Oltre il grattacielo di cristallo: alla riscoperta dell’architettura di Bruno Fedrigolli
Dal Dopoguerra agli Anni Novanta l’architetto che fu anche paracadutista e navigante, ha disegnato il volto di una vasta area del Nord Italia. Il suo archivio inedito svela oltre 340 progetti tra cui il Crystal Palace di Brescia, il grattacielo ideato per essere il più alto d’Italia
Bruno Fedrigolli (Costa di Rovigo, 1921 – Brescia, 1995) è stato un paracadutista della Folgore durante la Seconda Guerra Mondiale; un navigante esperto a bordo della barca nera Bonaventura che esplora insaziabile il Mediterraneo; un architetto e urbanista. Persino il suo studio ha un indirizzo tutto speciale: l’ultimo piano del primo grattacielo italiano, il Torrione INA di Marcello Piacentini a Brescia. L’avventura professionale di Fedrigolli inizia qui, profeticamente, a partire dalla seconda metà Anni Sessanta, dopo gli studi condotti presso l’Università Iuav di Venezia, città dove intreccia una vivace amicizia con Giò Pomodoro. Il secondo grattacielo di questa storia è l’opera che a oggi più si identifica con il suo nome: il Crystal Palace di Brescia Due (1989-1992), progetto sofferto e decapitato dai suoi 131 metri di altezza a 110, per non superare il grattacielo Pirelli a Milano.

Dal parcheggio progettato con Morandi alla Cattedrale di Liverpool
Tuttavia, questo grattacielo di cristallo che giganteggia nello skyline della città, è solo uno dei numerosissimi progetti realizzati nel corso di circa quarant’anni di attività che hanno disegnato il volto di un vasto territorio: dalle ville private alle case popolari, dalle scuole pubbliche ai centri commerciali, dai progetti di interni ai monumenti, dalle chiese ai parcheggi (come quello sotterraneo di Piazza Vittoria a Brescia, progettato con Riccardo Morandi, memoria del sottosuolo dell’omonima piazza di Piacentini). Per spontaneità o per insofferenza, spesso coloro che vivono in provincia sanno essere assai poco provinciali. Così è per il giovane Fedrigolli, che nel 1963 partecipa al concorso per la Cattedrale cattolica di Liverpool e arriva tra i finalisti. Il progetto è una grande guglia contemporanea, la sezione innervata di travi in calcestruzzo armato parla di un edificio altamente sperimentale dal punto di vista strutturale, costituto da dodici elementi verticali a base triangolare che si rastremano verso l’alto. Sulla sommità delle travi-pinnacoli, sono collocati specchi acustici che portino lontano le voci delle campane. “Una serie di giraffe disposte in circolo”, così nella relazione l’autore descrive gli slanciati pilastri inclinati del progetto, che parteciperà alla mostra “Bei progetti non premiati in concorsi di architettura” della Galleria di Arte moderna di New York.
L’architettura di Bruno Fedrigolli secondo Bruno Zevi
“Il nome dei migliori architetti italiani non può mancare”, scrive Bruno Zevi nell’ottobre dello stesso anno a Fedrigolli per invitarlo a inviare un progetto da candidare al concorso IN/ARCH-Domosic (poi vinto da Bruno Morassutti ed Enzo Mari) promosso dalla rivista L’architettura. Cronache e storia della quale è direttore. Su queste pagine, nel 1968, vengono pubblicati i primi progetti realizzati e non dell’autore, come la sua proposta per la Fondazione Josephine Baker: il collegio per la Fraternità mondiale che doveva sorgere per volontà della celebre Baker in Francia nel Périgord, con il desiderio di accogliere 200 giovani provenienti da paesi in difficoltà. La soluzione individuata da Fedrigolli si presenta come una sorta di organismo tentacolare bipartito: da un lato gli spazi dedicati alla socialità, dall’altro quelli destinati alla vita più raccolta dei dormitori. La composizione si dispiega sul territorio organizzando gli spazi educativi in singoli padiglioni di forma circolare, aprendosi in un disegno generale irrequieto e movimentato.
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L’ “architettura libera e gioiosa” di Fedrigolli
Il progetto per la Fondazione Josephine Baker viene definito da Zevi “un’architettura libera e gioiosa” e, sebbene non realizzato, lancia le basi per un altro progetto residenziale costruito a Brescia verso la metà degli Anni Sessanta. Villa Lorenzotti riprende l’andamento compositivo della Fondazione Baker morbido e disegnato assecondando le curve di livello sui quali si attestano i volumi architettonici. Progettata per un giovane dirigente dell’Olivetti di ritorno dagli Stati Uniti, “la casa doveva essere legata al terreno come un tronco” (In Roberto Aloi, 50 ville del nostro tempo, Hoepli, Milano 1970, p. 167). Le finiture esterne sono infatti realizzate con pietra a vista locale, come se la casa fosse un’escrescenza naturale della collina impervia su cui sorge. La pianta si incardina su delle circonferenze che definiscono lo spazio domestico con degli alti setti murari. La danza di queste mura sembra nascere da un improvviso movimento tellurico e si apre verso il bosco di aceri e querce nel quale è immersa la villa, dalle forme al tempo stesso primigenie e modernissime.
Fedrigolli e il ruolo delle maquette nel suo iter progettuale
Dall’esperienza della Fondazione Beker ritorna anche un uso particolare della maquette che caratterizza molta della produzione di Fedrigolli. Per i suoi progetti spesso vengono realizzate infatti delle maquette che non sono semplici plastici volumetrici, ma dei dispositivi atti a comunicare il valore scultoreo delle architetture. Anche la scelta dei materiali impiegati per questi oggetti è volta a restituire la corporeità architettonica nello spazio. Così il plastico di Villa Lorenzotti viene realizzato in metallo (quasi a preludere a un’altra opera nota dell’autore, il Monumento ai caduti sul lavoro dell’Autostrada Serenissima al casello di Brescia Ovest, 1964, committente Impresa Colombo Felice-Cassano d’Adda), mentre il plastico per il grattacielo Crystal diventa una gigantesca lampada dal sapore post-moderno, come una grande lanterna luminosa sulla pianura ancora vuota.
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Verso la riscoperta del vasto (e ancora inedito) archivio dell’architetto Fedrigolli
Le incursioni nell’archivio di Bruno Fedrigolli sono appena iniziate, ma stanno già restituendo il respiro libero e intransigente di questo progettista con una vocazione rinascimentale al progetto, curato ed esplorato a tutte le scale. Interprete del progetto del boom della seconda metà del Novecento, l’opera di Bruno Fedrigolli si delinea con uno spiccato carattere extra-provinciale. Da Brescia, capitale di capitali che a partire dal Dopoguerra aprono a sperimentazioni dal taglio internazionale, l’architettura di Fedrigolli diventa il paradigma progettuale di una parabola imprevedibile e cangiante, comune a tutto il Nord Italia.
Sissi Cesira Roselli
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