Big City Life, un progetto per Tor Marancia. Prosegue l’impegno di Roma nella promozione della street art internazionale. Musei a cielo aperto crescono

Roma sempre più in primo piano, nella lista delle street art-city, città che puntano alla riqualificazione urbana per mezzo dell’arte pubblica per eccellenza: graffiti, murales, wall painting. La Capitale ci ha preso gusto e prosegue, con zelo, in questa forma straordinaria di reinvenzione dello spazio pubblico, tra festival, manifestazioni dedicate a singoli quartieri, interventi sui […]

Big City Life

Roma sempre più in primo piano, nella lista delle street art-city, città che puntano alla riqualificazione urbana per mezzo dell’arte pubblica per eccellenza: graffiti, murales, wall painting. La Capitale ci ha preso gusto e prosegue, con zelo, in questa forma straordinaria di reinvenzione dello spazio pubblico, tra festival, manifestazioni dedicate a singoli quartieri, interventi sui palazzi, nelle scuole o nelle stazioni della metropolitana.
L’ultimo esempio? Si chiama Big City Life ed è un programma cucito addosso a Tor Marancia, area appartenente all’VIII Municipio, quartiere Ardeatino, tra la Garbatella e Appia Antica. Dietro c’è la galleria 999 Contemporary, specializzata in pratiche di arte urbana, con la direzione di Francesca Mezzano, Stefano Antonelli e Gianluca Marziani. Lo stesso team che aveva lavorato al restyling della fermata della metro A, in piazza di Spagna, curando gli interventi permanenti di alcuni street artist internazionali.
A Tor Marancia, fino al 27 febbraio, sono diciotto gli artisti, provenienti da otto paesi, che si cimentano con le facciate delle palazzine di via Annio Felice, puntando sulla consueta attitudine partecipativa: i residenti sono coinvolti nel percorso, provando a trasformare questo angolo di città in un museo a cielo aperto, che possa conquistare gli sguardi, l’immaginazione e il desiderio di bellezza di chi il quartiere lo vive e lo attraversa nel quotidiano.

Big City Life
Big City Life

Sono già visibili le opere degli italiani Diamond, Mr. Kleva e Moneyless, dei francesi Seth e Philip Baudelocque, dell’argentino Jaz. Maestose rivisitazioni di semplici prospetti, tramutati in tele oversize su temi sacri, profani, ludici, fantasy, vintage: grande qualità, per una collezione in progress che descrive un nuovo capitolo di questa bella storia di ricerca e di partecipazione. E Roma sta già inseguendo il suo primato, in Italia, rispondendo al degrado e al vandalismo con un’opera ragionata di riconversione creativa, secondo standard internazionali e con la piena collaborazione tra artisti, cittadini, enti pubblici e realtà private. Il progetto per Tor Marancia è sostenuto dall’Assessorato alla Cultura e da Fondazione Roma-Arte-Musei, col patrocinio  dall’VIII Municipio, la sponsorship tecnica di Sikkens e la collaborazione di Ater e Atac per Roma Capitale.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • vincenzo

    “i residenti sono coinvolti nel percorso, provando a trasformare questo angolo di città in un museo a cielo aperto”.
    Quello è SANBA, mi sa che fate confusione. Qui siamo solo di fronte a una galleria che usa lo spazio pubblico per farsi pubblicità. Sia chiaro: nulla in contrario, solo non chiamatela arte pubblica, almeno voi di Artribune