Il premio più cattivo, per l’architettura più brutta. Londra assegna a Nicholas Grimshaw il BD Carbuncle Cup. Merito della sua Cutty Sark, nave imperiale parzialmente in bottiglia

Questo è stato un anno importante per la Gran Bretagna. In concomitanza con il Giubileo di Diamante della Regina, al trono da oltre mezzo secolo, i Giochi Olimpici hanno occupato la piazza mediatica globale e con essi tutta una serie di celebrazioni, oltre all’inaugurazione di alcune nuove architetture. Tra queste spicca – in senso negativo […]

Cutty Sark - foto Cmglee by Wikimedia Commons

Questo è stato un anno importante per la Gran Bretagna. In concomitanza con il Giubileo di Diamante della Regina, al trono da oltre mezzo secolo, i Giochi Olimpici hanno occupato la piazza mediatica globale e con essi tutta una serie di celebrazioni, oltre all’inaugurazione di alcune nuove architetture.
Tra queste spicca – in senso negativo – l’ultima realizzazione di Sir Nicholas Grimshaw, inglese, classe 1939, che si è aggiudicato la BD Carbuncle Cup 2012, riconoscimento per il peggior edificio costruito. L’opera incriminata altro non è che il visiting centre creato attorno a una vecchia gloria della marina britannica, nel Maritime Greenwich World Heritage Site, a Londra: la Cutty Sark, storica nave dell’impero, usata per il commercio del tè e varata nel lontano 1869 a Dumbarton, in Scozia.
Per onorare la regina, e grazie ai 25  milioni di sterline tirati fuori dall’ Heritage Lottery Found, sua altezza il Duca di Edimburgo, in collaborazione con il Royal Museum di Greenwich, ha incaricato il restauro completo della nave e la realizzazione di un polo turistico intorno ad essa. Inaugurata il 26 aprile di quest’anno, dopo oltre 6 anni di lavori e un incendio, da subito l’opera è stata al centro di polemiche mediatiche: per Steve Rose del Guardian, non si tratta “né di un’imbarcazione né di un edificio, quanto di un bizzarro ibrido tra le due cose”  mentre per il Sunday Times, altro non è che “ una nave parzialmente in bottiglia.”

Cutty Sark

Sta di fatto che l’opera – votata all’unanimità dalla giuria, composta da Hank Dittmar, Gillian Darley, Owen Hatherley e Ellis Woodman – ha superato avversari come l’Orbit di Cecil Balmond e Anish Kapoor, il Titanic Museum di CivicArts e Toddarchitects, la Firepool Lock Housing di Andrew Smith, la Shard End Library di IDP Partnership e la Mann Island di Brodway Malvan, aggiudicandosi il premio.
Il problema principale? il suo essere una brutta parafrasi di opere già viste (la copertura curva a spicchi vetrati ricorda troppo il ben più elegante intervento di Sir Norman Foster per la Great Court del Brithish Museum) e il suo avere qualcosa di sbagliato nelle proporzioni, così da risultare goffa, schiacciata, sgraziata: la nave è letteralmente incastrata nel volume. È pur vero, però, che un inusuale prospettiva ribalta il punto di vista, quasi che la copertura fosse un’ipotetica linea d’acqua e il visitatore un piccolo pesce curioso che guarda l’imbarcazione dal basso del suo maestoso scafo dorato: tenuta sospesa da supporti strutturali metallici che le girano intorno, la Cutty Sark resta in aria ad un’altezza di oltre 3 metri e mezzo da terra.
Nel complesso, per quanto scenografica possa essere in sé la nave e avventurosa la storia che racconta, in quanto ad architettura, ahinoi, il premio è meritato. Ci beva su una tazza di buon tea, sir Grimshaw, e non se ne faccia un cruccio. L’anno prossimo toccherà a qualcun altro.

 –  Giulia Mura

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.