«L’architettura sta depredando le città». Intervista alla curatrice della Triennale di Sharjah

Vyjayanthi V. Rao è antropologa, scrittrice, artista, docente presso la Yale School of Architecture e curatrice della terza edizione della Sharjah Architecture Triennial. A un mese dall’inaugurazione della kermesse, l’abbiamo intervistata

La Sharjah Architecture Triennial (SAT) è la principale piattaforma per l’architettura e l’urbanistica della regione che si estende dall’Asia occidentale all’Asia meridionale e fino al continente africano. Ha debuttato nel 2019 e quest’anno taglia il traguardo della terza edizione: dal titolo Architecture Otherwise, Building Civic Infrastructure for Collective Futures, sarà curata dall’antropologa Vyjayanthi V. Rao, con l’architetto e autore Tau Tavengwa come curatore associato. In programma nell’emirato di Sharjah dal 14 novembre 2026 al 14 aprile 2027, si orienterà, oltre che sulle questioni strettamente legate agli edifici, a mettere in evidenza le infrastrutture sociali, culturali e politiche ed esaminare le modalità attraverso le quali l’architettura può sostenere le comunità. Per saperne di più, abbiamo parlato con la curatrice.

Ritratto di Vyjayanthi V. Rao. Ph: Ahmed Osama
Ritratto di Vyjayanthi V. Rao. Ph: Ahmed Osama

Intervista a Vyjayanthi V. Rao sulla Sharjah Architecture Triennial 2026

Come hai concepito il tema della terza edizione della Sharjah Architecture Triennial?
Inizialmente, il mio istinto era quello di mettere in luce il movimento intrinseco alla vita moderna, sia esso dettato da conflitti e migrazioni forzate legate al clima, dalla ricerca di opportunità, dalle dinamiche che distorcono il turismo o dalla circolazione globale di merci e idee. Mi interessava comprendere quanto questi spostamenti incessanti siano centrali nella vita quotidiana su scala planetaria e come essi generino una rete di relazioni che abbraccia nazioni, regioni e biomi in tutto il mondo. Piccoli cambiamenti si propagano attraverso questa rete, alterando gli assetti esistenti. In questo contesto, è necessario riesaminare il ruolo dell’architettura. Le strutture tipologiche e iconiche che contribuiscono a definire l'”immagine della città” non dominano più la pratica architettonica.

Come si è evoluta questa premessa?
L’ambiente costruito continua a essere realizzato utilizzando qualsiasi risorsa disponibile, attraverso modalità spesso giuridicamente precarie e rischiose, dando luogo a condizioni di vita instabili per gran parte della popolazione mondiale. Mi sono chiesta perché gli architetti non siano riusciti a intervenire in modo più efficace su tali condizioni. Ho iniziato a interessarmi a come riconoscere le modalità con cui le persone organizzano la propria vita quotidiana – i rituali ordinari del mangiare, del riunirsi, dello scambio e della narrazione dell’esistenza collettiva – e a come queste possano costituire una forma di pratica architettonica.

Cosa puoi anticipare riguardo ai progetti che vedremo a Sharjah?
La mostra della Sharjah Architecture Triennial si concentra sul significato del fare architettura in relazione a due aspetti: da un lato, l’urbanizzazione del pianeta; dall’altro, la produzione quotidiana di luoghi dotati di significato, in particolare in città, paesi, regioni e località prive di adeguate infrastrutture, dove le reti immateriali di impegno civico diventano risorse fondamentali. I progetti esposti nascono dall’incontro di diverse forme di intelligenza architettonica. Presentiamo iniziative che adottano metodologie variegate: ci sono collettivi di architetti che hanno condiviso le proprie competenze con le comunità senza cercare di esercitare un controllo o di imporre direttive a tali gruppi. Accanto a questi, troviamo progetti che esplorano quella che definisco la “città come archivio” – o spazio di mediazione –, dove le infrastrutture fisiche e digitali e le reti umane agiscono collettivamente come un archivio dinamico, consentendo alle società contemporanee di confrontarsi con la memoria, la dimensione locale e la trasformazione.

