L’Hangar Bicocca fa bau bau. Intervista con Céline Condorelli

Lo Shed dell’Hangar Bicocca, per la prima volta, è attraversato dalla luce del giorno. Strutture e oggetti inter-relazionali marcano il tempo di un percorso creato per architetture narrative. Una personale che esprime il concetto di materia come effetto di processi del pensiero. Abbiamo intervistato Céline Condorelli.

Céline Condorelli - bau bau - veduta della mostra presso HangarBicocca, Milano, 2014 - photo Agostino Osio - courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

Bau bau è un percorso attraversato da conformazioni che, al posto di dividere lo spazio, lo destinano. Facendolo precipitare, talvolta elevandolo, altre ancora aprendolo, sezionandolo, fortificandolo e rendendolo un’entità dal peso specifico inferiore a quello di qualsiasi, rarefatto gas. Solidificandosi, espandendosi, restituendo retroattività a costrutti e costruzioni, infatti, il vuoto dell’Hangar Bicocca guida Céline Condorelli (Parigi, 1974; vive a Londra e Milano) nell’allestimento della sua prima personale in un’istituzione italiana. Mostra iscritta nel segno del dissolvimento. Il nero si integra con diversi toni di bianco; l’interazione innesta l’ostensione formale dei lavori; i residui si sciolgono negli stampi per gli pneumatici; il cotone si lega meccanicamente, nel nome del progresso, alla gomma; la luce conferisce ritmo al buio; e finalmente la ricerca dell’origine stabilisce una relazione mereologica tra l’architettura e determinate categorie narrative. Tra i lavori: The Weird Charismatic Power That Capitalism Has For Teenagers (to Johan Hartle), 2014; The Double and the Half (to Avery Gordon), 2014; White Gold (2012)e uno dei noti esempi di Support Structure, Red (2012-2014).
Inoltre, l’artista, durante la costituzione di bau bau è entrata in fabbrica, ha dialogato con tecnici e esperti per comprendere i tempi, le tecniche e i materiali che portano alla creazione di uno pneumatico. Condorelli è intervenuta nel processo di sviluppo e ne ha alterato il prodotto finale, documentando azioni e conversazioni con i professionisti che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera. Il risultato è un’installazione Nerofumo (2014).

Andrea Lissoni presenta la mostra di Céline Condorelli presso HangarBicocca, Milano, 2014 - photo Daniele Perra
Andrea Lissoni presenta la mostra di Céline Condorelli presso HangarBicocca, Milano, 2014 (da sx a dx: Vicente Todolí, Céline Condorelli, Marco Tronchetti Provera, Andrea Lissoni) – photo Daniele Perra

Quale emergenza, quale nuova accezione dare al titolo, tanto nei confronti della tua prima personale in un’istituzione italiana quanto nei confronti della tua carriera?
Bau bau all’origine era un titolo scherzoso, ironico, utilizzato in ambito privato, era la dicitura di un’opera, di un’insegna luminosa che avevo prodotto in Germania e che avevo esposto in una delle sedi d’origine del Bauhaus a Lipsia, dove ho trasformato la galleria del museo GfZK, che mi aveva invitata, in un bar semipermanente. Per tre anni ho dotato quello spazio di un bar, proposto come una mostra, oppure di una mostra in forma di bar. Durante il giorno si chiamava semplicemente bau, perché si leggeva solo una parte dell’insegna, mentre durante la notte si accendeva il secondo bau. Volevo risplendesse come una sorta di invito ad entrare, anche durante un orario poco usuale per un museo, quando, ironicamente, i cani cominciano ad abbaiare alla luna. Richiamando una dimensione completamente assurda ed esoterica, quasi all’opposto rispetto ai principi del Bauhaus. In Germania, ovviamente, pochissime persone conoscono l’espressione onomatopeica del verso del cane e questo segreto, sottile, mi ha fatta appartenere, seguendo un versante più scherzoso, alla mia Italia. Questo gioco sintattico ha restituito ancora più forza al significato linguistico e architettonico di bau bau, come costruzione in costruzione; dicitura che si addiceva perfettamente alla mia idea di processo, di mostra come un contesto sempre in sviluppo. Riportare bau bau in Italia per me è stato un atto di consapevolezza dal punto di vista linguistico; io ho sempre parlato l’italiano. Non ho fatto altro che riportarlo nella sua patria d’origine. Per me è un suono da sempre stato associato al verso del cane, che, a sua volta, all’Hangar si trasforma in metafora della vita di tutti i giorni. Una quotidianità che cerca di sconfiggere un diffuso elitarismo da parte dell’arte contemporanea, nei confronti degli ambiti più umani e tradizionali del vivere. Tra l’altro l’Hangar Bicocca è anche uno dei pochissimi luoghi dedicati al contemporaneo all’interno del quale possono entrare i cani. Una delle categorie che maggiormente testimonia una possibile integrazione tra l’arte e diversi aspetti della società.

