In Portogallo sta per iniziare la biennale Anozero: abbiamo intervistato i curatori

“Tenere, dare, ricevere” è il titolo della VI Biennale di Coimbra della città portoghese che, come ci hanno raccontato i curatori, Hans Ibelings e John Zeppetelli, più che lasciare un’eredità fisica in termini di opere, mira a lasciare dietro di sé nuove forme di ascolto, solidarietà e immaginazione

Curata da Hans Ibelings e John Zeppetelli, Anozero 2026, la VI Biennale di Coimbra, in Portogallo dall’11 aprile al 5 luglio, si intitola Segurar, dar, receber (To hold, to give, to receive), e attraverso queste tre azioni fondamentali, propone un percorso che invita a una profonda riflessione su come arte, architettura e esperienza pubblica possano creare un habitat simbiotico, anarchico e orizzontale. Ecco le anticipazioni dei curatori.

In Portogallo sta per iniziare la biennale Anozero: abbiamo intervistato i curatori
John Zeppetelli (sinistra) e Hans Ibelings (destra). Courtesy of Anozero – Bienal de Coimbra

Intervista ai curatori della Biennale di Coimbra

Come avete pensata questa nuova edizione di “Anozero”? 
Hans Ibelings: Questa Biennale per noi è un’opportunità non solo per presentare opere che troviamo interessanti e rilevanti, ma anche per affrontare la questione di cosa sia una mostra, come luogo in cui ospitare arte, architettura, persone e idee. E poiché arte e architettura sono ugualmente importanti in questa edizione, volevamo esaminare le sovrapposizioni tra mostra e habitat, che hanno entrambi la stessa radice etimologica nella parola *ghabh’, che significa appunto “contenere, dare, ricevere”. 
John Zeppetelli: Attraverso opere che affrontano la memoria, la testimonianza, il dolore, l’estrazione e la resistenza – dalla grotta risonante di Oliver Beer alla rivisitazione del Museo Archeologico di Raqqa distrutto da parte di Maria Trabulo, fino alle ricostruzioni contro-forensi di Forensic Architecture – la Biennale diventa uno spazio in cui artisti e pubblico entrano in relazione etica, intellettuale ed emotiva. Non è tanto una mostra quanto una condizione condivisa di attenzione e responsabilità. 

Quanto ritieni contemporaneo Kropotkin? 
HI: L’anarchico Pëtr Kropotkin (Mosca, 1842 – Dmitrov,1921), è morto più di un secolo fa, quindi non è certamente nostro contemporaneo, ma molti dei suoi pensieri legati all’aiuto reciproco e alla collaborazione, possono suonare contemporanei in questi tempi di ipercapitalismo e polarizzazione. Le sue opinioni sono un forte promemoria del fatto che un altro mondo è possibile e che nessuno dovrebbe credere all’affermazione ingannevole che “non ci sono alternative”. Esistono alternative, e anche se l’arte e l’architettura operano all’interno di un sistema capitalista, artisti e architetti sono in grado di formularle. Per noi, questa edizione di Anozero non consiste nel chiedere ai partecipanti di fare dichiarazioni politiche, ma come ogni altra cosa nella vita, l’arte e l’architettura hanno inevitabilmente una dimensione politica, e crediamo che “tenere, dare, ricevere” significhi enfatizzare il valore della condivisione, della simbiosi e di una profonda orizzontalità. 

In che modo la visione curatoriale dialoga con il Monastero?
HI: Il monastero di Santa Clara-a-Nova e il suo giardino sono i siti principali di Anozero. Data la relazione reciproca tra dare e ricevere e i legami tra abitazione ed esposizione, gli spazi interni ed esterni del monastero, l’arte e l’architettura che qui trovano posto, coesistono, ci auguriamo, in una simbiotica coesistenza. È come ciò che Niles Rodgers disse di Bernard Edwards: “Quello è il mio chitarrista e io sono il suo bassista“. Lo stesso vale, ci auguriamo, per le opere, le installazioni e gli interventi che abbiamo riunito, affinché la Biennale generi connessioni e relazioni significative tra loro.
JZ: Il Monastero non è un semplice contenitore, ma un interlocutore attivo. I suoi numerosi spazi racchiudono già secoli di rituali e contemplazione. Opere come Start Again The Lament di Taryn Simon, dove i suoni dei partecipanti al lutto provenienti da diverse culture risuonano dalle celle dei monaci che fiancheggiano il corridoio, e il meteorite sospeso di Charles Stankievech nella parte superiore della torre, risuonano con questa architettura devozionale, trasformando il Monastero in un contenitore per l’ascolto, dove passato e presente coesistono in una vicinanza carica di tensione. 

In generale, come dialoga questa Biennale con la città di Coimbra? 
HI: Ciò che desideriamo realizzare nel monastero e nel suo giardino, si manifesta in modo diverso rispetto alla città. Sparsi per la città di Coimbra, ci sono molteplici luoghi in cui il concetto di “tenere, dare, ricevere” ha una certa presenza. Anche se li abbiamo concepiti come un tutt’uno, ogni luogo può essere apprezzato individualmente, ma si spera che trovi un posto nella mappa mentale di ogni visitatore dell’evento nel suo complesso. 
JZ: Opere di artisti come Thomas Demand, Shilpa Gupta e Nan Goldin coinvolgono la città come luogo di memoria, trasmissione e trasformazione. Coimbra stessa diventa partecipe, custodisce storie, offre i suoi spazi a nuovi significati e accoglie nuove narrazioni che si estendono oltre la durata della mostra. 

Che tipo di eredità vorreste lasciare alla città, dopo la chiusura della Biennale? 
HI: Non ragiono in termini di eredità. Certo, forse alcuni degli interventi architettonici potranno avere una vita ultraterrena dopo la fine delle mostre, sarebbe fantastico, anche dal punto di vista ambientale. E forse alcune opere, alcuni spazi in cui si trovano, e le “associazioni di volontariato” che suscitano, sopravvivranno nella memoria delle persone. Ma in definitiva si tratta del qui e ora, di ciò che le opere che abbiamo riunito individualmente e collettivamente “fanno”, delle idee e delle impressioni che generano e di ciò che offrono per vedere il mondo in modo diverso e per vedere mondi diversi.
JZ: L’eredità più significativa sarebbe una maggiore capacità di attenzione: se la Biennale lascerà dietro di sé non solo opere d’arte, ma anche nuove forme di ascolto, solidarietà immaginazione – all’interno delle istituzioni e tra i cittadini – avrà contribuito in modo duraturo alla vita culturale di Coimbra. 

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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