E poi?
Alcuni progetti sono emersi nel corso dell’anno grazie a un impegno costante con le comunità di Sharjah, traendo ispirazione dalla storia della città come crocevia regionale per il commercio, la logistica e la politica, nonché come polo di attrazione per migranti provenienti dal Golfo, dall’Asia meridionale e dall’Africa. Aspetto fondamentale è la messa in luce di come la pratica professionale dell’architettura possa diventare rilevante nel plasmare la vita collettiva in contesti privi di infrastrutture civiche di base. Valorizziamo inoltre la collaborazione e l’interazione quali strumenti per far evolvere un linguaggio architettonico che risulti significativo per le persone comuni, offrendo loro i mezzi per esprimere le proprie aspirazioni su come vivere insieme.

La Sharjah Architecture Triennial 2026 indaga come costruire infrastrutture civiche per futuri collettivi

A tuo parere, come dovrebbe cambiare l’urbanistica contemporanea dinanzi alle nuove sfide globali?
L’urbanistica contemporanea è profondamente plasmata dai flussi finanziari globali. Oggi, gli edifici di Mumbai assomigliano a quelli di Dubai o Singapore, i quali a loro volta aspirano a imitare i grattacieli di Chicago o New York del Novecento. Interpretare l’ambiente costruito moderno è diventato un esercizio di decifrazione: si tratta di capire quali strategie normative siano state manipolate per consentire agli sviluppatori immobiliari di “parcheggiare” temporaneamente i propri capitali. Strumenti come i diritti edificatori compensativi si sono trasformati in una sorta di valuta: una moneta che non solo alimenta un’urbanistica verticale generica, ma provoca anche fenomeni diffusi di espulsione delle popolazioni locali e danni ambientali

Cosa intendi?
Anche quando i veicoli di investimento non sono grattacieli, bensì istituzioni culturali che offrono agevolazioni fiscali a filantropi facoltosi, il risultato finale non cambia: città generiche, modellate su esperienze che privilegiano i turisti benestanti e il capitale finanziario. Nel complesso, l’architettura è diventata ancella di questo sviluppo predatorio, causando un rapido degrado ambientale, uno sfruttamento insostenibile delle risorse ed economie che promettono benefici destinati, in teoria, a ricadere verso il basso, ma che raramente si concretizzano. Per affrontare queste sfide, la professione architettonica deve ripensare radicalmente le proprie competenze. Gli architetti devono imparare a dare il proprio contributo senza voler controllare i processi organici di autocostruzione già in atto in molte realtà locali. Ciò richiede di riformare la formazione architettonica, coltivando una profonda consapevolezza di ciò che sta già accadendo sul territorio e valorizzando le storie locali che costituiscono il vero leitmotiv del nostro paesaggio contemporaneo.

Alla luce di questo scenario, quali questioni deve affrontare l’architettura oggi?
Riprendendo quanto emerso dalle risposte precedenti, posso individuare diverse problematiche che gli architetti si trovano ad affrontare nella loro attività professionale. I sistemi entro cui si opera sono permeati da una logica economica estrattiva e predatoria, che concepisce la fornitura di un riparo come un’occasione per estrarre valore da chi ne ha bisogno. Tali sistemi causano un degrado delle condizioni di vita, sia a livello umano che planetario. Se consideriamo l’architettura come un metodo e una pratica di organizzazione delle relazioni tra gli esseri, possiamo ritenere che i sistemi ereditati possano cambiare attraverso approcci diversi alla professione. A ciò si aggiunge la questione delle risorse.

Ovvero?
Mi riferisco alla nostra insaziabile richiesta di materiali che sta esaurendo foreste, alvei fluviali, oceani e altre risorse a ritmi allarmanti. La distruzione e la demolizione di vaste porzioni del patrimonio edilizio – causate da guerre, conflitti e disastri climatici – compromettono la salute delle regioni coinvolte e dell’intero pianeta. I calcoli relativi al carbonio incorporato dovrebbero indurci a riflettere seriamente sull’obsolescenza programmata e sulla riqualificazione degli edifici esistenti. Ci troviamo in una situazione di crisi su molteplici fronti che riguardano direttamente sia la pratica architettonica sia la formazione degli architetti.

