Il mondo del restauro? Sempre più aperto alla società. Le testimonianze della Scuola di Restauro di Botticino
Salvatore Amura, amministratore delegato di Valore Italia di cui la Scuola di Restauro di Botticino è il cuore pulsante, racconta come il restauro non sia più solo conservazione, ma ricerca, sostenibilità e diplomazia culturale. Così, la Scuola unisce tradizione e innovazione, portando l’eccellenza italiana fino a Osaka e New York
Siamo agli inizi degli Anni ’70 e nel nord della Penisola italiana manca una grande istituzione dedicata al restauro di opere d’arte. Il centro del Paese vanta l’Opificio delle Pietre Dure e l’Istituto Centrale per il Restauro, mentre il Centro di Conservazione di Venaria è lontanissimo nel tempo, con la sua apertura che avverà nel 2005. Così, nel 1974, con il sostegno di Regione Lombardia e dell’ICR di Roma, nella provincia bresciana nasce la Scuola di Restauro di Botticino. Oggi la Scuola è la punta di diamante di Valore Italia, centro internazionale di formazione e ricerca per il restauro e la valorizzazione del patrimonio culturale. L’AD di Valore Italia, Salvatore Amura, ci ha raccontato le attività più recenti che hanno coinvolto la Scuola – portandola su palcoscenici internazionali, ma senza mai dimenticare il radicamento territoriale in Lombardia – e i cambiamenti che la figura professionale del restauratore sta vivendo.
Intervista a Salvatore Amura
Negli ultimi anni la Scuola di Restauro di Botticino ha sviluppato progetti che coinvolgono amministrazioni pubbliche, istituzioni culturali e religiose, imprese private e mondo della ricerca. Quanto è strategica questa rete di collaborazioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale?
Il nostro rapporto con il sistema della tutela e della valorizzazione è fondato sul guardare alla sfera pubblica. Credo che questa relazione sia molto positiva, perché all’interno del sistema pubblico – tra soprintendenze, musei, fondazioni e istituzioni culturali – abbiamo sempre trovato non solo una grande competenza, ma anche una grande disponibilità rispetto a un soggetto come il nostro che ha nella sua mission quella di formare i futuri restauratori – e quando parliamo di restauro italiano parliamo delle migliori figure che si ritrovano in tutte le grandi istituzioni mondiali, per cui in questo ambito siamo un’eccellenza. Se dovessi sintetizzare la nostra relazione con il settore pubblico utilizzando una parola, sceglierei cooperazione, perché si tratta di una relazione virtuosa che trova proprio nel suo rapporto tra pubblico e privato l’elemento di unicità che fa del sistema italiano un’eccellenza mondiale.
Ha parlato di “eccellenza italiana”. Qual è la percezione dell’Italia “del restauro” all’estero?
Il nostro Paese è portatore di diverse eccellenze nell’ambito della creatività: la moda, il design, il cibo, e l’arte e la cultura sono al pari di queste filiere. Parlo di filiere perché quando si descrivono questi ambiti, si pensa sempre a qualcosa di creativo e di effimero, ma parliamo di sistemi produttivi che generano miliardi di introiti, con grandi investimenti e milioni di persone occupate. Tra l’altro, con un’occupazione che punta verso l’alto, con expertise di alto profilo. Grazie a questo l’Italia è riconosciuta in tutto il mondo: c’è una considerazione altissima e siamo ben accolti e facilitati laddove ci presentiamo con progetti interessanti e con iniziative di rilievo.
Guardando proprio ai progetti recenti, ci sono delle tappe internazionali di rilievo, Osaka e New York, nell’ambito del progetto “Art and technology: an open challenge”. Di cosa si tratta?
