Il presente come stato provvisorio. Esiste un elemento di raccordo tra Metafisica e Futurismo 

La mostra sul Futurismo a Roma lo aveva accennato e quella a Milano sulla Metafisica lo conferma: le due Avanguardie del nostro Paese, per quanto diverse, sono legate da un’avversione verso il presente che ne ha fatto due fenomeni locali incapaci di stare al passo con i tempi

La mostra Metafisica/metafisiche, a Milano e curata da Vincenzo Trione, offre l’occasione per tornare su una delle esperienze più rilevanti del Novecento artistico italiano. Il merito dell’esposizione non consiste soltanto nel ricostruire in modo articolato la vicenda della pittura metafisica — da Giorgio de Chirico ad Alberto Savinio, da Carlo Carrà a Filippo de Pisis — ma soprattutto nell’allargarne l’orizzonte, mettendone in evidenza le intersezioni con altri linguaggi, movimenti e dispositivi espressivi: dal Dadaismo al Surrealismo, dall’astrattismo europeo alla Pop Art e all’arte concettuale, fino all’architettura, al design, alla moda, al cinema, alla fotografia, al teatro e alla graphic novel.  

Boccioni alla mostra del Futurismo. Foto GNAMC
Boccioni alla mostra del Futurismo. Foto GNAMC

Il parallelismo tra la mostra sulla Metafisica a Milano e quella sul Futurismo a Roma 

In questo senso, la mostra si colloca idealmente accanto a Il tempo del futurismo, proposta un anno prima alla GNAMC. Le due esposizioni, pur dedicate a movimenti diversi, sembrano condividere un medesimo intento critico: comprendere non solo la fisionomia estetica delle avanguardie italiane, ma anche il modo in cui esse hanno contribuito a modificare lo sguardo moderno, misurandosi con il problema del rapporto tra arte, storia e società. Sullo sfondo resta, inevitabilmente, la questione del fascismo, con cui entrambe le esperienze entrarono in contatto in forme differenti e spesso ambigue.  

Tuttavia, il nesso più profondo tra Futurismo e Metafisica non riguarda soltanto la loro collocazione nella storia culturale italiana, bensì il loro rapporto con il tempo. È su questo terreno che le due avanguardie rivelano una sorprendente affinità strutturale. A prima vista, esse sembrano opposte: la Metafisica appare orientata verso il classico, verso un’origine perduta o idealizzata; il Futurismo, al contrario, si proietta verso ciò che deve ancora venire, verso il culto della velocità, della macchina e dell’avvenire. Eppure, in entrambi i casi il presente viene svuotato di centralità. Esso non è mai il luogo del senso pieno, ma soltanto un varco, o verso un passato normativo, da recuperare sotto forma di classicismo, oppure verso un futuro redentivo, pensato come compimento di una promessa storica.  

Il presente come stato provvisorio in Metafisica e Futurismo 

Questa dinamica consente di avanzare un’ipotesi critica più generale. Classicismo, escatologia e idealismo, pur appartenendo a tradizioni differenti, convergono infatti in un medesimo dispositivo temporale: il presente è considerato insufficiente. Non è il luogo in cui il senso si dà, ma uno stadio provvisorio, subordinato a una totalità più ampia che lo precede o lo oltrepassa. Nel caso della Metafisica, il richiamo all’ordine, all’enigma dell’origine, alla fissità monumentale delle piazze e delle architetture produce una temporalità sospesa che sottrae il reale alla contingenza storica. Nel caso del Futurismo, l’enfasi sul nuovo, sulla rottura e sulla proiezione nel domani tende ugualmente a negare il valore del presente concreto, sacrificato a una tensione programmatica verso ciò che deve ancora compiersi.  

