Mostre multimediali: sì o no? (II)

Ultimo trend del momento, le mostre multimediali stanno attraendo un numero sempre più ampio di visitatori. Ma come si concilia la tendenza con la necessità della fruizione dell’opera d’arte? Seconda puntata del talk show che ha coinvolto storici dell’arte, critici e chi naturalmente queste mostre le fa. Favorevoli o contrari, da Nord a Sud Italia.

1. FABIO ROVERSI MONACO ‒ Genus Bononiae

Fabio Roversi Monaco

Genus Bononiae ha sempre privilegiato un approccio attivo alla fruizione del patrimonio culturale. Attraverso la Macchina del Tempo e l’utilizzo delle nuove tecnologie, il Museo della Storia di Bologna si conferma uno spazio museale legato alla contemporaneità. Le tecnologie virtuali utilizzate integrano e arricchiscono l’esperienza culturale e la visione dell’opera d’arte da parte del visitatore, unendo educazione e intrattenimento. La Macchina del Tempo permette di raggiungere anche il pubblico più giovane grazie a modalità ludiche che possono suscitare curiosità rispetto ai contenuti del museo, fornendo una serie di preconoscenze funzionali alla visita al museo stesso e completando l’offerta didattica “reale”. L’applicazione 3D La Macchina del Tempo, infatti, rappresenta un viaggio virtuale nel passato che permette al visitatore di ritrovarsi in prima persona nella Bologna medioevale, di passeggiare lungo le antiche strade della città, di scoprire botteghe e luoghi oggi scomparsi e di volare tra le numerose torri presenti nel XIII secolo. Le caratteristiche più importanti di questo progetto sono la ricostruzione in 3D del centro storico, l’ampiezza dello scenario e l’accuratezza dei dettagli, oltre all’applicazione della tecnologia HTC VIVE.

2. GIORDANO BRUNO GUERRI ‒ Musa – Museo di Salò

Giordano Bruno Guerri

Perché organizzare le mostre multimediali? È molto semplice: perché possiamo – e dobbiamo – usare tutti gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione per conoscere, far conoscere, divulgare, istruire, impreziosire, attirare.Il pubblico è abituato a fruire della multimedialità, e la vive come una cosa normale, se non addirittura dovuta. Può però una mostra multimediale sostituire (o integrare) il rapporto diretto con l’opera d’arte? Sostituire certamente no, se non come un ripiego. Integrare certamente sì. Penso, ad esempio, a quegli occhiali speciali grazie ai quali si possono leggere spiegazioni sull’opera o esaminarne i dettagli. Se il visitatore è in grado di percepire l’opera d’arte in sé, è anche in grado di distinguere le due diverse letture. Se non è in grado, la multimedialità lo aiuta. Grazie a queste mostre, inoltre, qualsiasi esposizione diventa più ricca, più completa, più fruibile, più attraente, e si fornisce un servizio migliore a chi la vede.

3. BRUNO DI MARINO ‒ Accademia di Belle Arti di Frosinone

Bruno Di Marino

Farei intanto una distinzione tra mostre basate su opere multimediali e mostre multimediali tout court: nel primo caso ci troviamo di fronte a mostre che espongono dispositivi e, di conseguenza, attuano una riflessione sulla rappresentazione mediatica, sulla tecnologia ecc. Ma qui si parla del secondo tipo di mostre, quelle che cioè propongono allo spettatore di fare un’esperienza tecnologica, immersiva e interattiva con l’opera d’arte, sostituendo l’oggetto artistico, annullandone l’aura. Il tipo di rapporto che si innesca con il pubblico è di carattere seduttivo, ma anche compartecipativo, dunque l’aspetto positivo è di renderlo attivo, di stimolarlo percettivamente. Il paradosso è che, a fronte di questo guadagno, c’è una perdita, una mancanza e, sicuramente, anche il pericolo di creare confusione. Credo che l’unica mostra multimediale che abbia davvero senso non sia quella che sostituisce in toto le opere (da Caravaggio a van Gogh), ma che semmai crei un’integrazione con esse, permettendone una diversa lettura. Oppure mostre che non si basino su opere, ma su concetti, su temi ecc. In questo caso è l’allestimento stesso a elevarsi a opera, il dispositivo a riacquistare una sua aura e un suo significato.

4. LEONARDO SANGIORGI ‒ Studio Azzurro

Leonardo Sangiorgi (a dx in primo piano)

La domanda fa riferimento all’esposizione e all’uso di copie digitali di opere “materiali”, perché per quanto riguarda le opere originali multimediali, invece, il problema non si pone, in quanto è nella natura stessa dell’opera elettronica essere immateriale e avere in sé la spinta e la finalità di interagire più o meno intensamente con il pubblico. Per quanto riguarda il fatto di realizzare mostre dove sono esposti i capolavori dell’arte, soprattutto pittorica, mondiale, in forma multimediale, la nostra esperienza con il Cenacolo di Leonardo, con la mostra Il tredicesimo testimone, è stato più che positivo. La forte finalità didattica e divulgativa che ha questo tipo di mostre ci ha permesso – con un lavoro d’équipe, con studiosi vinciani – di essere assolutamente aderenti allo spirito dell’opera, di dare al pubblico una quantità estremamente ampia e ricca di notizie e informazioni che la durata della visita al Cenacolo vero non permette, e infine di sviluppare una nostra personale ed espressiva ricerca con le tecnologie, attraverso i differenti exhibit del percorso espositivo.

