Un castello per l’arte. A Châtillon

Un castello dedicato all’arte contemporanea nell’Italia settentrionale. No, non è il Castello di Rivoli. È un museo che ha poco più di un mese, sta in Valle d’Aosta e si chiama Castello Gamba. Siamo andati a vedere la collezione, la temporanea di Italo Mus e l’intervento architettonico. Il risultato: promozione a pieni voti.

Castello Gamba - photo Metrò Studio Associato

Ha una storia romantica e triste il Castello Gamba di Châtillon, in Valle d’Aosta. Dimora costruita per vivere agiatamente una storia d’amore, dotata di una collocazione mozzafiato in linea visiva col Cervino, nonché dei più moderni ritrovati tecnologici (qui fu installato il primo ascensore della valle), fu invece teatro di malattia e morte precoce.
Secondo la volontà della stessa famiglia Gamba, nel 1982 la Regione ha acquisito l’edificio e, affidatolo a una Soprintendenza efficace e moderna, lo ha trasformato nella casa della propria collezione, con un nucleo importante proveniente dall’acquisto della collezione del Casinò di Saint Vincent, che si va ad aggiungere a un corposo numero di opere collezionate a partire dal 1948-49 a oggi.
Merita innanzitutto una nota l’intervento architettonico, i cui protagonisti sono il soprintendente Roberto Domaine, Roberto Pagliero e Salvatore Simonetti per l’allestimento, Aldo Piccato ed Ester Saltarelli per il restauro. Intervento che salvaguarda e valorizza i grandi pregi dell’edificio, come le boiserie del salone principale, che però contiene – ed è un tratto distintivo del castello – un segno di grande modernità, ovvero un soffitto in finto legno, in realtà in cemento armato, a testimonianza della cosiddetta “era Perret” nel primo Novecento piemontese e valdostano, quando la sperimentazione con questo nuovo materiale compie i primi passi proprio in questo territorio.
Tale approccio prosegue nell’intervento attuale: ai pannelli lignei alle pareti dei primi due piani si sostituisce, al terzo e nell’altana, l’utilizzo dell’acciaio corten traforato, nonché l’inserimento di una luminosa scala in acciaio e vetro e di un ascensore racchiuso in un tubolare in alluminio forato. Inserti che si sposano armoniosamente con l’impianto architettonico originario e che sono testimoni di un approccio da parte della soprintendenza che valorizza prima che conservare, che guarda al pubblico prima che ai princìpi monolitici. Per intenderci: un (bell’)ascensore non sarà forse filologicamente corretto, ma permette a chi ha una ridotta mobilità di fruire dell’edificio in piena autonomia. Ed è questo che conta.

Emilio Tadini – Bozzetto per la scultura Sole di Aosta – 1998-2002

Quanto alla collezione: i primi due piani sono a essa dedicati, con un’esposizione permanente di una certa ampiezza. Le opere restanti (in totale sono 1.500) stanno nel deposito; deposito visitabile e collocato all’interno del Castello stesso, organizzato in griglie semoventi, in maniera simile a quanto avviene al Museion di Bolzano.
Sulle pareti si comincia con un Turner che attraversa le Alpi (si scoprirà in seguito che quelle ritratte sono le Alpi Marittime, ma – al di là di questo dettaglio – molte delle opere sono in certo modo site specific), per raccontare l’immagine della Valle d’Aosta fra Otto e Novecento. La scultura (anche in due dimensioni) del secolo scorso è rappresentata fra l’altro da un potentissimo Partigiano di Giacomo Manzù e da una Distruzione di Sodoma di Renato Guttuso che ha richiami addirittura steampunk.
Il 1988 è un anno importante per l’arte contemporanea in Valle d’Aosta. Da un lato, la Regione partecipa con un padiglione alla Biennale di Venezia, dall’altro Mario Schifano viene invitato in valle per produrre le opere della sua personale. La sala dedicata a quest’anno di committenze presenta dunque le pitture di Schifano, nonché alcune sculture, fra le quali un acciaio di Mario Ceroli che fotografa con estrema sintesi La Cina e un acciaio inox inatteso di Sandro Chia. Sul fronte della pittura, tornano curiosi esempi di specificità territoriale, ad esempio la tela che raffigura la chiesa di Saint-Nicolas, opera di Felice Casorati eseguita per la famiglia genovese Tarella, che qui aveva la casa per la villeggiatura. Una chicca: la scultura in vetro di Gino Severini, non censita nella già ridotta sezione delle sculture del catalogo ragionato dell’autore. Proseguendo cronologicamente, s’incontra la Torino del Novecento inoltrato, da Carol Rama a Gino Gorza, da Giorgio Ramella a Mauro Chessa.

