Una novità editoriale e l’apertura della mostra “Denise Scott Brown: Wayward Eye” a Londra riaccendono i riflettori sulla progettista e sulla sua opera.

È appena tornata in libreria una nuova edizione di Robert Venturi, Denise Scott Brown, Steven Izenour, Imparare da Las Vegas. Il simbolismo dimenticato della forma architettonica, volume a cura di Manuel Orazi, edito da Quodlibet. Alla Galleria Betts Project di Londra è stata inaugurata una retrospettiva di fotografie scattate da Denise Scott Brown (Nkana, 1931) prima e durante la stesura di Wayward Eye. Photography of the 1950s and 1960s, classico dell’architettura e urbanistica del Novecento, tanto odiato quanto amato. Pubblichiamo una intervista del 2010 di Manuel Orazi, rieditata e ampliata per l’occasione, alla progettista classe 1931.

IL RITRATTO

La vita di Denise Lakofski Scott Brown Venturi è senza dubbio un romanzo che aspetta solo di essere scritto. I suoi nonni ebrei emigrarono dalla Lettonia e dalla Lituania alla fine del XIX secolo per stabilirsi in Africa. Nata in Zambia, è poi cresciuta a Johannesburg studiando alla University of Witwatersrand, dove un compagno di studi, Robert Scott Brown, doveva diventare il suo primo marito. Negli Anni Cinquanta si trasferì alla Final School dell’Architectural Association di Londra ed entrò in contatto con Alison e Peter Smithson e Reyner Banham, membri dell’Independent Group che in quel periodo stavano studiando la prima architettura moderna, la cultura popolare e l’arte Pop. Nel 1956 gli Scott Brown frequentarono il corso estivo del CIAM a Venezia, e in cerca di un lavoretto extra per poter continuare a viaggiare per l’Europa, Ludovico Quaroni li indirizzò presso lo studio romano di Giuseppe Vaccaro, che aiutarono nella progettazione di alloggi popolari dell’INA-Casa scoprendo così i monumenti romani. Nel 1958, su consiglio di Peter Smithson, che gli suggerì di studiare con Louis Kahn, si iscrissero al programma di pianificazione urbana presso la University of Pennsylvania. Quando Robert Scott Brown rimase tragicamente ucciso nel 1959, Denise continuò e completò i master in pianificazione e architettura. Iniziò a insegnare progettazione e un corso di teoria dal 1960 alla Penn State University. In un dibattito accademico organizzato per discutere se demolire o meno la biblioteca di Frank Furness, conobbe un suo collega che era d’accordo con lei sul fatto che raderla al suolo sarebbe stato un errore. Anche quel collega insegnava progettazione e teneva un corso di teoria. Era Robert Venturi. Nel 1967 si sono sposati e si sono uniti nella professione di architetti e urbanisti e nell’insegnamento a Yale. Learning from Las Vegas (MIT Press 1972) segna la prima fase della loro collaborazione. In parallelo con la progettazione e la pianificazione, Denise ha continuato a scrivere articoli e saggi sin dai primi Anni Sessanta. Un primo compendio di questi è uscito nel 1990, Urban Concepts, e un secondo è stato pubblicato lo scorso anno dall’Architectural Association, Having Words. Fra le provocatorie massime qui contenute c’è anche questa: “Dico ai giovani architetti che costruire un argomento è come costruire un edificio”.

Denise Scott Brown a Las Vegas, 1966 © Robert Venturi
Denise Scott Brown a Las Vegas, 1966 © Robert Venturi

L’INTERVISTA

Imparare da Las Vegas è stato tradotto in decine di lingue e ormai è divenuto oggetto di un tale revival (sono almeno tre gli studi monografici dedicati a questo libro usciti negli ultimi due anni) che secondo alcuni suoi ammiratori più intelligenti come Sam Jacob è persino eccessivo. Eppure quando il libro uscì nel 1972 ebbe delle reazioni perlopiù negative, in Europa da parte di architetti di sinistra, e negli USA da parte di architetti conservatori. Come si spiega tutto questo?
Negli Anni Sessanta molti architetti avevano difficoltà nel distinguere gli oggetti di studio dalla riflessione su quegli stessi oggetti. Per i nostri critici, studiare Las Vegas significava essere un apologeta del gioco d’azzardo! E gli architetti più anziani, specie in Inghilterra, avevano ottimizzato le loro vite intorno a un’ideologia morale. Per loro l’architettura consisteva nelle forme e nella filosofia morale del Movimento Moderno. C’è un piccolo angolo di paradiso riservato a chi crede nella moralità delle arti e io spero di appartenervi, ma non sotto il vessillo immutabile degli Anni Venti.

