Fragilità e resistenza di un’artista dell’Iran in mostra a Roma
Alla Galleria Anna Marra le opere di Sepideh Salehi raccontano memoria, guerra e lotta femminile iraniana attraverso immagini silenziose e stratificate
Mentre le immagini della guerra in Iran tornano a occupare lo spazio pubblico con la brutalità dei corpi e delle macerie, nelle sale della Galleria Anna Marra a Roma emergono le figure femminili di Sepideh Salehi (Teheran, 1972). Donne iraniane che resistono senza clamore, che abitano la fragilità come una forza, che sottraggono il proprio volto allo sguardo diretto e, proprio per questo, ci costringono a guardare più a lungo.

Le donne iraniane di Sepideh Salehi
Le figure femminili di Salehi popolano lo spazio con una tensione sottile, fatta di resistenza e armonia, leggerezza e forza, quiete e ribellione: le stesse caratteristiche che oggi rendono la donna un elemento dirompente del dibattito politico iraniano e internazionale. Il gesto ricorrente delle protagoniste – lo sguardo che si volge altrove, il volto che si cela – allude a un desiderio di distanza, alla necessità tanto di non essere osservate, quanto di non osservare. È uno sguardo carico di sofferenza e memoria, rivolto a un tempo passato e complesso, in cui nostalgia e dolore convivono senza mai risolversi. Nell’opera di Sepideh Salehi, la storia non esplode: si deposita.
Ricordo e ribellione in mostra alla Galleria Anna Marra
Come racconta la stessa Salehi nell’intervista rilasciata a Manuela De Leonardis, la rivoluzione islamica del 1979 è legata ai suoi ricordi d’infanzia, così come il successivo conflitto tra Iran e Iraq, durato otto anni. Dalla memoria affiorano da un lato le ondate di missili dirette verso le zone abitate, dall’altro le punizioni e le restrizioni subite a scuola sotto il regime islamico. Quando nel 2005 Salehi lascia l’Iran – dove studiava lingua inglese all’Università Azad – per trasferirsi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, porta con sé una stratificazione di esperienze maturate nella complessa trasformazione della cultura iraniana che, nell’arco della sua giovane esistenza, aveva visto la monarchia rovesciata dalla rivoluzione khomeinista, la fase riformista di Khatami e il ritorno a un’impostazione ideologica e populista con l’elezione, nello stesso 2005, di Ahmadinejad.
La mostra “Asssemblages” a Roma
Questa sovrapposizione di ricordi personali e vicende politiche, che incidono profondamente sul suo modo di stare al mondo, è al centro del linguaggio di Salehi e della mostra Assemblages, sua prima personale in Italia. L’uso del collage, della frammentazione e della sovrapposizione – il mosaico di carte giapponesi, la fotografia, il disegno su carta, l’acquarello, il frottage – restituiscono la complessità dei suoi pensieri e costringono l’osservatore a oltrepassare i confini delle categorie artistiche convenzionali, così come la comunità internazionale dovrebbe essere chiamata a superare i limiti delle proprie categorie politiche.
L’universalità dell’esperienza femminile di Salehi
Le donne ritratte da Salehi sono iraniane che vivono negli Stati Uniti e che hanno attraversato esperienze analoghe a quelle dell’artista. Donne che coprono il volto perché non vogliono accettare, non vogliono vedere, non condividono ciò che sta accadendo. In queste opere coabitano il sentimento dell’oppressione e l’anelito alla ribellione.
Il programma della Galleria Anna Marra
La mostra personale di Salehi si inserisce in un più ampio programma della Galleria Anna Marra dedicato alla condizione della donna. Ne sono esempio una recente collettiva con sei artiste iraniane e la personale della fotografa Shadi Ghadirian, che vive tuttora a Teheran. In questo percorso di approfondimento, anche le opere di Salehi – presentate con la curatela di Laila AbdulHadi Jadallah – si collocano come tappe di un’evoluzione che, partendo da produzioni più astratte, come Nero (2006) e passando attraverso la serie Mohr (2015) velata dalla trama delle pietre da preghiera, giunge fino alle stratificazioni di Transformation (2021–2025) e alle opere più recenti, tra cui Calligraphy of Refusal. Ma in ognuna delle donne di Salehi il volto è nascosto, come se il gesto più radicale fosse quello di sottrarsi. In un tempo segnato dalla violenza e dalla guerra, queste figure silenziose trasformano la fragilità in una presenza ostinata, capace di abitare lo spazio con equilibrio e tenacia.
Alessandro Iazeolla
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