“Here.Now.When” è progetto sonoro itinerante, che si è svolto sui taxi di Marrakech durante l’ultima Biennale marocchina. Curato dal duo Anna Raimondo e Younes Baba Ali, in arte Saout Radio, si è contraddistinto per la freschezza e l’originalità, ma anche per la capacità di tener fede, molto più di altre iniziative, all’idea di base della Biennale: realizzare eventi capaci di integrarsi con il tessuto sociale della città.
Ecco l’idea: installare all’interno dei taxi di Marrakech – uno dei mezzi pubblici più usati in città – delle installazioni sonore, divise per ‘playlist’ tematiche: una volta nel taxi il guidatore offre al passeggero un menu, come in un ristorante, da cui si puo scegliere la traccia preferita, facendosi spiegare qualcosa di più dal taxista stesso.
Anna Raimondo è una giovane curatrice e artista napoletana, che dopo gli studi a Madrid e Londra si è stabilita a Bruxelles; il suo compagno, l’artista marocchino Younes Baba-Ali, astro nascente della scena nord africana, ha già in curriculum mostre presso istituzioni e biennali internazionali, da Madrid a Dakar fino a Skopje. 
Abbiamo scambiato due chiacchiere con Anna e con uno degli artisti partecipanti, Hannibal Andersen.

Anna, come mai avete scelto di utilizzare il suono e perche’ in questo contesto?

Il suono è il minimo comune denominatore tra la mia pratica e quella di Younes. Oggi usare il suono, e quindi anche fare radio, è un fatto accessibile a tutti. In tanto possono sperimentarlo ed è un che mezzo viaggia molto facilmente. Abbiamo molti amici bravissimi in Marocco, che hanno sempre problemi di Visa per viaggiare all’estero; quindi ci siamo detti: perche non creare questa piattaforma, in cui fare viaggiare le opere e creare un dialogo cero tra il nostro network piu Europeo e gli artisti incontrati via via durante le nostre residenze in Marocco, a Dakar o ad Algeri, dove saremo prossimamente.

In quali e quante tappe si è concretizzato questo progetto radiofonico?

Il primo è stato proprio questo mix marocchino, che avevamo presentato prima al Victoria & Albert Museum di Londra, durante il mese di novembre, che era dedicato proprio al Medio Oriente. E questo è esemplificativo di quanto il suono possa facilmente spostarsi in diverse location e in diversi contesti, senza bisogno di grandi installazioni. Dopo Londra abbiamo portato il progetto alla radio della biennale di San Paolo in Brasile, “Mobile Radio BSP” nel 2013, mentre alla Central for Contemporary Art a Bruxelles abbiamo organizzato una listening section.

Da cosa nasce Saout Radio?

È un progetto curatoriale ma è anche un progetto pedagogico: una delle ragioni per cui la nostra radio è nata è che molti artisti sono curiosi di sapere cosa sono l’arte radiofonica e l’arte sonora; magari ne hanno un’idea, ma non esiste una pratica diffusa come in Germania o in Begio. Quindi abbiamo deciso di organizzare degli incontri pedagogici per produrre una sorta di A B C su come si fa una piece radiofonica o su come ascoltare in maniera diversa il proprio ‘ambiente sonoro’.

Come avete cominciato?

Younes è stato premiato per la biennale di Dakar due anni fa, quindi aveva diritto ad una residenza e io sono andata con lui. Con il sostegno di uno sponsor inglese  siamo partiti e in collaborazione con Ker Thiossane, che è un centro di residenza molto interessante a Dakar, abbiamo fatto questo atelier. È stata un’esperienza bellissima, perché il pubblico era molto vario: c’erano artisti, giornalisti, curatori, bambini, la signora con delle curiosità… Un po’ di tutto. Abbiamo lavorato per dieci giorni all’idea del suono come bene comune e poi abbiamo fatto una mostra con i risultati raggiunti.

E adesso siete qui, alla Biennale di Marrakech

Si, questo e’il terzo progetto, il più grosso: il titolo, Here.Now.When?, in qualche modo come è un eco del curatorial statement della biennale ( Where are we now?). Lavorando tutti e due col suono e interessandoci entrambi di spazi pubblici, ovviamente abbiamo pensato al taxi. Così, il “dove” diventa una domanda sul modo in cui si puoi arrivare altrove, attraverso la percezione del suono. Il taxi è già una cabina d’ascolto: dentro ci sono il corano, la musica, informazioni sulla città, e molto spesso tutto questo diventa un pretesto per dialogare con il tassista. È uno spazio pubblico, ma allo stesso tempo è un luogo privato.

Quindi, una volta scelta la formula del taxi, come avete proceduto?