Sharjah Architecture Triennial 2026: Dennis Muraguri, Attitude NMOA Sacco, 2024. Ph: Dennis Muraguri
Sharjah Architecture Triennial 2026: Dennis Muraguri, Attitude NMOA Sacco, 2024. Ph: Dennis Muraguri

Vyjayanthi V. Rao riflette sul futuro delle città

Hai radici indiane. Trai ispirazione anche dalla pratica e dalla visione antropologica dell’architetto indiano B.V. Doshi?
Ritengo che il periodo compreso tra la nascita dell’India come Stato-nazione nel 1947 e gli Anni Novanta sia fondamentale per comprendere le sperimentazioni estetiche e politiche intraprese in diversi ambiti. All’epoca, il clima culturale era permeato da dibattiti sulla modernità e la tradizione, nonché sul significato di essere, al contempo, indiani e moderni. In campo architettonico, l’invito rivolto a Le Corbusier per progettare la nuova capitale del Punjab, dopo la spartizione, segnò una svolta. Il progetto di Chandigarh rappresentò, per molti versi, una vera e propria sperimentazione; tuttavia, non costituì un momento decisivo per la pratica progettuale in India. Architetti come B.V. Doshi e Charles Correa tracciarono un percorso autonomo, attingendo all’estetica e alla cosmologia indiane per plasmare il proprio approccio al design.

Qual è la loro eredità oggi?
Realizzarono progetti che traevano spunto dalle condizioni sociali, culturali e climatiche specifiche dell’India, sfruttando l’esperienza maturata al fianco di architetti modernisti quali Le Corbusier e Louis Kahn per sviluppare linguaggi progettuali originali. Il loro lessico architettonico coniugava la sperimentazione di nuovi materiali con una sensibilità profondamente legata al contesto locale. La cultura indiana post-coloniale si è arricchita grazie all’opera di figure come Doshi, capaci di trasmettere l’immaginazione necessaria per valorizzare e preservare la diversità. Il lavoro di Doshi affonda inoltre le radici in un’etica del servizio e in un forte interesse per la trasformazione sociale, valori cruciali per quella generazione di indiani divenuta adulta subito dopo la nascita dello Stato-nazione. In tal senso, la sua opera incarna valori che nell’India contemporanea stanno rapidamente perdendo terreno; guardo a questa storia con la speranza che possa ispirare il futuro.

E, a proposito di futuro, come immagini quello delle città?
È probabile che la città del futuro arrivi ad abbracciare l’intero pianeta; in questo scenario, l’architettura assume sempre più una funzione infrastrutturale, piuttosto che iconica o simbolica. Oltre un secolo fa, nel saggio La metropoli e la vita dello spirito, Georg Simmel aveva previsto l’inaridimento emotivo e la diffusione di quell’atteggiamento di indifferenza (o blasé) derivanti da condizioni in cui risulta difficile percepire un senso di appartenenza. Durante la pandemia di Covid-19, per un breve periodo, abbiamo assistito all’emergere di una città fondata sulla solidarietà collettiva. Sistemi di mutuo soccorso si sono rapidamente attivati in metropoli come New York e Mumbai, città in cui ho vissuto e lavorato per gran parte della mia vita. È stato un momento incredibilmente fertile e, paradossalmente, ricco di speranza.

Cosa resta?
Voglio ricordare quella fase – e rendere omaggio agli amici che hanno perso la vita a causa del virus – come un punto di partenza per ripensare le città in termini di collettività civiche, dove la convivialità vada ben oltre la semplice tolleranza. Abbiamo visto nascere gruppi comunitari e maturare la consapevolezza che, per superare una crisi, è necessario sostenersi a vicenda. La città del futuro dovrà confrontarsi con molteplici forme di intelligenza – inclusa la cosiddetta intelligenza artificiale – e con una miriade di forme di azione (agency) sovrapposte, capaci di trasformare i nostri ambienti in tempi brevissimi. Eppure, spero che coltivando ed estendendo le forme di sostegno emerse durante crisi come quella del Covid-19, saremo in grado di costruire un futuro diverso.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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