L’architettura come sistema aperto. Intervista con –scape

Il termine ‘scape’ in inglese è solo un suffisso, ha bisogno di unirsi di volta in volta ad altre parole per acquisire significato. Si riferisce genericamente al paesaggio, certo, ma non descrive con esattezza il tipo di contesto. Ecco perché già il nome dello studio –scape, formato da Alessandro Cambi, Ludovica Di Falco, Francesco Marinelli, Paolo Mezzalama e una decina di collaboratori, svela un approccio all’architettura che mette al centro del progetto l’ambiente in cui si inserisce, in tutte le sue espressioni.

-scape, Bancovino, Roma, 2013, Foto di Francesco Mattuzzi

Per lo studio –scape Il paesaggio è essenziale in quanto processo di astrazione, declinabile grazie alle infinite variabili che danno forma alla città contemporanea, dalle condizioni fisiche e morfologiche a quelle sociali e culturali. Ciascuna di queste qualità entra a far parte del progetto di architettura, si tratti di un appartamento o di un edificio polifunzionale.
Questa è la forza dello studio: la capacità di confrontarsi con tutte le scale di progetto, con interlocutori pubblici come con committenti privati, con costante attenzione per gli aspetti culturali della disciplina, senza trascurare il rapporto fondamentale con il costruire.
Talento confermato anche da importanti collaborazioni con architetti e paesaggisti internazionali come Francis Soler, Edoardo Souto de Moura, Alessandro Anselmi, Gilles Clément. Li abbiamo incontrati per raccontarvi la loro ricerca, con un’intervista e una gallery dei loro principali progetti.

Qual è la vostra visione dell’architettura?
La città attuale è un luogo formato da elementi anche molto discordi tra loro di cui è importante tener conto, perché il progetto prima di tutto dialoga con il contesto. Un contesto caratterizzato da relazioni complesse che noi architetti modifichiamo temporaneamente, in attesa di nuove trasformazioni. L’obiettivo non è costruire il punto di arrivo di una storia, piuttosto un momento di questa storia.
L’architettura per noi è un sistema aperto, capace di nutrirsi di numerosi impulsi e sollecitazioni, provenienti anche da altre discipline, una lezione appresa da Anselmi. Pensiamo al progetto del MEIS – Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah a Ferrara ad esempio. Qui l’interpretazione del luogo ospitante non si ferma alle ex carceri su cui l’edificio insiste, ma si estende alla città, alla letteratura – spesso abbiamo citato Bassani – e simbolicamente si riferisce alle pagine della Torah. Il museo ha le sembianze di un libro sacro che si apre verso lo spazio urbano.

-scape, MEIS – Museo Italiano per l’Ebraismo e la Shoah, Ferrara, in costruzione
-scape, MEIS – Museo Italiano per l’Ebraismo e la Shoah, Ferrara, in costruzione

Guardando i vostri lavori, colpisce l’agilità con cui attraversate le diverse scale del progetto. Dal MEIS passiamo alla ristrutturazione di un villino liberty a Roma o all’interior design del locale Bancovino. Cosa li accomuna?
La dimensione della costruzione è in grado di tenere insieme ogni espressione del nostro lavoro, in maniera trasversale. Il nostro primo compito è trovare gli strumenti adatti affinché il progetto sappia comunicare efficacemente con chi dovrà realizzarlo. Un altro aspetto essenziale è l’attenzione a chi vivrà queste architetture. In tutti i nostri progetti, l’uomo e il modo in cui userà lo spazio è al centro della ricerca. La consapevolezza che l’architettura sia pensata per essere costruita e poi vissuta, quindi interpretata dall’uomo, percorre tutte le scale del progetto e le tiene unite, al di là della tipologia di intervento.

Ecco un altro argomento nodale: il rapporto con la committenza…
Per noi non esiste distinzione tra committente pubblico e privato. Lavoriamo sul progetto attraverso lo scambio, il dialogo, la reciproca comprensione con la committenza, stabilendo un rapporto aperto, frontale, in alcuni casi anche duro. L’obiettivo è interpretare le esigenze del cliente senza mai snaturare la nostra visione dell’architettura. Nella maggior parte dei casi si crea una buona sinergia e il progetto può considerarsi riuscito, come dimostra il villino liberty in via Celso a Roma (2002).
In altre occasioni il rapporto è stato più complesso e difficile, ma non meno interessante. Un esempio eclatante è quello del progetto per l’abitazione a Los Angeles di Vincent Gallo. Si trattava di una casa-archivio, pensata come un grande oggetto di design, con la funzione di accogliere e ordinare le numerose collezioni dell’attore e regista, dai vestiti agli strumenti musicali. In questo caso avevamo deciso di lavorare in modo completamente diverso da come facciamo abitualmente e di seguire il cliente in un percorso molto sperimentale diverso dal nostro. 

-scape, Paul-Meurice, il cantiere a Parigi
-scape, Paul-Meurice, il cantiere a Parigi

Avete aperto il vostro studio a Roma nel 2002, seguito tre anni fa da una sede a Parigi. Che opportunità vi ha offerto la presenza in Francia?
Noi ci siamo sin da subito presentati come studio internazionale. Guarda i nostri progetti o i concorsi a cui abbiamo partecipato in tutto il mondo, dalla Svizzera agli Usa, dalla Cina alla Polonia. Aprire uno studio a Parigi è stata una scelta naturale, abbiamo tutti avuto una formazione francofona e lì abbiamo trovato un sistema più attivo che attribuisce un valore culturale all’architettura come disciplina. In Francia stiamo lavorando con committenti privati ma soprattutto a uno dei nostri cantieri pubblici più importanti che dovrebbe concludersi entro l’anno: un grande complesso polivalente per sport e servizi in rue Paul-Meurice a Parigi. E poi l’altra cosa interessante è la possibilità di lavorare con architetti francesi in Italia: è il caso di Francis Soler, con cui siamo stati invitati al concorso per la nuova sede del Campidoglio nel 2008 o dei LAN e Uaps, nostri coetanei, con cui siamo arrivati finalisti al concorso per Baricentrale appena concluso. Anche qui ciò che conta è lo scambio.

Emilia Giorgi

www.scape.it

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Emilia Giorgi
Emilia Giorgi (Roma, 1977), storico dell'arte, cura eventi e mostre di architettura contemporanea con un interesse particolare per la contaminazione tra diversi ambiti disciplinari. È curatore del programma di architettura della Fondazione VOLUME! di Roma e collabora con gallerie e musei come il MAXXI. Insegna storia dell'arte contemporanea nella sede romana dello IED - Istituto Europeo di Design ed è membro del Tomorrow's Club della Domus Academy di Milano. Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni, è corrispondente di Abitare e collabora con quotidiani e riviste come Il Manifesto, Icon Design, Flash Art, Klat Magazine, Arte e Critica.