su un tessuto di corteccia (lubugo) utilizzato da alcune comunità ugandesi per avvolgere i defunti, che lui tende sui telai: le irregolarità del materiale e le sue cuciture determinano variazioni e richiedono adattamenti. La pittura non è più un territorio libero da conquistare, bensì un terreno scosceso che possiamo attraversare solo riconoscendone le asperità e rispettandone le ricchezze. La mostra, intitolata The Promise of Change e curata da Jean-Marie Gallais in collaborazione con Hans Ulrich Obrist e Michelle Mlati, è completata da una sezione che ospita oltre 100 disegni preparatori, dando evidenza di un lato più intimo e progettuale della pratica di Armitage, dopo averne dimostrato l’efficacia sulla grande dimensione. 

Amar Kanwar, The Peacock’s Graveyard, 2023, Pinault Collection. Installation view Amar Kanwar. Co-travellers, 2026. Photo Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Amar Kanwar, The Peacock’s Graveyard, 2023, Pinault Collection. Installation view Amar Kanwar. Co-travellers, 2026. Photo Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection

I video di Amar Kanwar a Palazzo Grassi 

Se Armitage trova una risposta alla violenza strutturale del mondo nella ritrattazione di un rapporto tradizionale con il medium, il regista indiano Amar Kanwar (Nuova Delhi, 1964) la trova nel pensiero poetico. Lo spazio che Palazzo Grassi riserva a Kanwar è decisamente più ristretto: poche sale al secondo piano, con la curatela ancora una volta di Jean-Marie Gallais, che ospitano due installazioni. La prima, The Torn First Pages (2004-2005) si presenta come una composizione di retroproiezioni su carta di filmati che documentano la lotta per la democrazia in Birmania. Nel titolo e nel supporto cartaceo, Kanwar cita il gesto del libraio Ko Than Htay: in segno di protesta, per ogni libro che vendeva ne strappava la prima pagina dove, per legge, veniva stampato il manifesto politico della dittatura militare. Più lirica, e di maggiore impatto emotivo, è però la seconda opera, realizzata nel 2023. The Peacock’s Graveyard è una raccolta videotestuale di cinque componimenti, brevi ed enigmatiche parabole ciascuna incentrata su un personaggio diverso: il sacerdote, il boia, il proprietario di case, il presidente e i due amici Pabu e Holla. L’installazione multicanale alterna testo e immagini, con un accompagnamento costante di un suggestivo raga indiano eseguito dal pianista Utsav Lal. Il risultato è un ambiente incantato, a tratti ipnotico, sicuramente efficace nel creare un’atmosfera di sospensione che contribuisce a restituire la dimensione di atemporalità tipica del racconto favolistico. Il filo rosso che attraversa le diverse storie, tuttavia, è tutt’altro che ameno: ogni componimento affronta il tema della morte, quasi sempre violenta e quando non lo è, come quella del proprietario di case e del suo inquilino, comunque macchiata dalla profanazione. La poesia diventa così uno strumento per affrontare le contraddizioni e le fragilità dell’esistenza umana, dai rapporti di potere all’ipocrisia del male, dalle differenze di classe all’arroganza tipica della nostra specie. 

Lorna Simpson, Third Person, 2026, Installation views, Punta della Dogana, Venezia. Photo James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Lorna Simpson, Third Person, 2026, Installation views, Punta della Dogana, Venezia. Photo James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Oltre i limiti del collage, nella mostra di Lorna Simpson a Punta della Dogana 