È un progetto di diagnostica e restauro che sviluppiamo insieme all’Ospedale Galeazzi del Gruppo San Donato e all’Università Statale all’interno di MIND – Milano Innovation District. Ormai cinque anni fa abbiamo deciso di portare la scuola di restauro all’interno di MIND ed è stata un’intuizione giusta, perché ha visto il moltiplicarsi delle attività di collaborazione, proprio come questa. Così, abbiamo portato delle opere a fare esami di diagnostica di alto profilo – TAC, radiografie… – con dei gruppi di ricerca che hanno lavorato insieme per produrre dati e riflessioni. Questa prassi è diventata una best practice internazionale che l’anno scorso è sbarcata all’Expo di Osaka con una giornata di dialogo tra centri di ricerca italiani e internazionali. Poi, nel febbraio di quest’anno, lo stesso è successo a New York, dove abbiamo costruito nel tempo relazioni con il Metropolitan Museum e con le nostre istituzioni diplomatiche: l’Istituto Italiano di Cultura, il Consolato… In questo rapporto di dialogo si sono inseriti anche il New York Institute of Technology, che ha ospitato il seminario, e la Columbia University, con l’attivazione di un gruppo di ricerca italo-statunitense attorno all’applicazione della diagnostica per immagini sull’intervento di restauro delle opere d’arte, coniugando il rapporto tra arte e tecnologia, innovazione e ricerca. L’iniziativa rientra nel programma di attività di diplomazia culturale promosse dal sistema Italia e sviluppate all’interno del progetto “La Cultura del Restauro” di Valore Italia, nato in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Qual è il valore più grande di questo tipo di operazione?
Insieme a noi si muovono altre istituzioni che hanno compreso che lavorare in partnership su progetti di ricerca, valorizzazione e restauro genera un valore aggiunto. Questa è una modalità di approccio su cui lavoriamo quotidianamente: ricercare il dialogo, secondo l’idea per cui serve un lavoro comune che permetta di far crescere tutto il sistema, senza nessuna invidia. La collaborazione è sempre al centro.
Questa dimensione di collaborazione, poi, calata nella realtà quotidiana della scuola, come influisce sulla formazione? Cioè, come si forma oggi un restauratore che non è più isolato in uno studio, ma è coinvolto in un sistema multidisciplinare?
Il rapporto tra il restauratore e il restauro è sempre un rapporto intimistico, perché ci si ritrova di fronte a un’opera di cui si è responsabili. Il restauratore è come il comandante di una nave: tutti sono collaboratori, tutti sono a disposizione, ma sei tu il responsabile di dove si va. Ed è una responsabilità individuale, per cui, secondo me, il rapporto personale con il lavoro si mantiene, che è anche parte della magia di questo mondo. Ci sono stati, però, sicuramente dei cambiamenti. In primis, oggi il restauratore ha sempre più lavoro da fare in team: con gli architetti, con gli ingegneri, con gli informatici. Lavorare in un gruppo dove competenze diverse si confrontano per individuare le soluzioni migliori è sicuramente una chiave. L’altro elemento che sta cambiando e continuerà a cambiare le carte in tavola è la tecnologia, perché l’innovazione tecnologica ha generato una serie di evoluzioni molto interessanti.
Quindi, lavorare in team e tecnologia, due istanze che riguardano il mondo del lavoro e la società in generale…
Sì, e in questo senso c’è anche un altro elemento da considerare, più politico. Noi non abbiamo solo il compito di restaurare un oggetto per preservarlo: l’idea è che un oggetto possa essere valorizzato, raccontato e messo a disposizione di un pubblico sempre più ampio. Anche i musei sono luoghi che si sono trasformati e, al pari del mondo del restauro, rappresentano uno scenario molto interessante nel nostro sistema culturale. Per cui, per esempio, ci sono operazioni di “restauro trasparente” che permettono all’opera di rimanere nel museo, senza che l’azione di restauro la sottragga al visitatore. Più di ogni altra cosa, questo tipo di azione produce una sensibilizzazione del pubblico, perché vedere chi si prende cura dell’opera fa capire l’idea di filiera. E questo tipo di sensibilizzazione aiuta anche nel fundraising e nel sostegno ai progetti di restauro, con una visione della partecipazione più anglosassone e nordica che mediterranea. Nel mondo anglosassone c’è, infatti, l’idea che quello che è del pubblico è di tutti, mentre da noi talvolta sembra che quello che è del pubblico non è di nessuno…

In questo discorso più politico, oltre agli aspetti di consapevolizzazione civica, ci sono anche questioni legati alla sensibilità ambientale. Penso nello specifico al progetto Art Power, il cui obiettivo è generare un impatto positivo su questo piano. Ce ne parla?
