I leggendari 6 stilisti del Belgio che hanno rivoluzionato la moda. La mostra ad Anversa li racconta

La prima mostra interamente dedicata a Dries Van Noten, Dirk Bikkembergs e agli altri designer belgi che ricordano come le rivoluzioni nascono spesso ai margini, tra fragilità ed energia febbrile

Le porte del Fashion Museum di Anversa (MoMu) si aprono su Antwerp Six, la prima grande retrospettiva dedicata ai sei designer belgi che, quarant’anni fa, riscrissero le regole della moda internazionale. Visitabile fino al 17 gennaio 2027, la mostra non si limita a ricostruire le traiettorie di un gruppo ormai entrato nel mito, ma ne rivela la sorprendente attualità.

Antwerp Six: la storia dei  “Sei di Anversa”

Era il 1986 quando Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee giunsero a Londra a bordo di un van con visioni radicali e cognomi impronunciabili che gli valsero un’etichetta più semplice: i “Sei di Anversa”. Con l’imperturbabile audacia di chi non ha nulla da perdere, scossero un establishment britannico ancora troppo rigido per comprendere quella fuga in avanti. L’interdizione del British Fashion Council e le difficoltà del sistema inglese spinsero il gruppo verso Parigi, dove ciascuno intraprese la propria strada solista, dopo tre anni di condivisioni fraterne. Tra viaggi in camper e rendez-vous negli atelier, quella piccola comunità conservava un entusiasmo contagioso, alimentato da amicizia, stima professionale e aiuti concreti, oggi raccontati anche nelle immagini esposte al MoMu. Nessuna strategia studiata a tavolino, nessun manifesto generazionale. Fu pura coincidenza. Ben sei giovani designer che, con indomita ostinazione scevra da compromessi, conquistarono visibilità, inscrivendo nella geografia della moda la città di Anversa, allora polo tessile ancora privo di una tradizione stilistica definita.

L’intervista a Romy Cockx, curatrice del MoMu di Anversa

Dalla poesia cruda e romantica di Ann Demeulemeester al pop visionario di Walter Van Beirendonck, dal camp sartoriale di Dirk Van Saene alla sport-couture di Dirk Bikkembergs, fino al decorativismo multiculturale di Dries Van Noten e alla decostruzione poetica di Marina Yee. Qual è stata la sfida principale nell’impostare “The Antwerp Six”?

Trovare per ciascuno il formato espositivo giusto. Ciò che funzionava per uno non avrebbe mai rispecchiato l’altro.

Può farci qualche esempio?
Per Ann Demeulemeester, abbiamo scelto i manichini Bonaveri, capaci di restituire la purezza delle silhouette più iconiche; per Dirk Bikkembergs, invece, funzionavano meglio grandi schermi con sfilate e campagne celebri, per enfatizzare la fisicità performativa dei modelli. Per Walter Van Beirendonck, invece, abbiamo creato un dialogo robotico in cui la sua voce, filtrata e artificiale, guida i visitatori.

Quanto è stato importante il coinvolgimento dei designer?
Fondamentale. Hanno aperto gli archivi, concesso interviste e suggerito materiali. Il risultato è stato un grande libro: ogni sala è una pagina da sfogliare avventurandosi tra bozzetti, fotografie e articoli. Ci è voluto più di un anno per raccogliere tutto e ricostruire una linea temporale che rendesse giustizia alle loro traiettorie.

Walter Van Beirendonck in The Antwerp Six at MoMu – Fashion Museum Antwerp, 2026, © MoMu Antwerp, Photo Stany Dederen
Walter Van Beirendonck in The Antwerp Six at MoMu – Fashion Museum Antwerp, 2026, © MoMu Antwerp, Photo Stany Dederen

Parola a Geert Bruloot, membro del gruppo Antwerp Six

Il coinvolgimento diretto degli Antwerp Six nella mostra ha reso naturale affidare una parte della curatela a Geert Bruloot, pioniere della moda belga e amico dei Sei sin dagli esordi. Fu lui a portarli alle prime sfilate e a scegliere Parigi dopo che Londra li aveva messi ai margini.

Lei ha seguito gli Antwerp Six sin dagli inizi. Che cosa ritiene irripetibile di quel momento storico?
C’era tanto divertimento, oltre alla perfezione del lavoro finale. Oggi consiglio alle nuove generazioni di concentrarsi su ciò che davvero vogliono e possono raggiungere, liberandosi da catene invisibili. Non si può prescindere dalla libertà per creare.

Pensa che un fenomeno simile possa ripetersi?


Difficile che sei stilisti così talentuosi possano ritrovarsi insieme nello stesso anno, nello stesso luogo. È stato un caso, un istinto collettivo. Non puoi ricreare artificialmente le emozioni e le esperienze di allora. È unico, e questa è la cosa bella.

Perché questo è il momento giusto per tornare sugli Antwerp Six e cosa rende la loro eredità culturalmente urgente oggi?
La loro storia è più rilevante che mai. Oggi il sistema moda è affaticato: i brand indipendenti sono sempre meno e la sperimentazione quasi inesistente.

Eppure sembra ottimista.
Lo sono. La moda è ciclica. Quello spirito tornerà. Mi manca la persona al centro del sistema moda, ma credo che la ritroveremo. È una ruota che gira.

Oggi il sistema moda è dominato da conglomerati globali e pressioni finanziarie. Quali aspetti dell’indipendenza e dell’energia collettiva degli Antwerp Six risuonano ancora per i giovani designer?
La libertà che li caratterizzava e l’energia del loro gruppo non sono replicabili artificialmente, ma restano un esempio. Oggi i giovani designer possono trarre ispirazione dal loro coraggio: seguire le proprie visioni senza compromessi, creare fuori dai grandi centri, coltivare progetti autentici.

La mostra sugli Antwerp Six ad Anversa

La storia degli Antwerp Six risuona più attuale che mai. In un sistema dominato da conglomerati e logiche standardizzanti, ricordano che la creatività ha bisogno di tempo, rischio e luoghi capaci di sostenerla. La loro eredità vive nei molti designer belgi – da Pieter Mulier a Matthieu Blazy, da Raf Simons a Meryll Rogge fino a Glenn Martens – che oggi guidano alcune delle maison più influenti, segno che quella scintilla nata ai margini continua a propagarsi. E forse il prossimo cambiamento arriverà ancora una volta da chi lavora ai bordi del nostro campo visivo: giovani talenti che non cercano conferme in un algoritmo e non hanno paura di restare fuori dal coro. Perché l’unica direzione da seguire è la propria.

Marta Melini

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Marta Melini

Marta Melini

Nata e cresciuta in provincia di Bologna, ma da sempre in viaggio per l’Italia. Dopo gli studi in Design e Ingegneria Industriale al Politecnico di Valencia, è tornata in Italia dove ha conseguito prima la laurea magistrale in Fashion Studies…

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