Abbiamo lanciato un’open call internazionale, tradotta in tantissime lingue, perche volevamo che avesse un taglio internazionale.  Abbiamo ricevuto trecento candidature e con una giuria di esperti di Bruxelles nel campo radiofonico e sonoro, abbiamo selezionato 97 opere, attorno alle quali abbiamo strutturato otto selzioni di ascolto, una di giorno e una di notte, comuni a due taxi. Ogni selezione risponde alla domanda “Dove”? Ad esempio, Attraverso climi e temperature, Verso paesaggi immaginari, Sulla carta geografica, Fino al cielo, eccetera.

Che reazione hanno avuto i tassisti, quando  avete proposto loro l’idea?

Le reazioni sono state positive. Addirittura, è accaduto che uno dei tassisti non avesse il post radio e l’ha comprato. Per noi l idea di fondo è che i tassisti stessi possano essere mediatori, capaci di spiegare le opere sonore e il senso del progetto ai passeggeri. Nel contesto della Biennale sono pochi i progetti cosi inclusivi, capaci di parlare a tutti, anche alla gente comune.
Questa è la terza edizione a cui partecipo e  mi sembra che quest’anno ci sia un’ intenzione diversa, uno sforzo nel fare il punto  su una scena locale emergente e soprattutto sulle realtà del sud.

E dopo Marrakech dove andrà Saout Radio?

Il risultato qui è stato buono, molti tassisti hanno persino deciso di continuare a far ascoltare le opere anche dopo la fine della Biennale. Per noi si tratta di un progetto pilota, che vogliamo portare a Napoli, Bruxelles, Casablanca. Il suono e la radio sono linguaggi che arrivano a tutti facilmente, quello che senti ti coinvolge più di quello che vedi, solo che ne abbiamo meno coscienza, avendo un alfabetizzazione molto piu visiva che sonora. C’è molto da fare quindi.

Uno dei taxi di Where.Now.When
Uno dei taxi di Where.Now.When

Hannibal, raccontami di come sei finito in questo progetto e come ti sei trovato

Da molto tempo riflettevo sull’accorciarsi delle distanze che separano le persone e i luoghi verso cui sono dirette, e ho tradotto questa mia ricerca in installazioni e perfomance. Quindi, quando ho letto il breef di Where.Now.When. ho penato che era molto vicino al mio interesse per il concetto di spiazzamento e per la labilità del confine tra spazi reali e spazi immaginari. Avevo fatto delle registrazioni mentre mi trovavo su un aereo, per catturare il rumore di fondo, una specie di ronzio ipnotico che sembrava sintetizzare da un lato l’idea di collasso delle distanze tra il punto di partenza e quello d’arrivo, dall’altro la contraddizione insita nel fatto di essere fermi e allo stesso tempo trasportati a velocità sostenuta.  Ho deciso quindi di inserire nel lavoro un’orchestra sinfonica (sono anche un compositore), per aggiungere un ulteriore senso di smarrimento per il viaggiatore.

Quanto e’ importante la psiche del viaggiatore in quest’ opera e nel taxi?

Il taxi simbolizza il limbo che si trova prima della partenza. Quando siamo su un aereo abbiamo bisogno di essere stimolati, ci concentriamo su qualcos’altro perche spesso non vogliamo essere laciati soli con in nostri pensierei. Il taxi però e più libero, non è schiavo ad un binario e può fermarsi quando vuole.

Com’è stato provare il taxi con la tua opera dentro?

Molto bello. Il suono non è irritante né  invadente, è un’opera che ti lascia la possibilità di stare in pace con i tuoi pensieri, lasciando che la mente si abbandoni sul suono ma allo stesso tempo vaghi liberamente. Un modo per concentrarci con più attenzione sull’esperienza che stiamo vivendo.

Victoria Genzini

annaraimondo.wordpress.com

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Victoria Genzini
Sono nata a Milano nel 1989, da mamma inglese e papà italiano, cosa che mi ha permesso di crescere con un piede a Londra e uno a Milano. Appena terminato il liceo mi sono trasferita a Londra, dove mi sono laureata in Criticism, Curation and Communication alla Central Saint Martins. Mentre frequentavo questo corso ho incontrato il curatore James Putnam, a cui ho fatto da assistente per un periodo, poi ho deciso di mettere in pratica quello che stavo studiando, curando mostre per amici artisti in vari luoghi di Londra, e in Italia, fondando il collettivo One Night Stand. Ho appena concluso un Master in Arte Contemporanea al Sotheby’s Institute, sempre a Londra, e ultimamente ho lavorato come assistente per la critica americana Sarah Thornton, da cui ho imparato moltissimo. Lavoro come curatrice free lance (ultimo progetto è stato alla Biennale di Marrakech 2014) e nel frattempo scrivo come columist per riviste di diversi Paesi europei.