5. SARA PALLAVICINI ‒ Museo della Follia

Sara Pallavicini

In passato si raccontava per immagini quello che gli analfabeti non erano in grado di leggere. Oggi parliamo un sacco di lingue ma non sappiamo più leggere un’opera d’arte. Cerchiamo dei significati nascosti ma dietro a un dipinto, dietro a una scultura, dietro a una fotografia non si nasconde niente. Le opere sono sincere, nella luce e nell’ombra. Sono quello che vediamo, e noi non lo sappiamo perché non le guardiamo più, e non distinguiamo più l’arte vera da una finzione.Le nuove tecnologie hanno la capacità di guidare il nostro sguardo. Possono coinvolgere anche gli altri sensi per riavvicinarci all’opera senza cambiarne l’anima. Le mostre multimediali non devono diventare opere d’arte in sé ma semplicemente immergerci in una dimensione dimenticata: la dimensione dell’arte. Il Museo della Follia è un amplificatore di emozioni. Niente vale l’emozione di un’opera d’arte che ci parla, e questa emozione rende ogni opera contemporanea, anche se ha centinaia di anni più di noi.

6. RENATO PARASCANDOLO ‒ Le mostre impossibili

Renato Parascandalo

Vogliamo proporre un modello alternativo a quello delle mostre multimediali. Ad esempio, Le mostre impossibili che presentano, in un unico spazio espositivo, l’opera completa di un pittore sotto forma di riproduzioni in formato 1:1, ad altissima definizione e corredate da una ricca strumentazione audiovisiva e multimediale filologicamente impeccabile, ma rifuggendo da effetti speciali. Il progetto, sostenuto da insigni storici dell’arte come Bologna, Mahon, Settis e Strinati, prende spunto da un’istanza di democrazia culturale che ha in Paul Valéry, Walter Benjamin e André Malraux i suoi precursori. Ha una forte impronta didattica, tant’è che la maggior parte dei visitatori – oltre un milione – delle trenta mostre sinora allestite in Italia e all’estero (Chicago, Malta, Città del Messico, Östersund ecc.) sono giovanissimi e persone che non frequentano abitualmente i luoghi d’arte.  La “sacralità” dell’opera originale non è in discussione; al contrario, operiamo come una sorta di trailer (prossima tappa la Cina) che invita a visitare il nostro Paese. Tuttavia, non avendo un equivalente nella realtà, è essa stessa un originale, e l’emozione che suscita la visione d’insieme dell’intera opera di un artista induce piacevolmente a credere che questa esperienza estetica abbia qualcosa a che fare con l’aura di cui parlava Benjamin.

7. MARIA CRISTINA RODESCHINI ‒ Accademia Carrara di Bergamo

Maria Cristina Rodeschini

Anche l’Accademia Carrara di Bergamo si è voluta confrontare con questo tema. Con il progetto Viaggi d’acqua – percorso di Realtà Aumentata con occhiali ad alta tecnologia (ARtGlass®) – abbiamo scelto il tema dell’acqua, su sollecitazione e sostegno di UniAcque, società del territorio bergamasco. Sedici dipinti coinvolti, dal Quattrocento all’Ottocento, in cui la presenza dell’acqua viene sottolineata attraverso immagini, suoni e parole. Diversi gli obiettivi del progetto, a cura di Emanuela Daffra e Daria Tonzig: cogliere particolari aggiuntivi, illustrare il tema nel contesto storico-culturale dell’opera, dare suggestioni che coinvolgano la sfera delle emozioni, amplificando il rapporto con il dipinto. Il progetto non compromette l’insostituibile relazione tra visitatore e opera: il pericolo di una confusione non si pone, perché il messaggio plurisensoriale ha una durata calibrata che lascia il tempo per osservare l’opera senza interferenze. Inoltre permette di coinvolgere sia i giovani, che cercano con la tecnologia un dialogo avvincente, sia altre fasce di pubblico, che possono scoprire nuovi orizzonti di visione.