Art Power nasce dalla collaborazione tra Valore Italia ed Energika, società del Gruppo Tecno che mette a disposizione le proprie competenze per permettere alle istituzioni culturali di ridurre i consumi e ottimizzare le risorse. Se si lavora sull’efficienza energetica delle istituzioni, una parte del risparmio la si può investire in azioni di restauro. Si aggiunge, così, al restauro e alla valorizzazione l’elemento della sostenibilità, creando un processo virtuoso dove l’efficienza energetica produce nuove risorse per attivare altri progetti di restauro. Il primo luogo di sperimentazione di questa pratica è stata la Pinacoteca di Brera, dove un’impresa sociale, un’istituzione pubblica e un’azienda quotata in borsa come Gruppo Tecno creano un meccanismo virtuoso. È un modello interessante che svilupperemo ulteriormente in futuro. In generale, l’elemento della sostenibilità è fondamentale per noi che siamo un’impresa sociale e pratichiamo, quindi, molto la valenza sociale dei nostri progetti, facendo un’accountability molto serrata e rigorosa.
Proprio ora parlava di Brera, per cui tornerei a Milano visti i significativi interventi della Scuola di Botticino su due simboli della storia cittadina Palazzo Reale e il Paliotto di Sant’Ambrogio. Partiamo da Palazzo Reale, su cui l’intervento si è da poco concluso. Di cosa si è trattato?
Milano è la nostra città e, in generale, è la città delle opportunità, una città allenata ai grandi eventi internazionali – abbiamo appena visto le Olimpiadi, ma ci sono la settimana della moda, la settimana del design, è un centro della finanza… La Scuola di Botticino ha una partnership con il settore Cultura del Comune di Milano grazie a cui ci prendiamo cura del patrimonio diffuso tra il Castello, il PAC, il Museo del 900, fino a Palazzo Reale che proprio in occasione dell’inaugurazione delle Olimpiadi ha ospitato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e le delegazioni di più di 60 paesi. Così, era necessario che nel Palazzo si riorganizzassero gli spazi, si inserissero arredi e opere… È stata una sfida che abbiamo raccolto a inizio gennaio, e non si poteva rispondere diversamente. Per cui abbiamo spostato lì per un mese intero tutta la scuola, di fatto, con 60 studenti e 10 docenti, affrontando il tutto con entusiasmo e responsabilità, affinché il Palazzo si presentasse – com’è stato – nella miglior maniera all’arrivo del Presidente Mattarella con il sindaco Sala e la Presidente del consiglio Meloni, per ospitare personalità di tutto il mondo.
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Per i prossimi mesi, invece, le forze sono concentrate sul Paliotto quattrocentesco di Sant’Ambrogio…
Per Milano, Sant’Ambrogio è il simbolo, sia come santo, che come luogo, che come giorno. Quella del restauro del paliotto è una sfida interessante perché, sempre facendo rete, ha trovato la disponibilità di Banca Ifis che, con un atteggiamento molto meneghino, senza sovraesporsi, ma con un sostegno prezioso, ha permesso di avviare una grande operazione di restauro che siamo chiamati a concludere proprio per il giorno di Sant’Ambrogio di quest’anno.

Quale valore simbolico, ma anche concreto ha avuto coinvolgere gli studenti in questi progetti?
La risposta la dà il regalo inaspettato che ci ha fatto il presidente Mattarella che, terminato l’intervento a Palazzo Reale, ha voluto incontrare una delegazione della scuola, rappresentata dalla direttrice e da due studenti. È stato un momento emozionante e inaspettato: tra l’inaugurazione di Casa Italia, la presentazione dei giochi a Palazzo Reale e la cerimonia di San Siro, il Presidente ha voluto trovare il tempo di incontrare i ragazzi.

Un regalo inaspettato che indica che la strada percorsa fino a ora sta pagando…
Continueremo a lavorare secondo tre principi: primo su tutti, il rigore. Bisogna far capire a chi frequenta i nostri corsi che per ottenere risultati importanti bisogna studiare tanto, approfondire, lavorare molto; che non esiste il talento come qualcosa che qualcuno ha in più e a priori. Poi, c’è la nostra comunità didattica, con una competenza e una preparazione molto solide del corpo docenti. Questo si unisce a collaborazioni e partnership con istituzioni nazionali e internazionali, ed è proprio nel dialogo tra la didattica frontale e quella laboratoriale che tutto si tiene. Il terzo elemento è l’apertura verso l’innovazione con il restauro di opere di design, d’arte contemporanea, l’utilizzo di strumenti tecnologici… Affianchiamo all’approccio rigoroso e tradizionale l’inserimento di elementi di novità che fanno del modello Botticino un modello interessante in uno scenario internazionale.
Vittoria Caprotti
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