Céline Condorelli - bau bau - veduta della mostra presso HangarBicocca, Milano, 2014 - photo Agostino Osio - courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano - 1
Céline Condorelli – bau bau – veduta della mostra presso HangarBicocca, Milano, 2014 – photo Agostino Osio – courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano – 1

Inoltre avete deciso di apporre l’insegna recante il titolo della mostra all’esterno, aprendo una finestra che la renda visibile dallo spazio dello Shed.
Esatto, abbiamo scelto di installare bau bau su un muro perimetrale. Per caso o non per caso, abbiamo scelto di lavorare sul contesto fisico, urbanistico di Hangar, come parte di una nuova struttura della visualità. Abbiamo scelto di aprire una finestra su questo lato di Hangar Bicocca per mostrare una volta di più i cantieri che lo circondano e testimoniare le nuove conformazioni del paesaggio che si modifica attraverso i cantieri e i progetti. La mostra entra nel paesaggio in trasformazione e la periferia che cambia entra in Hangar Bicocca. Appena viene aperta una soglia, infatti, incomincia un dialogo, un discorso che, in questo caso, ha rafforzato il doppio significato di bau. Oggi, per esempio, per la prima volta, mi sono resa conto, per la prima volta di quanto la luce naturale, filtrando dall’esterno conferisca una nuova consistenza ai tessuti delle installazioni.

Ricordi la tua prima reazione di fronte agli spazi dell’Hangar Bicocca? Ti hanno un po’ spaventata?
La prima volta che ho visitato lo spazio è stato durante il ciclo espositivo di Terre vulnerabili. Io non conoscevo per niente il contesto italiano e ancora non avevo cominciato a insegnare qui. Fin da subito mi è sembrato uno spazio gigantesco, da Guerra fra Titani. Lottare con l’arte a questa scala è una prova. Ma anche una riprova unica del fatto che in Italia esista lo spazio, sia mentale che estetico, per creare. In Inghilterra, ad esempio, un luogo espositivo di questo tipo non esiste. Non per fare esperimenti di queste proporzioni.
Più che spaventarmi, l’Hangar Bicocca mi ha impressionata, positivamente, intendo. E mai mi sarei aspettata di poter allestire una mostra qui, nemmeno che ne sarei stata capace. Quando Andrea mi ha proposto un progetto, sono rimasta lusingata. Inoltre è sempre stata l’unica istituzione che seguivo regolarmente; spesso portavo i miei studenti in visita. Inoltre, secondo me, ritornare in Italia, attraverso Hangar Bicocca, mi ha dato molte opportunità in più, rispetto a un’altra, qualsiasi istituzione. Amo molto sapere di potermi considerare nuovamente un’artista italiana. Non sarò mai un’artista inglese e la mia pratica, messa in scena qui, acquista il proprio senso, per i miei studenti, fra le mie origini. Lavorando spesso sul site specific e non avevo mai messo insieme così tanti corpi di lavoro. Un dialogo quasi incredibile.

Céline Condorelli - bau bau - veduta della mostra presso HangarBicocca, Milano, 2014 - photo Agostino Osio - courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano - 8
Céline Condorelli – bau bau – veduta della mostra presso HangarBicocca, Milano, 2014 – photo Agostino Osio – courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano – 8

E adesso, invece, come è cambiato il tuo approccio al vuoto, soprattutto dello Shed, ma anche degli spazi di servizio, all’interno dei quali hai proposto i tuoi interventi?
Questa mattina, quando ho ritenuto che la mostra fosse conclusa, per la prima volta ho guardato al percorso nel suo insieme e mi è sembrato di vedere una sorta di collettiva. Ho presentato trenta lavori, molto differenti gli uni dagli altri. Anche se alcune opere sono state ricostruite perché effimere, oppure altre sono state assemblate dopo una mia personale ricerca negli archivi della Fondazione Pirelli, la vera scommessa è stata quella di restituire vita a una pratica di dieci anni di lavoro, innestata all’interno di un progetto di esplorazione del mondo di Hangar Bicocca. Un universo tripartito: nel contesto fisico del quartiere, non ancora finito; nell’alveo storico, industriale, del Gruppo Pirelli; e nell’ambito organizzativo, economico. Tre ricerche in parallelo che hanno dato vita a un’opera nuova che lavora con lo spazio e che è stata prodotta all’interno della fabbrica, con i lavoratori, in base alle ricerche compiute in archivio. Tre dimensioni presentificate attraverso il mio lavoro.