Castello Gamba

Una sala curiosa e composta da pezzi notevoli raccoglie sperimentazioni mature intorno alla Pop Art, con opere di Lucio Del Pezzo, Bruno Donzelli, Tano Festa, Franco Angeli, Emilio Tadini, Pablo Echaurren, Joe Tilson. Ma nelle sale seguenti ci sono anche nomi che meriterebbero la dovuta rivalutazione, come Mimmo Germanà, riflessioni sulla pittura citazionista (con un Riccardo Tommaso Ferroni di grande impatto pur nelle ridotte dimensioni), un Labirinto dei pesci dolci (Senza titolo) di Pinot Gallizio di grande e forte matericità e transitato alla Biennale di Venezia del 1964. Notevole anche la sala dedicata alla ricerca sulla scrittura e sulla materia, con opere ben selezionate – fra gli altri – di Chiara Dynys e Luigi Mainolfi, Emilio Isgrò e Gianfranco Baruchello. Non poteva infine mancare la valdostana Giuliana Cunéaz, probabilmente l’artista mid career più nota – e a ragione – sfornata negli ultimi anni dalla Val d’Aosta.
Ora l’impegno, pur nel periodo di ristrettezze economiche, è lavorare per mantenere viva la collezione, producendo più che acquisendo opere recenti degli artisti, in specie locali. Magari valorizzando al contempo lo splendido parco che attornia il Castello. Ben venga dunque la personale-omaggio a Italo Mus come prima mostra temporanea. Ma nel prossimo futuro ci auguriamo di vedere un’operazione simile attuata magari con Sarah Ledda. E la vivacità dello staff ci fa pensare che la direzione imboccata sia proprio questa: guardare al futuro.

Marco Enrico Giacomelli

CASTELLO GAMBA
Località Cret de Breil – Châtillon
0166 563252
www.castellogamba.vda.it
Catalogo Silvana Editoriale

 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • AUUGHHH

    Fantastico! Diamo spazio ai giovani ed all’arte contemporanea!!! Il solito Castello dedicato all’arte passatista…aughh auugh

    • Non è esatto. In collezione ci sono artisti più giovani e uno dei primi obiettivi è acquisire per l’appunto giovani artisti del territorio. Mi pareva anche di averlo scritto…

  • Gaby

    Sorprendente e accuratissima esposizione di “giganti “dell’arte. Poco da dire : la classe non è’ acqua. Vale per gli autori,vale per gli organizzatori.

  • Angelov

    Si dice di un famoso pittore il quale, essendo divenuto molto ricco e non avendo nessuna intenzione di smettere di dipingere, acquistasse una nuova residenza, vi si istallasse, iniziasse a dipingere, fino a saturarne tutte le pareti con le sue opere; fatto questo, si trasferisse in un’altra residenza, o castello che fosse, e ricominciasse da capo, instancabilmente…
    Tra i suoi quadri, se ne trovava ancora qualcuno che fosse allo stesso livello di quelli di un tempo ma il Periodo Rosa o quello Cubista o Guernica, erano ormai molto lontani.

    Tutta questa superproduzione di opere, la proliferazione di musei che sorgono come funghi ovunque, forse finiranno per uscire dall’ambito dell’Estetica e della Cultura, per diventare materia di studio per la Sociologia, il Costume e le Scienze che si occupano del comportamento umano.