Hans Memling: un grande fiammingo arriva a Milano per Pasqua 2026
In occasione della mostra annuale primaverile, il Museo Diocesano porta a Milano una preziosa tavola di Hans Memling, posta in dialogo con quattro artisti contemporanei: Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli
È uno dei grandi protagonisti del Rinascimento fiammingo, quello che il Museo Diocesano di Milano ha l’onore di ospitare per questa primavera 2026. La tradizionale mostra pasquale – per il terzo anno consecutivo arricchita dalle meditazioni di quattro artisti contemporanei – lascia per la prima volta il territorio italiano, per guardare al mondo oltralpino e trarne un’opera capace di far riflettere e al contempo affascinare. Hans Memling (Selingstadt, 1430 – Bruges, 1494) con la sua Crocifissione invita il pubblico a rallentare, a fermarsi davanti ai dettagli del quadro, a riscoprire il piacere di apprezzare poche opere – anzi, anche solo una – in un tempo sempre più rapido e frenetico. È questo l’auspicio alla base dell’intero progetto espositivo curato da Giuseppe Frangi, Valeria Cafà e Nadia Righi, con il sostegno di Pwc. La tavola – originalmente al centro di un caratteristico trittico a sportelli di stampo spiccatamente fiammingo – proviene da Vicenza, da Palazzo Chiericati, ed è oggi protagonista di questo percorso quaresimale che riaccende l’attenzione del pubblico milanese su temi importanti e profondi, solleticati dai mille dettagli illusionistici del maestro nordico.
Il progetto espositivo per la Crocifissione di Hans Memling al Diocesano
Per il terzo anno consecutivo l’appuntamento di Pasqua del diocesano si arricchisce delle riflessioni di arte contemporanea, con un gruppo di artisti chiamati a fornire la propria visione sul capolavoro protagonista della mostra. Per il 2026 sono stati scelte quattro voci molto diverse tra loro, che per la prima volta non sono solo state “ispirate” dall’opera, ma hanno provato a connettersi e dialogare intensamente e da vicino con essa. Lo si vede subito nei due lavori di Stefano Arienti, ad esempio, che per la prima volta si è trovato a indagare in profondità la tematica della Crocifissione. E lo ha fatto attraverso un grande telo bianco antipolvere, su cui emerge l’immagine leggera e preziosa, quasi un retaggio bizantino, del Cristo in Croce dorato. Accostato a esso anche un teschio – simbolo di morte molto comune nelle iconografie fiamminghe del tema – realizzato con il pongo su poster di Vincent van Gogh.
Si uniscono ad Arienti anche altri tre artisti: Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli. Il primo porta una composizione pittorica giocata su tele, cornici e cavalletti integrati, la seconda un potente dittico fotografico che restituisce l’emozione di Maria, addolorata ai piedi della Croce. E poi c’è Sciorilli, artista abruzzese, presente con una video installazione che racconta la sua terra d’origine, interpretando l’icona cristologica attraverso gli umili gesti quotidiani di una donna sua compaesana.
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Hans Memling e “l’altro Rinascimento” a Milano
L’opera protagonista della mostra è un’occasione per approfondire uno dei maestri del tardo Quattrocento delle Fiandre, noto come “altro Rinascimento” per differenziarlo da quanto avviene nel contempo in Italia. Se di qua dalle Alpi fioriscono i cenacoli di Roma, Firenze e Milano, a Nord si snoda un racconto diverso ma dalle basi comuni. Entrambi i Rinascimenti partono infatti dall’obiettivo di riprodurre la realtà il più fedelmente possibile. Le soluzioni che ne derivano, però, prendono strade ben diverse. In Italia si inventa la prospettiva, i Fiamminghi vertono sulla restituzione analitica di ogni minimo dettaglio, con una precisione lenticolare avvalorata dall’uso di nuove sostanze agglutinanti che permettono di rappresentare anche l’infinitamente piccolo, giocando su luce e velature. Hans Memling appartiene a questo secondo gruppo, e ne incarna la seconda generazione. Porta avanti il cammino iniziato da Jan van Eyck, si ispira a Roger van der Weyden – pur senza conoscerlo direttamente – e raggiunge apici di qualità, verità e umanità difficili da superare per il suo tempo. Perpetua pari qualità di questi primi maestri, convinto che sia quello lo stile migliore per rappresentare il mondo – naturale e borghese – che trova riscontri positivi presso il pubblico, primi i mercanti che si aggirano per i porti fiamminghi, divenendo fautori della circolazione internazionale della fama del pittore.
La Crocifissione di Hans Memling al Diocesano di Milano
Giunti al cospetto del dipinto, subito si nota la sua altissima definizione lenticolare, che delinea poche figure su un paesaggio naturale, suddivisibile in zone. Al centro un Cristo emaciato, reso attraverso sottilissime velature a olio, con le goccioline di sangue sul capo che svicolano dalla legge della gravità. Scorrono di sbieco, suggerendo silenziosamente che la morte è avvenuta pochi istanti prima, senza lasciare il tempo ad esse di volgersi verso il basso. Nella sua figura nulla è esagerato: il sentimento generale che trasmette è un invito alla lentezza, a fruire con calma dell’opera.
Poi c’è la Maddalena, che esprime in sé grande bellezza e regalità, come raffinati sono anche Maria e Giovanni a sinistra, presi da un dolore controllato. Infine, inginocchiato davanti a questa scena di dolore “incantato” ecco il committente, Jan Crabbe, assistito alle spalle dal santo protettore, Giovanni Battista, e San Bernardo. La morte in Croce svetta in primo piano, ma nel dolce paesaggio dalla chiara e dorata luce di fondo si capisce già che il destino – di Cristo e dell’Uomo – è quella di una prossima resurrezione che condurrà alla salvezza eterna.
Emma Sedini
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