L’ultimo Tadini: l’impegno passa per il sogno

Alla Fondazione Marconi, la produzione tarda di Emilio Tadini. Sogni/incubi che raccontano la società sperando in un nuovo umanesimo. Fino al 31 ottobre a Milano, chez uno dei galleristi che hanno segnato la storia dell’arte italiana.

Emilio Tadini - Oltremare - 1993

Emilio Tadini (Milano, 1927-2002) è da sempre uno dei cavalli di battaglia di Giorgio Marconi. Come Valerio Adami, negli Anni Sessanta l’artista milanese inventa una versione italiana della Pop Art che analizza con critica puntualità l’evoluzione della società di massa, con gli oggetti e le strutture sociali che sembrano prendere il sopravvento sull’individuo. La ricerca successiva di Tadini, soprattutto a partire dagli Anni Ottanta, cambia in apparenza strategia. Il tratto che sembra predominare è l’onirismo, le campiture sono meno piatte e più pittoriche, e le città notturne dominate dal rosso e dal blu diventano le opere simbolo dell’artista.
La mostra alla fondazione raccoglie opere di Tadini dal 1985 al 1997. Ed è un’ottima occasione per capire come l’anima cupa e critica dei suoi primi lavori non si sia affatto persa negli anni. Al blu intenso si alternano sfondi e campiture posseduti da toni allucinati e le scene, spesso fitte di elementi, sono perfette metafore di una società che nei decenni si è incattivita. Il sogno è solo una possibile via di fuga che indica per contrasto i mali in agguato, e non una impolitica ricerca di oblio.

Emilio Tadini – Città italiana – 1988

Certo, c’è anche della leggerezza, nella grazia con cui Tadini inventa volti ed espressioni e con cui orchestra le interazioni tra i personaggi. Una grazia che significa speranza nell’umanesimo, ancora riscontrabile nei piccoli momenti quotidiani oppure di là da venire, in seguito a un’auspicata rifondazione.
L’esposizione (che occupa tre piani dell’edificio) non sbaglia un colpo nella scelta delle opere, allineando lavori di grande impatto e raffinatezza, molti dei quali sono trittici che assalgono l’occhio creando complessi universi autonomi. Li caratterizzano prospettive impossibili, evoluzioni acrobatiche dei personaggi, oggetti ed edifici che si affastellano e sembrano prendere possesso del mondo, riducendo lo spazio di movimento delle persone…
Nell’adiacente Studio Marconi sono raccolti disegni e grafiche, anch’essi di grande livello, persino gli schizzi d’occasione. Al piano sotterraneo della fondazione viene invece proiettato Tristanoil di Nanni Balestrini, il “film più lungo del mondo” come recita il sottotitolo, presentato all’ultima Documenta di Kassel. Un collage di spezzoni di varia provenienza, film, programmi televisivi, immagini di cronaca che si accavallano e sembrano sul punto di svanire come se la pellicola si incendiasse, in un clima preapocalittico.

Stefano Castelli

Milano // fino al 31 ottobre 2012
Emilio Tadini 1985-1997: i profughi, i filosofi, la città, la notte
FONDAZIONE MARCONI
Via Tadino 15
02 29419232
[email protected]
www.fondazionemarconi.org

STUDIO MARCONI ‘65
Via Tadino 17
02 29511297
[email protected]
www.studiomarconi.info

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.