Da questo punto di vista, Futurismo e Metafisica, pur nella loro diversità, partecipano di una medesima incapacità di abitare il tempo presente. È forse proprio questo uno dei motivi della loro relativa marginalità nel quadro delle avanguardie europee. Se infatti altre esperienze del Novecento — dall’Impressionismo al Cubismo dal Dadaismo all’Espressionismo, fino a larga parte del Surrealismo e delle Neoavanguardie — si sono misurate in modo più diretto con le fratture della modernità, con il trauma della guerra, con la crisi del soggetto e con la disgregazione del senso storico, le due grandi Avanguardie italiane hanno spesso elaborato grammatiche più chiuse, più autoreferenziali, meno capaci di farsi carico delle tragedie che attraversavano il continente.  

Giosetta Fioroni, Metafisica/Metafisiche, installation view, Milano 2026. Photo Lorenzo Palmieri
Giosetta Fioroni, Metafisica/Metafisiche, installation view, Milano 2026. Photo Lorenzo Palmieri

L’incapacità di elaborare il presente delle Avanguardie italiane 

In questa prospettiva, il loro rapporto con il fascismo deve essere interpretato con cautela. Ridurlo a una semplice adesione ideologica sarebbe fuorviante, così come sarebbe insufficiente assolverlo come mera contingenza esterna. Più che un legame sostanziale e uniforme, si tratta spesso di una contiguità strumentale, opportunistica o comunque storicamente mediata. E tuttavia questa prossimità contribuì a isolare ulteriormente entrambi i movimenti dal contesto internazionale, aggravando una marginalizzazione che aveva anche cause interne, di ordine simbolico e linguistico.  

Il punto decisivo, allora, non è soltanto politico, ma propriamente estetico e culturale. Il mancato confronto con il presente si traduce in un limite di capacità espressiva. Non perché Futurismo e Metafisica siano privi di forza formale — al contrario, la loro importanza nella storia dell’arte italiana è indiscutibile — ma perché la loro grammatica tende a restare troppo locale, troppo separata dalle lacerazioni storiche che hanno ridefinito il campo europeo nel Primo Novecento. Là dove altre Avanguardie costruiscono linguaggi adeguati alla crisi, al conflitto, alla perdita di fondamento, le Avanguardie italiane sembrano spesso oscillare tra il mito dell’origine e il mito del compimento, senza riuscire a fare del presente un oggetto pienamente rappresentabile.  

Metafisica e Futurismo specchio della difficoltà italiana a misurarsi con l’attualità 

Ciò non implica, naturalmente, un giudizio liquidatorio. Al contrario, proprio le mostre recenti dedicate al Futurismo e alla Metafisica mostrano quanto queste esperienze abbiano continuato a esercitare un’influenza profonda, talvolta carsica, su molteplici linguaggi del contemporaneo. La loro fortuna nell’architettura, nel design, nella moda, nel cinema e nelle arti visive successive dimostra che il loro lascito eccede la dimensione strettamente “scolastica” o nazionale. Ma questo lascito appare tanto più interessante quanto più viene letto criticamente, non come repertorio di identità da celebrare, bensì come sintomo di una persistente difficoltà italiana a misurarsi con il presente storico.  

Rileggere oggi Metafisica e Futurismo significa dunque interrogare non solo due stagioni dell’arte italiana, ma una più ampia forma mentis. Entrambe le Avanguardie hanno costruito la propria grandezza pensando il tempo, ma senza davvero abitarlo. Hanno cercato senso in ciò che precede o in ciò che segue, ma raramente in ciò che accade. È forse in questa rimozione del presente che si trova, insieme, la ragione della loro forza simbolica e il limite della loro incidenza europea. E forse è proprio qui che la critica contemporanea può ritrovare il loro significato più attuale, non come modelli da imitare, ma come figure da attraversare per comprendere una delle più persistenti aporie della cultura italiana.  

Domenico Ioppolo 

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Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è Amministratore Delegato di Campus e direttore del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e Classpi. Ha insegnato in Università italiane e straniere, pubblicando diversi contributi su media e marketing,…

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