Pensa che la sua formazione africana l’abbia aiutata a fare da subito questa distinzione? In altre parole, è stata l’Africa, o meglio il Sudafrica multiculturale e multirazziale, a insegnarle la critica dell’ideologia?
Anche il Nazismo e l’apartheid. Mi hanno fatto considerare la complessità che gli ideologi ignorano e i conflitti di valore che gli individui affrontano interiormente. Per esempio gli Afrikaner, orgogliosi del loro retaggio, erano fra i leader del movimento anti-apartheid in Sudafrica.

Lei, al pari di molti architetti che hanno mosso i primi passi dopo la fine del CIAM, ha condiviso la critica al funzionalismo sottolineando l’ambiguità della parola “funzione”, che può avere connotazioni materiali, ma anche simboliche. Altri, come Giancarlo De Carlo, hanno costruito sulle macerie del funzionalismo le basi teoriche per una maggiore partecipazione degli abitanti nei processi decisionali e progettuali dell’architettura. Lei che cosa ne pensa oggi?
La mia critica del funzionalismo ha preso le mosse, come quella di Giancarlo, intorno al Team 10. Ma piuttosto che buttare via il concetto (o il modernismo) ho cercato di resuscitarli usando ciò che avevo imparato nella pianificazione dagli scienziati sociali alla fine degli Anni Cinquanta. Sospetto che anche Giancarlo abbia imparato da loro. E, per la nostra delizia, i giovani architetti oggi comprendono la nostra posizione. Quando dico loro che, per noi, Learning from Las Vegas era in parte un pamphlet rivolto a una presa di coscienza sociale degli architetti, non si sorprendono.

Denise Scott Brown, Pico Boulevard - Santa Monica, 1966. © Denise Scott Brown. Courtesy the artist, plane-site and Betts Project
Denise Scott Brown, Pico Boulevard – Santa Monica, 1966. © Denise Scott Brown. Courtesy the artist, plane-site and Betts Project

In Having Words c’è un saggio molto particolare, “Sessismo e lo star system in architettura”, che è rimasto inedito per anni, come mai? Crede che in architettura sia ancora in atto una discriminazione verso le donne?
Non l’ho pubblicato subito perché temevo che la grande rabbia manifestata da architetti potenti verso il mio femminismo potesse mettere a repentaglio il futuro del nostro studio professionale. C’è ancora un “soffitto di vetro” in architettura, ma molti architetti donne non ci credono. Tristemente, quelle senza una coscienza femminista appena rifiutate possono convincersi di non meritare il potere. Ma le opinioni dalla periferia, i contributi dei marginalizzati sono salutari per i campi del sapere consolidati. Portano con sé un pensiero più fresco. E come femminista dico: “Parla con me del mio lavoro. Lascia che ti renda conto degli edifici e delle città che ho progettato e guidato. Chiedi agli uomini del ‘mio Problema’. È tanto loro quanto mio”.

Manuel Orazi

Robert Venturi, Denise Scott Brown, Steven Izenour ‒ Imparare da Las Vegas. Il simbolismo dimenticato della forma architettonica
A cura di Manuel Orazi, traduzione di Maurizio Sabini
Quodlibet, Macerata 2018
Pagg. 232, € 25
ISBN 9788822901392
www.quodlibet.it

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Manuel Orazi
Manuel Orazi lavora per la casa editrice Quodlibet ed è docente il Dipartimento di Architettura dell'Università di Ferrara. Ha pubblicato, insieme con Yona Friedman, The Dilution of Architecture, a cura di N. Seraj (Zurich, Park Books 2015) e curato il volume di Rem Koolhaas, Études sur (ce qui s'appelle autrefois) la ville.