8. ANGELA MEMOLA ‒ CUBO – Centro Unipol Bologna

Angela Memola

CUBO non realizza mostre multimediali, seppure l’intero centro ponga la tecnologia al servizio del visitatore. È fuori dai tempi attuali, infatti, pensare di comunicare valori e principi senza fare ricorso alle tecnologie; la stessa educazione della sicurezza in strada, indispensabile alla cultura della prevenzione, non può trovare diffusione senza strumenti di simulazione di guida sicura innovativi e tecnologici.
Nell’ambito specifico delle mostre d’arte, la multimedialità deve offrire nuovi sistemi di visione e fruizione, deve attivare più canali sensoriali ma non può ingannare e certamente non deve sostituire il rapporto diretto con l’opera d’arte originale. Tranne nel caso in cui non diventi essa stessa un’opera d’arte. Da sempre l’arte ha utilizzato le scoperte e gli strumenti messi a disposizione dal progresso scientifico. L’utilizzo delle nuove tecnologie genera lo sviluppo di nuovi linguaggi. A gennaio 2017 abbiamo presentato la mostra di Quayola, artista digitale. Grazie all’utilizzo di custom-software e di algoritmi per l’analisi e la manipolazione delle immagini, il suo lavoro dissolve, disgrega e trascende la descrizione di un paesaggio, per restituire una rappresentazione altra, virata verso l’astrazione. L’artista ha utilizzato i media come un pittore usa la tavolozza dei colori. Questi dipinti digitali hanno generato una sorta di spaesamento nel visitatore, invitandolo certamente a indagare la tensione tra il reale e l’artificiale. Se l’opera d’arte genera una riflessione, ci troviamo indiscutibilmente di fronte a un vantaggio.

9. LIA DE VENERE ‒ Critico d’arte e curatore

Lia De Venere

La visione diretta di un’opera d’arte è l’approccio da privilegiare non solo da parte degli addetti ai lavori. Se fotografie e video sono tuttavia strumenti utilissimi per stabilire un primo contatto con l’opera e a coglierne dettagli poco visibili, come gli studiosi sanno bene, tuttavia non ne consentono una percezione realistica. Mostre come quelle dedicate di recente a Caravaggio, van Gogh e Klimt favoriscono un approccio basato quasi esclusivamente su un forte impatto visivo, con immagini ad alta definizione proiettate in grande formato e in loop, accompagnate da notizie eccessivamente scarne sull’opera e sulla vita degli artisti. Un’opera d’arte non va solo vista, va anche capita. E ciò può accadere solo se le immagini vengono affiancate da brevi testi che possano dare notizie sui diversi aspetti dell’opera di un artista e sul contesto in cui è stata realizzata. I costi piuttosto elevati dei biglietti delle mostre citate, per quanto si tratti di produzioni piuttosto impegnative che fanno ricorso a tecnologie sofisticate, ne consentono solo una fruizione elitaria.

10. MAMMAFOTOGRAMMA ‒ Gianluca Lo Presti, Giulio Masotti, Marco Falatti, Federico Della Putta, Ettore Tripodi

MammaFotogramma

Spesso con mostra multimediale si fa riferimento all’impiego di nuove tecnologie in campo artistico. La definizione andrebbe piuttosto intesa nell’accezione originale, ovvero l’impiego, mediato da una regia, di più mezzi espressivi che dialogano tra loro. Nel nostro caso, meglio parlare di approccio interdisciplinare, perché la composizione del nostro gruppo è eterogenea (architetto, pittore, regista di cinema d’animazione, illustratore, videomaker, scultore, scenografo, programmatore) e ciascuno di noi porta con sé il proprio mondo di conoscenze e competenze. Proprio la sensibilità dei singoli concorre, grazie all’equilibrio raggiunto dall’interno, a rendere il corpo mostra un’azione di pensiero completa, offrendo allo spettatore una lettura su più livelli in contemporanea. L’opera d’arte rimane un campo aperto e perciò non crediamo che una mostra multimediale sia da contrapporre ad altre di disegno, scultura o pittura. Tutte queste forme di espressione devono poter convivere come il valore aggiunto di ognuna di esse.

11. FEDERICA FRANCESCHINI ‒ Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Emilia

Federica Franceschini

Credo sia importante differenziare le mostre interamente multimediali dalle mostre che sono affiancate e arricchite da contenuti multimediali. Un evento puramente multimediale stenterei a definirlo evento espositivo, in quanto di fatto non viene esposto nulla, ma viene sviluppato un racconto attraverso riproduzioni, proiezioni, effetti speciali. Tenderei dunque a classificare questo tipo di evento come un lodevole e interessante momento didattico e di intrattenimento culturale, tanto meglio se immersivo e interattivo.Altra cosa è utilizzare elementi multimediali all’interno di un percorso espositivo fatto di “vere” opere d’arte (che possono essere ovviamente anche opere multimediali, come del videoartista Bill Viola, nel quale pixel e motion sono di fatto soltanto un “aggiornamento” di pigmenti e pennellate). La multimedialità ritengo sia oggi, se non necessaria, almeno doverosa, in quanto è in grado di far avvicinare il visitatore in modo diretto e accattivante a contenuti – legati alle opere o alle finalità del progetto espositivo – che la parola scritta da sola rischia di non trasmettere in modo adeguato o efficace. A mio avviso la mostra multimediale non è in grado di (e non deve) sostituire le mostre di opere d’arte “vive”, soprattutto oggi, quando il virtuale rischia di sostituirsi alla realtà e chi organizza mostre, e si occupa di cultura, ha il dovere di lavorare a far comprendere questa differenza.

‒ a cura di Santa Nastro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.