Il fotografo che rifiutava il sensazionalismo: Werner Bischof è in mostra a Milano
Il Museo Diocesano presenta, fino al 18 ottobre e visitabile fino alle 22.30, un percorso dedicato al grande fotografo svizzero, che ne ripercorre la carriera evidenziandone la profonda sensibilità
Un occhio dalla sensibilità eccezionale, quello di Werner Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954). Una prospettiva sulla realtà orientata verso i più piccoli e fragili, quei bambini che, al di là di tempi, geografie e culture, rappresentano lo specchio delle società in cui abitano. Dopo l’esordio nella fotografia di moda, Bischof partì per il mondo, facendosi testimone del lascito indelebile delle guerre e delle tragedie che segnarono l’uomo nel pieno del secolo scorso. Dalla Germania dilaniata dal nazismo, all’Asia e al Sud America, il suo lavoro offre lo sguardo di un autore capace di cogliere, anche nei contesti più drammatici, tracce profonde di umanità. È questa la proposta del Museo Diocesano di Milano. Con la consueta formula che consente di visitare la mostra in orario serale, fino alle 22.30, e prendere un aperitivo nel chiostro di una delle più antiche basiliche della città.

La storia del fotografo Werner Bischof al Museo Diocesano di Milano
Svizzero di origini, Werner Bischof scoprì il fascino della macchina fotografica quando era ancora molto giovane. Intraprese subito un percorso che lo portò ad aprire, a soli vent’anni, uno studio di moda. La guerra, però, nel 1939 lo strappò alle sue passioni e segnò nel profondo la sua sensibilità. Dall’esperienza bellica scaturì la scelta di abbandonare l’atelier per ampliare lo sguardo e farsi testimone oculare delle ferite, umane e materiali, lasciate nei Paesi coinvolti nei conflitti. Contrariamente all’opinione comune (anche di molti fotografi dell’epoca), per lui gli Stati Uniti non incarnavano il “sogno americano”. Erano piuttosto un Paese “brutale ed egoista”, complice della rovina di un intero continente. Dimostrando una profonda umanità, Bischof iniziò dunque a ritrarre i protagonisti delle ferite belliche e della rinascita promessa. Bambini e ragazzi divennero i soggetti privilegiati dei suoi lavori, permettendogli di raggiungere i vertici del reportage. Questa conversione – interiore prima ancora che professionale – lo fece notare dalla prestigiosa rivista Life, che gli assegnò l’incarico di raccontare le Olimpiadi invernali di Sankt Moritz.
L’ingresso nella Magnum di Werner Bischof e la consacrazione come fotoreporter
Nel 1949 fu accolto nel novero esclusivo dei fotografi di Magnum Photos: segno che il suo destino era quello di contribuire alla scrittura della storia del fotoreportage. Da qui cominciarono i suoi viaggi. Prima nelle campagne italiane e poi in Bihar, per documentare gli effetti della grande carestia; per spingersi, in seguito, ancora più lontano, in Estremo Oriente, in Giappone e in Corea, fino in Sud America. La sua promettente vita di fotografo si arrestò però improvvisamente: un incidente d’auto nel 1954 lo portò via, lasciando al mondo le sue fotografie, destinate a continuare a parlare di lui negli ambienti professionali e non solo.

Werner Bischof in mostra al Museo Diocesano di Milano
La rassegna del Museo Diocesano, a cura dell’erede Marco Bischof con Andréa Holzherr e Tania Kuhn, ne ricostruisce la storia dalle prime sperimentazioni alla maturità. Il percorso si articola in quattro nuclei principali, che permettono di entrare nel merito dello stile raffinato di un autore che – per tecnica, metodo di lavoro e abitudine a procedere attraverso schizzi, appunti e studi sul taccuino – si potrebbe definire pienamente artista. Ogni nucleo espositivo è un viaggio nel cuore di un’epoca, di un perimetro geografico preciso, coordinate che diventano teatro di vicende umane in cui i protagonisti sono i volti. Espressioni, sguardi, gesti eloquenti: simboli muti che raccontano di popoli segnati da guerre e difficoltà, capaci però di conservare intatta una bellezza fatta di spontaneità e genuinità. È così che, guardando immagini come quella del bambino suonatore che si incammina per la strada verso Cuzco, si comprende il talento di Bischof: cogliere nella miseria gli aspetti più singolari e profondamente “belli”, non secondo un’estetica di superficie, ma in una forma capace di toccare le corde più intime della sensibilità. I suoi sono spiriti belli, non modelli da passerella messi in mostra per ottenere apprezzamenti.

Gli scatti di Werner Bischof a Milano
Sulla scia di un percorso espositivo cronologico, si comincia con un assaggio delle sue sperimentazioni stilistiche, espresse attraverso ingrandimenti di particolari naturali – conchiglie, frutta e arbusti – che assumono una valenza propriamente artistica. Senza ancora conoscere a fondo il maestro, se ne intuisce subito l’occhio estetico, capace di dare un taglio ricercato anche a soggetti semplici, inanimati e apparentemente banali. Il focus si sposta però presto sul reportage. È l’Italia il primo Paese immortalato, con scatti che ricordano i film ambientati nel secondo dopoguerra: da Ladri di biciclette ai grandi scorci urbani in cui l’idilliaca bellezza dei monumenti antichi convive con la miseria della popolazione. Le immagini di Bischof riflettono un mondo in cui, con la giusta sensibilità, è possibile raccontare tutta la dignità della povertà estrema, facendo emergere quell’autentica bellezza che neppure a chi non ha nulla viene negata. Merito della sua indole, non rivolta alla ricerca di notizie sensazionali – atteggiamento che avversava –, ma capace di stabilire rapporti empatici con i propri interlocutori. Relazioni evidenti nelle serie scattate poi in Europa e in Oriente. In Corea, ad esempio, inviato a documentare la guerra in un campo di prigionia, preferì ritrarre i volti innocenti dei bambini, con quegli occhi profondi pieni di desiderio di vita, piuttosto che sconvolgere con immagini di plateale distruzione e violenza.
Lo stesso vale per il Giappone: sono le espressioni infantili a testimoniare l’attesa dell’arrivo dell’imperatore Hirohito in uno scatto del 1951, con occhi pieni di curiosità in cui si legge la vera anima di una popolazione. Non mancano, ai quattro angoli del mondo, immagini singolari, quasi “pittoresche” per la scelta dei soggetti.

Il colore e l’autentica artisticità di Bischof al Museo Diocesano
Il lato più artistico di Bischof si apprezza quando, tra un soggetto umano e l’altro, ci si imbatte in inquadrature puntate sugli alberi e sugli oggetti inanimati: canne di bambù che creano meravigliosi chiaroscuri, drappi di seta che asciugano al vento, ondulati dalla brezza sullo sfondo blu del cielo. A concludere la rassegna, una serie di fotografie in cui compare il colore. Dopo aver osservato un uso magistrale del bianco e nero, le capacità di Bischof sono messe alla prova anche sul piano delle cromie. Il soggetto è perfetto: vedute americane in cui le tinte accese riflettono l’anima pop che animava gli Stati Uniti in quegli anni, regalando anche in questo caso immagini che oscillano tra arte e fotografia.
Emma Sedini
Milano // fino al 18 ottobre 2026
Werner Bischof. Point of View
MUSEO DIOCESANO CARLO MARIA MARTINI – Piazza Sant’Eustorgio, 3
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