Sul XXI secolo (V). Come musiche discordanti

Prosegue l’indagine che la rubrica Inpratica e Christian Caliandro portano avanti da alcune settimane. Il soggetto è il XXI secolo e noi che ci viviamo dentro. Avviluppati come in uno stupa ingoiato dalla foresta.

Straccio o broccato,
ogni tessuto è dunque il risultato
di questo stringersi costretti insieme
da un progetto il cui concepimento è dato
solo all’ingegno umano: un matrimonio
che mai in natura potrebbe avere luogo.
Prendete il ragno, poveraccio. Imbroglia
Il ragno mica tesse, il ragno incolla.

Patrizia Cavalli, Tessere è umano
(in Datura, 2013)

Una generazione è stata deviata dal suo corso, come un fiumiciattolo: di questo non si può non tenere conto, non si può fare finta che non sia accaduto – e che invece magari le condizioni generali siano quelle identiche di trenta o cinquanta anni fa. Nel XXI secolo, la gran parte degli uomini e delle donne che hanno la mia età sta facendo a livello professionale qualcosa di diverso – di solito: ciò che ha trovato, per caso o per fortuna – da quello per cui si è preparato e addestrato negli anni della formazione e oltre. Non è detto che sia per forza un male – anche gli scopi e le attività si stanno infatti ridefinendo, adattandosi alla nuova situazione: la realtà e il realismo del resto sono pure questo; forse soprattutto questo – e dunque non si può agire e operare e nemmeno pensare facendo finta che il contesto sia immutato, facendo finta che ciò di cui parlano i numeri e le statistiche non abbia un’influenza decisiva sulle giornate e sui mesi e sulla loro percezioni, su come stiamo costruendo la nostra esistenza passo passo.
Se il XXI secolo è un fantasma organico (e lo è), esso eleva la precarietà a struttura fondamentale e permanente della vita. Una precarietà quindi esperita non più e non solo come tragica umiliazione collettiva, come paurosa ingiustizia sociale, come origine della nuova-vecchia disuguaglianza, come linea di demarcazione di un’oscura e imperscrutabile apartheid (e lo è, eccome se lo è), ma anche come orizzonte, come sguardo e punto di vista sul mondo.
Come identità e come finzione.
Se il risultato è un’inedita forma mentale, questa forma sta ordinando infatti l’interpretazione, e la sua narrazione.

Giovanni Anselmo, Senza titolo (Struttura che mangia), 1968

Giovanni Anselmo, Senza titolo (Struttura che mangia), 1968

La fragilità – una fragilità naturale e umana che rappresenta un dato culturale (per ora) quasi invisibile, sotterraneo, sommerso. Eppure, questo tipo di cultura e di atteggiamento culturale tende a riemergere periodicamente, e quando questo accade il tempo e l’immaginario scartano e si modellano in modi elastici a cui magari non pensavamo da un bel po’. La fragilità di una condizione sospesa tra natura e cultura, tra storia e preistoria: “Improvvisamente, in quel mio errabondare tra le felci e l’alto sottobosco, mi parve di intravedere, in quella luce verde e paludosa, qualcosa come un’ombra, un’ombra gigantesca simile a un grande formicaio. Con difficoltà mi avvicinai e vidi che si trattava di uno dei tanti padiglioni dell’immenso tempio disseminato nella foresta, tralasciato dall’organizzazione turistica forse per l’eccessiva difficoltà di raggiungerlo. Si trattava di uno stupa, letteralmente fagocitato dalla vegetazione. Gli alberi, le liane, non stavano soltanto attorno alla sua costruzione, piena di piccole e grandi figure di Budda, ma in mezzo, dentro le sculture, così che, come la scultura stessa con stagioni, piogge e la forza potente della natura era finita essa stessa per diventare una liana, allo stesso modo la liana per stagioni, piogge e la forza potente dell’arte era diventata una scultura, con delle sembianze, dei tratti, insomma un’espressione modellata, si sarebbe detto, modellata essa stessa dalla mano dell’uomo. Rimasi appunto folgorato da quell’insieme, da quella simbiosi, tanto da dimenticare per un certo tempo (non ricordo più quanto tempo fosse passato) la situazione in cui mi trovavo, forse disperata. Intorno a me volavano miliardi di farfalline bianche, il caldo e l’umidità erano tremendi, nessuno aveva udito i miei richiami. Mi distesi per terra senza far caso a nulla e solo contemplando quel viluppo che appariva di cultura e di natura, in uno stato molto simile all’anestesia” (Goffredo Parise, L’odore del sangue [1979-1986; 1997], Rizzoli 2006, p. 24).

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Vincent van Gogh, Sottobosco, 1889

Vincent van Gogh, Sottobosco, 1889

È sempre questo sdoppiamento il filo conduttore: come tra due musiche discordanti, contrastanti. Come due livelli sovrapposti; due dimensioni intrecciate. Questa schizofrenia, questa discrepanza è la nostra società negli ultimi anni. Un livello ufficiale e istituzionale, mainstream, retorico e propagandistico estremamente volgare e chiassoso; un altro, sotterraneo sommesso fantasmatico oscuro ricco vivo organico piccolo resistente duro morbido carnoso.
Come un fiumiciattolo che si inoltra e scava – o come la foresta che avvolge lo stupa.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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