Quale nuovo significato dunque assumono, qui a Milano, le tue Support structures?
Le Support structures assumono senso solo se applicate. Non esistono forme in sé e per sé, non vivono indipendentemente dalla loro entità. Sono una sorta di paradosso. Una parte della loro proposta funzionale rappresenta una specie di primo piano della dipendenza relazionale e del legame strutturale che intrattengono con altre strutture. Un esempio è quella struttura che abbiamo portato all’ingresso, che fungerà da bookshop slegato e temporaneo per Hangar Bicocca. In the service of e in the support of, un frammento semipermanente che, ancora una volta, implementerà l’utilizzo di alcune, determinate superfici. In ultimo, un supporto formale letterale e formale che provvederà anche un proprio programma espositivo.

Céline Condorelli - bau bau - veduta della mostra presso HangarBicocca, Milano, 2014 - photo Agostino Osio - courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano - 2
Céline Condorelli – bau bau – veduta della mostra presso HangarBicocca, Milano, 2014 – photo Agostino Osio – courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano – 2

Quale ruolo gioca il visitatore, come individuo, come parte umana nel percorso di bau bau?
Ci sono tanti percorsi possibili, non ne ho immaginato uno solo. Io ho sfruttato solo alcuni principi espositivi, come ad esempio il fatto che la gente sia più portata a camminare verso sinistra e che tenda ad andare verso la luce. Due fattori essenzialmente umani, che però porterebbero il visitatore a muoversi a partire da quello che io chiamo il lato del giorno, perché tutta la mostra è strutturata tra giorno e notte, nonché tra le relazioni nascoste che intercorrono tra le diverse dimensioni materiche presentate. Il cotone e la gomma rappresentano allo stesso modo l’idea di colonizzazione, industrializzazione e progresso, materie che connettono diverse immagini, storie e forme. Dunque ci si avvicina a una tenda, per poi arrivare al di sotto dei neon, e dirigersi, infine, verso la finestra, fino a immergersi nelle profondità delle mie radici siciliane, rappresentate da un video sui pupi siciliani. Non ho mai messo insieme un’opera tanto narrativa accanto ai miei strumenti architettonici. È un nuovo media, il video,  all’interno della mia stessa storia. Io ho studiato musica prima di fare architettura è da qui che mi è venuta in mente l’idea di strumento, come oggetto utile ad ampliare forme di conoscenza nello spazio. Qui entra il pubblico, che ne prenda possesso dunque e che abiti ogni struttura facendo riferimento diretto ai titoli di dedica che io ho voluto per essi. Ogni lavoro è una sorta di dispositivo che permette l’accesso mnemonico e plastico a un legame, ad una relazione. Esattamente come la dedica letteraria di un libro, frase che ci avvicina all’autore in maniera familiare e pubblica, allo stesso tempo.

Potresti esprimere un pensiero o formulare un augurio che accompagni il tuo primo percorso italiano?
Vorrei che il visitatore, più che esprimere un giudizio, su ciò che sia piaciuto e ciò che non lo sia, si lasciasse attrarre da quel che ha visto e percepito. Prendendo la parola al posto stesso dell’autore, creando legami e propensioni culturali, magari inattese, al fine di riportarle nel proprio presente. Mi auguro che si possano riscoprire queste alleanze attraverso momenti specifici, per creare altri istanti e altre storie.

Ginevra Bria

Milano // fino al 10 maggio 2015
Céline Condorelli – Bau bau
a cura di Andrea Lissoni
HANGAR BICOCCA
Via Chiese 2
02 853531764

[email protected]
www.hangarbicocca.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/40501/celine-condorelli-bau-bau

CONDIVIDI
Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • LUCA ROSSI

    Vedere la mostra senza conoscere il percorso dell’artista è molto interessante. Nel senso che le opere diventano punti da unire, per capire che siamo in una post-produzione estrema, una crisi profonda che l’istituzione museo NON può vedere perché lo show deve continuare. Il modus operandi è quello delle “cose a caso” che secondo la sensibilità dell’artista “ci stanno bene”. Tutto qui. Il visitatore è solo, nel fare allusioni, nel cercare di capire il fatto che non c’è nulla da capire. Ed ecco che con poche migliaia di euro Pirelli rivaluta un area immobiliare (dove ha interessi immobiliari molto importanti) e continua una sofisticata operazione pubblicitaria (“quanto siamo colti, buoni e sofisticati”). Quale valore per queste opere rispetto al presente? Se tirassimo i dadi abbinando OGNI numero ad X oggetti, non potremo fare forse una mostra identica? E forse migliore?

    Tiro due dadi: 3,4= auto, ombrello. Auto con ombrello che esce dal finestrino posteriore e luce radente. Opera fatta. Ma il visitatore non si azzarda a dire nulla perché è in SOGGEZIONE nella CHIESA-MUSEO.

  • luino

    scommetto che se l’avessi curata tu, luca rossi, questa mostra l’avresti giudicata imperdibile… ahhahahha! ;