Senza girarci intorno, quella della statunitense afrodiscendente Lorna Simpson (Brooklyn, 1960) è, tra le quattro pratiche presentate, quella di minor impatto, nell’opinione di chi scrive. Tra i motivi c’è una figurazione, soprattutto in pittura, che si dichiara cupa ma che risulta fin troppo appagante e rassicurante, priva di quel punctum che invece è evidente nell’attività fotografica sperimentale. Più interessante, anche in ambito pittorico, è l’inclinazione che l’artista dimostra nei confronti del collage, tecnica che Simpson pare intendere estremamente liquida e applicabile non solo alla fotografia, ma anche alla pittura e alla scultura. In tutte le sue forme, che sia la sovrapposizione dell’acrilico a una serigrafia, che sia la giustapposizione di ritagli fotografici o l’assemblaggio di elementi diversi quali riviste, bronzo e blocchi di vetro, il collage ben si presta a veicolare quell’idea di frammentazione e la ricomposizione dell’immagine e dell’identità. Di maggiore peso risultano le prime opere che si incontrano nella mostra curata da Emma Lavigne, dove l’intervento di Simpson sulle serigrafie avviene mediante l’inchiostro, calcando sulla drammaticità del bianco e nero. Lavori come Then&Now (2016), Three Figures (2014) e Black Nebula (2016), tra i cui soggetti vi sono rivolte e repressioni, sembrano delimitare il terreno più fertile della pratica di Lorna Simpson. 

Paulo Nazareth, Algebra, 2026, installation view, Punta della Dogana, Venezia. Photo Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Paulo Nazareth, Algebra, 2026, installation view, Punta della Dogana, Venezia. Photo Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Paulo Nazareth, artista viandante e radicale, a Punta della Dogana 

Basta salire le scale per fare i conti con la mostra di maggiore peso tra quelle aperte a Venezia quest’anno, finora. L’artista brasiliano afrodiscendente Paulo Nazareth (Governador Valadares, 1977) fa suo il secondo piano di Punta della Dogana, senza nemmeno metterci piede: la sua assenza (coerente con la sua decisione di non entrare in Europa prima di aver percorso tutti i territori africani per com’erano prima dell’imposizione di confini arbitrari da parte dei colonizzatori) è solo uno dei precetti su cui si fonda la sua arte. Un altro è la pratica del camminare seguendo le rotte migratorie umane: nel 2011, Nazareth attraversò le Americhe a piedi, percorrendo migliaia di chilometri e documentando il tutto nella serie fotografica Notícias de América. Appare chiaro come la mostra a Punta della Dogana sia quindi un momento di restituzione dell’impegno di Nazareth per ricomporre (come da significato originario del titolo, Algebra) un’umanità che la violenza razziale e coloniale ha rotto. Tuttavia l’antica Dogana da Mar veneziana, poi convertita in sede espositiva per la Pinault Collection su progetto di Tadao Ando, è anche teatro per una nuova installazione, semplice ma insistente: tutti gli ambienti della mostra sono attraversate da una scia di sale grosso a formare la sagoma di un tumbeiro, ovvero un vascello utilizzato per la tratta degli schiavi. Il sale, elemento rituale carico di simbologia, viene qui letto nel suo valore di merce, sottolineando i legami tra capitalismo e schiavismo, tra globalizzazione e violenza. Una questione che torna anche nei produtos de genocídio, una serie di oggetti informati dall’immaginario schiavista che Nazareth sottrae al commercio imprigionandoli in blocchi di resina, ma anche nella serie For Sale, scatti in cui l’artista posa insieme al cartello “in vendita” e ad oggetti considerati esotici dal pubblico occidentale. Qui la critica sociale di Nazareth si spinge fino all’interno del sistema artistico, per farsi critica istituzionale: ad un mercato delle mostre in cui la legge della domanda e dell’offerta è dominata dall’esotismo, Nazareth risponde diventando merce e mercante di sé stesso, come sottolineato dalla curatrice Fernanda Brenner nel prezioso catalogo (edito da Marsilio) che accompagna la mostra.  

Alberto Villa 



Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Alberto Villa

Alberto Villa

Nato in provincia di Milano sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Economia e Management per l'Arte all'Università Bocconi con una tesi sulle produzioni in vetro di Josef Albers (relatore Marco De Michelis) e attualmente…

Scopri di più